Il 2009 sarà l’anno decisivo per l’Iraq (e per Maliki)
06 Gennaio 2009
Con le elezioni provinciali fissate per la fine di gennaio, l’Iraq sembra tormentato da problemi politici più vicini a un dramma shakespeariano che a una democrazia nascente. Diversi esperti temono che il venir meno progressivo della influenza americana – come risultato dell’accordo di sicurezza raggiunto con gli Stati Uniti – potrebbe complicare la necessaria reazione contro quei politici locali che proveranno a sovvertire il sistema per il proprio tornaconto personale.
Alla fine di dicembre si è parlato di un colpo di stato per estromettere il primo ministro Maliki. Il portavoce del parlamento ha rassegnato le proprie dimissioni rilasciando pesanti dichiarazioni e muovendo dure accuse ai suoi colleghi. Ci sono stati diversi arresti di personalità del mondo politico e militare sospettate di aver cospirato contro il governo, sia a Baghdad che nella provincia di Diyala. Dietro questo turbine di accuse e voci che si rincorrono c’è un gioco di potere in cui le diverse fazioni del governo — e al di fuori di esso — si scontrano per guadagnare terreno ora che gli americani andranno via e il Paese si avvicina a nuove tornate elettorali che potrebbero mutare il panorama politico nazionale.
La vera battaglia oggi riguarda l’identità del paese che si trova di fronte a scelte decisive: il governo sarà controllato da Baghdad o dalle province? Chi manterrà il potere e chi dovrà rinunciare a esso? Gli americani continuano a ripetere è che l’Iraq resta “fragile” – per usare le parole dell’ambasciatore Crocker e del generale Petraeus. Dal punto di vista politico questo è assolutamente vero. Recentemente si è diffusa una certa frustrazione dovuta al sospetto che l’unica fonte di unità politica sia stata l’abilità manipolatoria di Maliki, che ha ordinato una serie di arresti e ha sfruttato le tribù delle province per costruire la base del suo potere personale. I suoi avversari, consci del lungo passato dittatoriale dell’Iraq, stanno cercando di far sentire la loro voce in ogni modo.
Uno dei membri sunniti del parlamento, Abdul Sattar, ha manifestato il suo malcontento dicendo che “Maliki sta monopolizzando tutte le decisioni politiche, economiche e relative alla sicurezza”. Sattar ha stilato un elenco di partiti diventati ostili al primo ministro, compreso il “Supremo Consiglio Islamico dell’Iraq”, il potente partito sciita che sta osteggiando le manovre di Maliki tese a centralizzare il potere a Baghdad, spingendo per una sua maggiore distribuzione tra le province— dove il Consiglio Islamico ha importanti basi di sostegno, in particolare nel sud. “Stiamo assistendo semplicemente alla storia della trasformazione di un primo ministro democratico in un dittatore” ha concluso Sattar.
E’ evidente l’immaturità del sistema politico iracheno e la lotta per il potere in atto. Nessuno conosce realmente le motivazioni che spingono Maliki ad agire: c’è chi è convinto che intenda deliberatamente trasformarsi in un dittatore, ma c’è anche chi ritiene siano gli eventi a spingerlo comunque in quella direzione. Nel frattempo la politica interna ha subito un forte scossone determinato dall’arresto di alcuni membri del Ministero dell’Interno di Baghdad, e di altre figure del contesto istituzionale, accusati di tramare un colpo di stato. L’ufficio di Maliki ha negato con veemenza che dietro gli arresti ci fosse il sospetto di un putsch. Ma numerosi funzionari del governo hanno confermato che la retata ha avuto comunque una chiara motivazione politica.
Il progetto di Maliki di formare dei consigli tribali che abbiano una relazione diretta con il suo ufficio e ricevano finanziamenti dal budget governativo appare controverso. Questi gruppi, noti come i “Consigli di supporto”, sono stati creati sia nelle zone a prevalenza sciita che in quelle a prevalenza sunnita. Il loro mandato è piuttosto vago ma la loro funzione è quella di attirare le tribù più potenti nell’orbita politica di Maliki in modo da assicurargli un potere radicato su scala locale. Del resto il partito del primo ministro non esercita una particolare influenza nelle province, a differenza di altre formazioni politiche rivali.
Ma proprio questi tentativi di aumentare il proprio potere personale coinvolgendo nelle decisioni dell’esecutivo soltanto un ristretto circolo di persone, ed escludendo tutti gli altri attori politici, sta suscitando un crescente risentimento. Per molti bisognerebbe costringere Maliki a dimettersi negandogli la fiducia con un voto parlamentare. Il primo ministro sarebbe costretto a lasciare il suo incarico per permettere una nuova nomina. Già nel 2007 c’è stato un (fallimentare) tentativo di destituirlo, ma oggi le cose sono diventate più serie.
I leader delle maggiori forze politiche governative si sono incontrati nell’Iraq settentrionale per discutere sul ruolo di Maliki e la eventualità di liberarsi di lui, secondo quanto riferito da importanti personalità della scena irachena e da alcuni diplomatici occidentali. Uno dei membri al vertice della “Alleanza Unita Irachena”, una coalizione di partiti sciiti e indipendenti che rappresenta il blocco più ampio nel parlamento, ha dichiarato: “abbiamo contato i voti e ne abbiamo abbastanza per ritirare la fiducia e nominare un nuovo primo ministro”. Quello che manca, tuttavia, è un accordo su chi debba prendere la guida al vertice – un aspetto che i partiti vogliono assolutamente definire prima di procedere a una qualsiasi mossa.
I partiti sunniti lamentano di sentirsi offesi dalla mancanza di fiducia nei loro confronti e dalla esclusione dai processi decisionali. I curdi sono furibondi perché, nonostante le promesse da parte di Maliki, non c’è stato ancora il voto che deciderà se le aree contese nel nord, compresa la ricchissima Kirkuk, debbano diventare o meno una parte della regione del Kurdistan. I curdi sono anche turbati dal fatto che il premier abbia radunato gli arabi nel nord del Paese, cercando di spostare gli equilibri di potere attuali. Ma se Maliki si mostrasse disponibile ad accogliere alcune delle richieste curde – in particolare sul "referendum Kirkuk" potrebbe guadagnarsi il consenso di queste forze.
Tra i seguaci sciiti del premier la dinamica in atto è più complessa. Alcuni partiti come il "Supremo consiglio" condividono con i curdi il desiderio di affidare maggiori poteri alle province, in parte anche per limitare la forza del governo centrale. Ma altri gruppi sciiti, come quelli allineati all’anti-americano Moktada al Sadr, sono più cauti circa questa possibilità, sostenendo una visione opposta che mira a rafforzare l’’identità nazionale irachena attraverso un forte governo centrale.
L’ex portavoce del parlamento al-Mashhadani, che si è dimesso alla fine del 2008, accusa i suoi avversari di averlo fatto fuori perché “sperano che dopo sarà più facile estromettere Maliki”. Ma il voto di sfiducia al premier non rappresenterebbe un colpo di stato: piuttosto possiamo considerarlo un modo democratico e regolare di cambiare governo. Nonostante tutto, a meno che non si riesca a trovare un compromesso sul successore, il governo in carica e quello futuro rischieranno di venire trasportati dalla corrente per mesi, come è successo dopo le elezioni del
C’è un ulteriore problema da considerare: le "qualità" di Maliki, che i membri del parlamento non riescono proprio a sopportare. Le sue maniere forti e l’abitudine cesarista a selezionare gruppi di sostenitori locali che sono alla base del suo successo popolare. Meglio conservare il premier al suo posto o tentare di estrometterlo dal governo? Una domanda dalla difficile risposta.
