I venti di guerra che minacciano la democrazia

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I venti di guerra che minacciano la democrazia

27 Giugno 2007

di Joshua Muravchik

Diversi conflitti di varia intensità infuriano in Medio Oriente. Ma l’inizio di una guerra di più vaste proporzioni, che coinvolge numerosi stati – Israele, Libano, Siria, Iran, Autorità Palestinese, forse anche l’America e altri ancora -, diventa sempre più verosimile ogni giorno che passa, con la sensazione che gli Stati Uniti e Israele siano in ritirata e l’Islam radicale in incessante ascesa.

Si considerino gli eventi che si sono susseguiti nelle ultime settimane. L’Iran che imprigiona quattro americani con accuse assurde soltanto un mese dopo aver sequestrato quindici marinai britannici in alto mare. Le Guardie rivoluzionarie iraniane che vengono sorprese a consegnare armi ai talebani ed esplosivi ai terroristi iracheni. Un’autobomba in Libano uccide il parlamentare Walid Edo insieme ad altre nove persone e ferendone undici. 

Allo stesso tempo, Fatah al-Islam, un losco gruppo legato alla Siria, lancia un attacco contro l’esercito libanese dall’interno di un campo profughi palestinese, provocando la morte di decine di soldati. Teheran continua poi a magnificare i nuovi progressi compiuti sulla strada dell’arricchimento dell’uranio, mentre il presidente Mahmoud Ahmadinejad rivolge instancabilmente appelli per l’annientamento d’Israele e avverte che “il conto alla rovescia per la distruzione di questo regime è iniziato”. Come se non bastasse, Hamas prende il controllo militare di Gaza e razzi Katyusha piovono dal Libano sul nord d’Israele per la prima volta dalla fine della guerra della scorsa estate contro Hezbollah.

Da questi avvenimenti scaturiscono due importanti considerazioni. La prima è che il regime di Teheran, al contrario di noi, prende lo slogan “morte all’America” molto seriamente. Infatti, arma i talebani (con cui era ai ferri corti quando questi erano al potere a Kabul); fornisce esplosivi non solo agli sciiti in Iraq, ma anche ai terroristi sunniti; secondo vari resoconti giornalistici offre asilo politico a figure di spicco di al Qaeda, andando al di là della divisione tra sunniti e sciiti. La spregiudicatezza di tutte queste azioni è mirata a versare più sangue americano possibile e per quanto odioso tale comportamento possa sembrarci ha una sua logica strategica: “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Tuttavia, tra gli eventi su menzionati spaventano di più quelli che invece una logica strategica non ce l’hanno. Per esempio il “putsch” di Hamas a Gaza – come lo ha definito dalla prigione l’eroe dell’intifada palestinese, Marwan Barghouti – si è risolto in un boomerang. Hamas controllava Gaza già quasi completamente. È difficile immaginare quali tipi di vantaggi potrà trarre dalla sua “vittoria”, ma è facile calcolare le perdite. Fatah e il governo del suo leader Mahmoud Abbas saranno in grado di restaurare la sua forza in Cisgiordania con l’assistenza di quasi tutta la comunità internazionale, mentre Gaza verrà tagliata fuori da qualsiasi tipo di aiuto esterno e le condizioni della popolazione andranno via via peggiorando. Israele avrà più mano libera nel vendicarsi del lancio di missili e l’Egitto chiuderà ulteriormente i suoi confini. Hamas ha così sprecato in un colpo solo la sua più grande vittoria: la maggioranza raggiunta nelle elezioni parlamentari palestinesi del gennaio 2006. Finora Hamas poteva contare su un solido argomento: come può l’Occidente chiedere la democrazia e poi boicottare i vincitori di regolari elezioni? Ma ora è stato lo stesso Partito di Dio a distruggere la democrazia palestinese mettendo in scena un conflitto armato. Le sue credenziali democratiche si sono volatilizzate insieme al fumo dell’incendio che Hamas stesso ha dolosamente provocato.

Le azioni della Siria in Libano, poi, davvero a stento possono essere considerate più ragionevoli di quelle di Hamas. L’omicidio del parlamentare Walid Eido rafforzerà infatti la maggioranza che si oppone alla Siria. Visto che due deputati libanesi sono stati già fatti fuori (Pierre Amine Gemayel è stato il primo), la Siria ora pensa a liberarsi della maggioranza parlamentare anti-siriana e sarebbe pronta a commettere altri omicidi. Si tratterebbe di una mossa da pazzi. Una campagna di questo tipo non farebbe altro che invitare all’intervento la comunità internazionale, mentre il fronte pro-siriano ne uscirebbe frammentato: ancora più sciiti abbandonerebbero Hezbollah e altri maroniti si ribellerebbero a quello che è considerato “l’artiglio” di Hezbollah, Michael Aoun. Oltretutto, gli omicidi mirati potrebbero non avere alcun effetto. Le nuove elezioni sono già state fissate e con molta probabilità i parlamentari assassinati saranno rimpiazzati da altri con la stessa linea politica. Fatah al-Islam, inoltre, è vicina alla distruzione e si lascerà alle spalle una Siria ancora più odiata e un esercito libanese meglio armato e più sicuro di sè.

Per quanto riguarda l’Iran se armare i talebani e i terroristi iracheni ha un senso, perchè sequestrare 15 marinai britannici o mettere agli arresti quattro americani di origine iraniana, inclusa l’amata sessantasettenne professoressa Haleh Esfandieri, senza che fossero questi fossero coinvolti in alcuna attività politica e nell’esercizio del potere? 

Con tutte queste provocazioni e il bullismo fine a se stesso l’asse del male Iran-Siria-Hamas-Hezbollah ha solo dimostrato tutti i suoi limiti. Il suo scopo consiste nello spaventare il resto del mondo e nel trarre vanagloria dal semplice gonfiare i muscoli. L’asse del male pensa di aver sconfitto l’America in Iraq e Israele a Gaza e in Libano. Il signor Ahmadinejad ha recentemente dichiarato che l’Occidente ha già iniziato ad arrendersi ed ha anche esclamato con soddisfazione che la “vittoria finale…è vicina”.  Sono queste sbruffonate ad essere presagio di guerra.

La grande maggioranza delle guerre moderne sono scoppiate perché tiranni aggressivi credevano che i loro oppositori democratici fossero deboli e senza spina dorsale. Il disprezzo di Hitler per l’America, fomentato dalla politica di appeasement dei paesi europei, è una storia che ci è già familiare. Ma ci sono anche altri esempi. La Corea del Nord invase quella del Sud dopo la dichiarazione del Segretario di Stato americano Dean Acheson, secondo cui “la Corea si estende oltre il nostro perimetro di difesa”. Saddam Hussein ha invaso il Kuwait dopo che l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq lo aveva rassicurato sul fatto che Washington non avrebbe mai messo il naso negli affari degli arabi. La Germania imperiale ha dato il via alla Prima Guerra Mondiale incoraggiata dall’atteggiamento remissivo della Gran Bretagna. Nasser ha provocato l’inizio della guerra dei sei giorni nel 1967 pensando che avrebbe potuto estorcere qualche concessione ad Israele agitando la sua spada.

Le democrazie, e ormai questo si sa, non si fanno la guerra tra di loro. Nondimeno spesso vanno in guerra contro stati non democratici. Solitamente sono gli stati non democratici a iniziare le guerre; ciononostante, nella stragrande maggioranza dei casi, è il combattente democratico a vincerle. In altri termini, i dittatori sottovalutano sistematicamente la forza delle democrazie e le democrazie provocano la guerra per mezzo del loro amore per la pace, che i dittatori scambiano per debolezza.

Oggi, la stessa dinamica ha dato luogo a una fase di grande pericolo. I fondamentalisti si fanno sempre più spregiudicati, vogliono affermarsi solo per dimostrare a se stessi che possono e non per motivazioni ideali. In effetti è probabile che riescano ad andare al di sopra delle loro intenzioni. Non è difficile immaginare scenari in cui da un singolo episodio – come ad esempio un terribile attacco da Gaza – si può innescare una reazione a catena. Israele potrebbe farcela contro Hamas, Hezbollah e la Siria, anche se con enormi perdite di vite umane, ma se l’Iran dovesse intervenire direttamente a protezione dei propri interessi regionali, gli Stati Uniti potrebbe chiamarsi fuori?

Le politiche dell’amministrazione Bush si sono rivelate fallimentari nel portare la pace in Iraq ed è naturale che l’opinione pubblica si sia spazientita e che il partito all’opposizione lanci strali contro il governo. Ma la richiesta dei democratici al Congresso di gettare la spugna in Iraq, il loro tentativo di limitare la libertà d’azione nel Presidente per distruggere il programma nucleare degli ayatollah, la proposta della commissione Baker di appellarsi all’Iran perché ci aiuti ad uscire dall’Iraq, sono tutte cose che potrebbero essere considerate dai fondamentalisti come segni del nostro imminente collasso. Nel nome della pace, i democratici stanno affrettando l’avvento della prossima guerra.

Traduzione di Andrea Holzer