Per un vero pensiero politico

“Idee e cultura per un centrodestra più forte”. Parla Francesco Giubilei

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“Ad oggi quello di cui c’è, senza dubbio, bisogno sono dei luoghi di elaborazione di idee, di contenuti e di pensieri, perché nel lungo termine, l’assenza di idee e di una piattaforma programmatica e valoriale può diventare un problema. Pertanto, si deve costruire una base culturale nelle persone ed un sentire culturale in linea con i valori che vengono proposti dai partiti politici di centro-destra, è evidente che si rischia di regalare un determinato consenso alla sinistra, come, in realtà, è avvenuto, molto spesso, nel corso del ‘900.”
Dell’importanza della cultura nella politica – ma non solo – ne parla a L’Occidentale il giovane Francesco Giubilei, che, a soli 27 anni, è già scrittore, editore, e Presidente di associazioni culturali.

Lo scorso sabato si è svolto l’evento “L’Italia dei conservatori”, organizzato da Nazione Futura, l’associazione culturale di cui Lei è presidente, che si è posta come perno del conservatorismo in Italia. Qual è il bilancio complessivo che fa dopo circa due anni di attività?

Senza dubbio è un bilancio positivo. Nazione Futura nasce con l’obiettivo di raccogliere varie anime, prevalentemente della società civile e prevalentemente giovani – anche se non solo – che si riconoscono in una serie di valori, che possono essere ascritti a quello che è il pensiero conservatore, liberale classico e sovranista. Nel corso di questi due anni, abbiamo tenuto fede all’obiettivo originario del nostro progetto. Siamo cresciuti molto, perché ad oggi contiamo circa 40 circoli, sparsi su tutto il territorio nazionale. Inoltre, al tempo stesso, abbiamo una rivista trimestrale cartacea, un quotidiano online ed interveniamo quotidianamente nel dibattito mediatico a livello sia locale, sia nazionale. Ancora, organizziamo tutte le settimane nelle varie parti di Italia eventi ed iniziative. Per quanto riguarda l’evento di sabato sera, era una sorta di nostra convention nazionale: “L’Italia dei conservatori”. Evento che ha mostrato il seguito significativo che c’è dietro il nostro movimento, perché – a partire dalle 11.00 di mattina, fino alle 20.00 di sera – vi hanno preso parte centinaia di persone da tutta Italia, venute appositamente per ascoltare i relatori. Ancora, l’evento di sabato sintetizza un po’ quella che è la nostra filosofia, ossia quello di offrire un dibattito di alto livello culturale, con contenuti ed ospiti che, a nostro giudizio, sono di importante caratura.

Invece, per quanto riguarda l’ambito strettamente politico, Nazione futura si pone delle prospettive immediate all’interno dell’attuale centrodestra?

Nazione Futura non è un partito politico. Tra l’altro, ad oggi, non ce ne sarebbe bisogno. Al contrario, quello di cui c’è, senza dubbio, bisogno sono dei luoghi di elaborazione di idee, di contenuti e di pensieri: è questa l’attività di Nazione Futura. Tuttavia, nei singoli territori, in occasione delle elezioni amministrative, regionali ed, in futuro, anche nazionali, Nazione Futura cerca di fare degli accordi con quelli che sono i tradizionali partiti del centro-destra: dunque, di volta in volta, cerca anche di proporre dei candidati e di offrire un aiuto per una piattaforma programmatica di contenuti. Questo è ciò che sta accadendo ora, per fare un esempio, per quanto riguarda le elezioni in Emilia-Romagna.

Molti sostengono che alla politica di oggi e ai partiti manchi un pensiero di fondo che ne guidi l’azione. È così?

Partiamo dalle esigenze della politica contemporanea: si tratta di una politica, che si caratterizza da un lato dalla presenza di un forte leaderismo. E questo significa che i partiti politici che, a livello nazionale, ottengono dei risultati importanti hanno dei leader forti; dall’altro lato, è una politica che si basa molto sugli aspetti comunicativi, quindi sull’immediatezza della comunicazione tradizionale, ma soprattutto digitale. Questi aspetti fanno sì che la politica oggi si basi prevalentemente sull’immediato, su un consenso a breve termine il quale deve essere, ogni giorno, – se non quasi ogni ora, perché parliamo di una comunicazione costante che avviene prevalentemente attraverso i social – costruito mediante input continui che vengono dati agli elettori. Questo genera la difficoltà di costruire una politica che sia basata su delle idee e su dei contenuti che, invece, abbiano un carattere più profondo e più di prospettiva. Dunque, nel breve termine, questa modalità politica – basata sulla comunicazione, sull’immediatezza, sugli slogan e sulla forte presenza leaderista – senza dubbio paga perché è ciò che richiede gli attuali contesti politici, mediatici e socio-culturali del Paese. Però, nel lungo termine, l’assenza di idee e di una piattaforma programmatica e valoriale può diventare un problema: quindi, succede, come nel caso del Movimento Cinque Stelle, che ci sia un consenso che è estremamente veloce e liquido. Quindi, se i partiti non sono in grado di dotarsi di contenuti e di messaggi forti, il rischio è quello di perdere voti. Come dicevo, il Movimento Cinque Stelle ne è un esempio, perché se confrontiamo le elezioni politiche del 2018 e quelle europee del 2019 – tralasciando i sondaggi – ha perso 1 milione di voti.

Lei viaggia molto, in Italia e all’estero, per promuovere il conservatorismo e le opere degli intellettuali conservatori. Ha riscontrato molta partecipazione e molta curiosità rispetto a ciò?

All’estero c’è un enorme interesse per ciò che succede in Italia. Noi delle volte tendiamo a sottovalutarci e a non comprendere che il nostro Paese è guardato da molte Nazioni europee – e non solo – come un luogo importante e come un grande laboratorio politico, nel quale avvengono cambiamenti e stravolgimenti; ciò è legato anche alla presenza del Vaticano e alla centralità della Chiesa. A questo interesse si unisce il fatto che, molto spesso, all’estero, ciò che avviene in Italia non è ben comunicato o, addirittura, non è compreso. Alla luce di ciò, l’attività che noi stiamo cercando di fare è quella di creare una grande rete, a livello europeo, ma anche in rapporto con altri mondi, come quello americano, che possa fornire degli elementi di collaborazione su quelli che sono dei valori condivisi non solo a livello nazionale, ma anche internazionale. Per questa ragione al convegno di sabato “L’Italia dei conservatori” abbiamo invitato a partecipare vari ed importanti ospiti europei. Sempre per questa ragione, negli ultimi mesi, ho svolto un tour di eventi e collaborazioni. Ad esempio, questa estate mi sono recato negli Stati Uniti, dove è uscito il mio libro “The History of European Conservative Thought”, ossia “La Storia del Pensiero Conservatore in Europa”: qui ho incontrato i principali responsabili dei think thank e delle fondazioni conservatrici americane. Ancora, sono stato due volte in Serbia, dove è uscita la traduzione del mio libro e dove abbiamo dei rapporti forti. Poi sono stato ad Oxford ed al Vanenburg Meeting, dove, ogni anno, si svolge la riunione tra i principali intellettuali conservatori europei. Infine, più di recente sono andato in Ungheria, dove abbiamo svolto una serie di eventi e di incontri di presentazione del mio libro: infatti, se tutto va bene, il prossimo anno, dovrebbe uscire un’edizione in ungherese del mio libro. Dunque, tutta questa attività è finalizzata alla creazione di una solida rete di collaborazione tra le varie realtà europee.

Quindi, rispetto a questo tema, si può dire che c’è molto più interesse all’estero che in l’Italia…

Devo dire che all’estero, da un punto di vista politico, c’è molto interesse per il sovranismo e per il rapporto di quest’ultimo con il populismo: dunque, c’è un forte interesse a capire il fenomeno della Lega e di Fratelli d’Italia. Invece, da un punto di vista accademico e storiografico, c’è un maggiore interesse verso il mondo conservatore italiano; poi vogliono anche capire come il pensiero conservatore possa ricollegarsi all’attuale contesto politico.

La cultura, in Italia, è dominata, principalmente, dalla sinistra, che esercita una vera e propria “egemonia culturale”. Secondo lei la politica ha delle responsabilità per questo? Se sì, quali?

Da un punto di vista culturale, c’è un importante pensiero di destra e conservatore, il quale nel corso del ‘900 e dell’ultimo secolo – anche nel dopoguerra – ha offerto dei contribuiti di alto livello, attraverso una serie di scrittori, editori, pensatori e giornalisti. Insomma, c’è una cultura di destra importante nel nostro Paese. Però, proprio a causa dell’egemonia culturale della sinistra, questo contributo non è riuscito ad ottenere lo stesso spazio e la stessa visibilità che ha avuto ed ha tutt’oggi una cultura più ascrivibile al mondo progressista, nell’ambito scolastico, in quello mediatico e nel comune sentire dei cittadini.

Come mai, secondo lei?

Questo è, in parte dovuto, al fatto che la sinistra è riuscita a mettere – attraverso questa espressione coniata dal Professor Pedullà – un vero e proprio cordone intorno a quelle attività non solo di destra, ma anche, più semplicemente, non allineate al pensiero più progressista. In parte, però, ciò è dovuto anche al disinteresse che la politica di centro-destra ha mostrato nei confronti della cultura, perché non ne ha compreso l’importanza, così come non ha compreso l’importanza dell’elaborazione e dei laboratori di idee e dell’attività delle fondazioni e dei think thank, in una visione di ampio respiro. Se non si riesce a costruire una base culturale nelle persone ed un sentire culturale in linea con i valori che vengono proposti dai partiti politici di centro-destra, è evidente che si rischia di regalare un determinato consenso alla sinistra, come in realtà è avvenuto, molto spesso, nel corso del ‘900.

Infine, una domanda sul suo lavoro, perché Lei, oltre ad occuparsi delle già citate attività culturali, è anche un imprenditore nel settore dell’editoria. In generale, è difficile per un giovane fare impresa, nel nostro Paese? Ed, in particolare, è problematico inserirsi nel settore, nel quale Lei opera?

Senza dubbio fare impresa in Italia è difficoltoso, a prescindere dall’età anagrafica, perché ci sono una serie di norme e problematiche delle quali sentiamo parlare quotidianamente: ne sono degli esempi l’alta tassazione e la burocrazia. Ci sono, quindi, tutta una serie di problemi che fanno sì che fare impresa nel nostro Paese sia un’operazione abbastanza complicata. A ciò si può aggiungere il fatto che, se si è giovani, si hanno delle difficoltà maggiori perché, purtroppo, siamo in una Nazione che non dà incentivi seri, diretti ed erogati in modo strutturale all’imprenditoria giovanile, anche se – parlando da un punto di vista strettamente personale – non mi interesserebbe riceverli. Ciò che sarebbe necessario, invece, è l’essere messi nelle migliori condizioni di lavorare: questo significa, innanzitutto, poter ottenere delle condizioni agevolate se si è giovani e, soprattutto, se si lavora in un settore come il mio, cioè come quello della cultura, il quale, a mio giudizio, è strategico, importante ma che, al tempo stesso, soffre di varie problematiche. Le modalità di fare impresa ed auto-impresa in Italia cerchiamo di spiegarle nell’Università Giustino Fortunato di Benevento, nella quale c’è un corso dedicato, appunto, all’auto-imprenditorialità ed all’organizzazione di impresa e che nasce con la volontà di offrire ai giovani degli strumenti per sviluppare l’impresa. Parlando, invece, del settore editoriale in particolare e culturale in generale, alle problematiche di cui stavamo parlando se ne aggiungono altre, derivanti dal fatto che siamo un Paese di “non-lettori”: infatti, dati alla mano, solo il 40% degli italiani legge un libro l’anno. Questo significa che, a fronte di un elevato numero di libri che si pubblicano, in realtà, i lettori sono pochi o perlomeno il mercato editoriale italiano è retto da quei 2-3 milioni di cosiddetti “lettori-forti”, che sono coloro i quali acquistano almeno un libro al mese e che, di conseguenza, tengono in piedi questo mercato. In questo settore, inoltre, altre problematiche sono legate alla distribuzione online. Si tratta, pertanto, di un ambito che è senza dubbio ricco di stimoli e di sfide, ma anche ricco di questioni complicate.

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