Il ballottaggio romano svela tutte le contraddizioni dell’Udc

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Il ballottaggio romano svela tutte le contraddizioni dell’Udc

26 Aprile 2008

Strano destino quello di Pierferdinando Casini. Dopo aver dovuto recitare  obtorto collo  la parte del fiero autonomista e aver “tenuto botta” alla trionfale vittoria del Pdl e della Lega – salvando la faccia grazie alla cassaforte di voti di Totò Cuffaro, il quale ha portato in dote gli unici tre senatori eletti, tra i quali proprio lui il “vasa vasa”- ora si trova di fronte a una situazione particolarmente imbarazzante: il ballottaggio tra Rutelli e Alemanno.

Non ci sarebbe stato nulla di strano se l’Udc, dopo essersi addirittura divisa al suo interno con le due candidature di Ciocchetti e Baccini, avesse optato al secondo turno per Gianni Alemanno. La storia degli ultimi quindici anni avrebbe ampiamente giustificato la scelta. In quasi tutte le voltazioni l’opposizione di centrodestra ha sempre agito di comune accordo nell’aula Giulio Cesare.

E invece no. La posizione ufficiale decisa è “libertà di scelta”, che in altre parole vuol dire: chiunque vinca, seguendo i principi della parte più degenerata del costume politico democristiano, l’Udc si potrà presentare a chiedere il conto. Magari dicendo sottovoce al vincitore: “Sai, abbiamo detto libertà di scelta, ma in realtà abbiamo appoggiato te…”. Così ci scapperà qualche incarico di sottogoverno, o una benevolenza per il Suocero.

Certo è pur vero che lui fa da solo, peró un ulteriore appoggino non guasta. Eppure a chi conosce un po´ la storia politica capitolina risulta veramente difficile comprendere questa scelta. Basta scorrere gli interventi del capogruppo in Campidoglio, Dino Gasperini, moderati nello stile ma durissimi nella sostanza, per capire quanto sia illogica l’attuale pilatesca “libertá di scelta” . 

A nulla è valsa la presa di posizione netta della base dell’Udc romana, che “in disaccordo con la linea dettata dalla classe dirigente nazionale che ha invitato i propri iscritti e i propri elettori a non schierarsi al ballottaggio per l’elezione del Sindaco di Roma”, ha deciso di appoggiare Gianni Alemanno.

Da parte di Casini si è assistito a un vero e proprio valzer di posizioni, parodia dell’equilibristico savoir faire del suo maestro Arnaldo Forlani. Prima ha detto a Veltroni che avrebbe deciso appunto l’Udc romana. Poi ha rimandato ad ipotetiche primarie e infine ha intimato il partito capitolino ribelle di uniformarsi, pena l´espulsione!

Peraltro il carattere dell’alleanza che appoggia Rutelli, ormai anacronistica nella sua composizione ancora in stile Unione (a tal punto da prevedere come vicesindaco Patrizia Sentinelli), avrebbe reso ancor piú semplice optare per un esplicito appoggio ad Alemanno.

L´unica spiegazione è l´omogeneitá antropologica tra Casini e Rutelli e lo stesso Veltroni. In fondo frequentano gli stessi posti, si ritrovano l’estate e nei week end tra Ansedonia e Sabaudia, insomma sono parte coerente della stessa casta.

Peró in futuro, il buon Pier, se non farà meglio i suoi calcoli, si ritroverá magari con l´appoggio della figlia Benedetta (la quale ha confessato che grazie alla scelta “autonomista” nelle Politiche per la prima volta è stata politicamente fiera del papà), ma si vedrà relegato a un ruolo che lui per primo non merita: novello Mastella del centrosinistra.

Con una sostanziale differenza: Mastella è sempre stato, fin troppo, padrone assoluto del suo partito, unico controllore della cassaforte di voti nel Sud, in particolare campana.

Casini invece si ritrova ad avere una rappresentanza a Palazzo Madama solo in virtù dei meriti elettorali di Cuffaro e dunque è in balía degli umori del “suo” senatore. Il quale, come se non bastasse, ha già definito il suo futuro: “Ora farò il senatore e mi occuperò dei miei guai giudiziari, poi farò il ministro”. L´ultimo desiderio non si capisce come possa esser esaudito, se non confluendo nel Pdl, magari attraverso quel Raffaele Lombardo divenuto trionfalmente Governatore della Sicilia, proprio grazie alla “eretica” alleanza.

Che peccato, davvero. Se Casini non si fosse testardamente legato a un simbolo ormai evidentemente assorbito per tradizione e idee nel Pdl, oggi si ritroverebbe in un partito tutto da costruire ma che avrebbe potuto esser suo agevolmente nel giro qualche stagione, naturale erede del Cavaliere.