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Tra infezioni e ignoranza

Il “basso“, dove Napoli muore per il disinteresse della politica

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Lo stillicidio di infezioni che si registrano periodicamente a Napoli, non è più tollerabile. L’essere un porto di mare non assolve la città, dal momento che i dati epidemiologici rilevati negli ultimi due secoli ci confermano che la prima ad essere colpita con il più alto tasso di infezioni è proprio quest’antica capitale del nostro Mezzogiorno. Da tempo ci si sofferma sulle cause che condannano questa meravigliosa metropoli e il suo hinterland a soccombere a causa dell’altissima densità di abitanti nei bassi assiepati nei vicoli malfamati, e per la loro fatiscenza, senza mai venir a capo di una soluzione.

Sui bassi di Napoli si è molto scritto, spesso facendo la fortuna di molti personaggi. Con i vicoli, gli angiporti, i fondachi, visti come simboli di un mondo fantastico e pittoresco, esso ci è stato presentato meno nella sua realtà sociale ed economia, tanto che la sua reale fisionomia resta sconosciuta ai più. Non vi si è sottratto neppure il teatro di Eduardo quando in “Napoli Milionaria” ci presentava – a mo’ di documentario – gli abitanti di quei tuguri come i classici di una cultura tutta partenopea che, nonostante “l’abbandono di dio e degli uomini”, riuscivano a sopravvivere sorretti da una filosofia del tutto originale.

Del basso cominciò a parlarne Giovanni Boccaccio nel lontano 1325 quando fu condotto dal padre in questa città all’età di dodici anni da restarne favorevolmente colpito, per poi descriverlo nel suo Decamerone: “…guardo quelle che siedono presso la porta delle loro case in via Capuana; di ciò gli occhi porgendo grazioso diletto…”. E più di recente E.A.Mario nella canzonetta “O vascio”, il quale, tessendo l’elogio di quel tipo di abitazione, declamava: “…Se ospita una bella ragazza, esso è migliore di una reggia”. Ma, poiché il basso investe una cultura secolare, la sua tragica realtà esula da un semplice problema esistenziale locale per divenire una questione di politica nazionale e di legalità connesse ai fenomeni della emarginazione e della endemica disoccupazione.

E’ noto che “ ’o vascio” è un’abitazione unicellulare, al massimo di due stanzette a piano matto , ricavata da antichissimi locali destinati a depositi che in successione si aprono nei numerosi vicoli della Napoli del centro storico e in alcuni paesini della periferia. In poco più di una dozzina di metri quadri ci vive una famiglia di almeno 5 persone. La funzione di questo locale è praticamente quella di mero dormitorio dato che la maggiore attività, fatta di piccoli espedienti, è vissuta lungo i vicoli, sì da conferire ad essi un carattere di intimità e da suscitare nel visitatore la sensazione di trovarsi non in una strada, ma in una calda, accogliente grossa abitazione. In senso lato, il nome di basso può essere attribuito sia a quei gruppi di edifici a piano terra che si costruivano nel medioevo come magazzini per il commercio delle merci provenienti dal mare, sia riferito a un processo di differenziazione sociale e ambientale delle zone destinate al basso ceto. Vale a dire un fondaco che, a spregio della modernità, ancora sopravvive (sebbene limitatamente) in città di mare come Dublino e Anversa.

A differenza di queste ultime, però, nei bassi di Napoli è racchiusa una parte della storia di una Capitale. Terra ambita da poeti, scrittori e curiosi d’ogni sorta per la dolcezza del suo clima, la natura voluttuosa, il folclore multiforme dato dalle diversissime e antichissime origini antropologiche del suo entroterra che poco hanno a che vedere con la ‘grande’ storia, Napoli, da città impegnata qual era destinata a essere, negli ultimi decenni è divenuta un luogo irreale. In verità, questa Napoli leggendaria non è mai esistita se non nella fantasia dei suoi (ignari?) detrattori. Oggi questa facciata sta sgretolandosi sotto il peso di enormi contraddizioni e, come tutte le megalopoli mostra le sue disfunzioni più visibili dovute a un’inammissibile incuria amministrativa, al sottosviluppo, alla malavita e alla diffusa sottocultura, da cui una insanabile frattura sociale tra il popolo comune e un’èlite di grande spessore culturale ma eccessivamente dottrinale, che stoicamente, e diciamo pure, eroicamente, ancora resiste: fattori che hanno impedito il consolidarsi di una vera democrazia, come in quasi tutto il nostro mezzogiorno.

Tornando ai “ricoveri”, parte di essi sopravvive fin dal secolo XV, legati al fenomeno del primo grosso inurbamento europeo. Mentre i governi di molte città dell’epoca procedevano alla trasformazione edilizia adattandola ai mutati tempi, gli Aragonesi per evitare lo spopolamento delle campagne circostanti si limitavano a emettere una serie di ‘Prammatiche’ (Ordinanze) contro lo sviluppo edilizio. Gli immigrati, composti per lo più di contadini, piccoli artigiani e trafficanti di diversa natura non trovando alloggi, perché quelli restanti erano occupati dalle numerose famiglie dei funzionari e militari spagnoli, finirono per adattarsi in questi “tuguri” destinati inizialmente a depositi. Da allora, i cosiddetti bassi si moltiplicarono a vista d’occhio senza che nessun Governo se ne curasse, tanto che verso la metà del XVIII secolo, invece di diminuire a causa del perdurante divieto urbanistico, la popolazione superò il mezzo milione, portando Napoli al primo posto tra le città europee per densità demografica. Nonostante i Borboni ampliassero le mura, si dovette attendere il colera del 1884 per riconoscere che questi agglomerati, prossimi al porto, costituivano un terreno fertile per malattie a carattere epidemico.

In tale occasione il censimento denunciò 22.785 locali di quel tipo, occupati da 105.257 abitanti. L’intera Italia trasalì, richiamando l’attenzione dell’Europa. “Bisogna sventrare Napoli”, fu allora la frase alla moda; sembrava che il Governo centrale non desiderasse altro che far sparire da Napoli le abitazioni malsane. Difatti qualche anno dopo, sulla spinta del sindaco Nicola Amore (magistrato di spicco dell’epoca, cui oggi è intitolata una delle maggiori piazze di Napoli, che Matilde Serao definì “il miglior sindaco che mai Napoli avesse avuto”), con la sua “Legge per il risanamento della città” da cui scaturì la “Società pel Risanamento di Napoli”, si diede inizio ai lavori limitandosi a elevare una specie di paravento dinanzi alla Napoli dei vicoli. Furono abbattute anche vecchie case patrizie, ma il sudiciume dei bassi rimase. Ne “Il ventre di Napoli” la lungimirante Matilde Serao su Il Mattino lanciò una furibonda invettiva al premier di allora, Agostino De Pretis: “Sventrare Napoli? Credete che basterà? Voi vi illudete che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli”. “Voi non potete lasciare in piedi le case lesionate dall’umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all’ultimo piano si brucia nell’estate e si gela nell’inverno, dove le strade sono ricettacoli d’immondizie, nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti [...] il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione, bisogna ricostruire Napoli quasi daccapo…”.

Negli ultimi decenni i crolli dei palazzi nei vicoli dei quartieri spagnoli e una chiesa di Forcella che cade a pezzi, sono l’emblema di questo degrado. C´è un vecchietto in questo rione, che tra l’altro ha dato i natali a Nino Taranto e a Bud Spencer, che raccoglie e conserva i bulloni che cadono dalle impalcature di un’antica Chiesa: “Faccio la collezione, così quando moriremo tutti, troveranno il mio tesoro e sapranno che è stata colpa dell´indifferenza”. I bombardamenti dell’ultima guerra che distrussero oltre centomila appartamenti in tutta Napoli non evitarono che si ricostruissero nuovi bassi! Oggi questi terranei fatiscenti sono molto più puliti e meno squallidi di come apparvero a Renato Fucini nel 1877 che li descrisse in “Napoli a occhio nudo”. Anzi appaiono illeggiadriti da tendaggi e vivacizzati da televisori, poster ed elettrodomestici, magari raccattati a quattro soldi alla Duchesca.

Nati come ricoveri temporanei, questi locali sono divenuti dimore stabili per emarginati. Vero è che negli anni sessanta furono creati altri rioni popolari in alcune zone periferiche, ma è anche vero che gli appartamenti di quei rioni finiscono per essere assegnati a famiglie di nuova formazione che, abbandonando le campagne si trasferiscono in città. Ma l’appartamento per tutte non c’è, e alcune vanno a occupare i nuovi depositi e li trasformano in nuovi bassi. Talvolta qualche inquilino di questi tuguri riesce a farsi assegnare un alloggio popolare, com’è avvenuto con la legge 167 del ‘62 a Scampia, Pianura e Ponticelli. Ma essendo questi alquanto distanti dal centro, adattando a sé le leggi vigenti, danno in affitto l’alloggio buono e rimangono compiaciuti nelle loro ‘tane’: lì se non altro possono continuare i loro commerci abusivi provenienti dal porto al riparo da occhi ‘indiscreti’, semprecchè non vengono affittati a cittadini extracomunitari, spesso irregolari a prezzi “proibitivi”. Si è così ricreato l’antico circolo vizioso, difficilissimo da stroncare.

Non essendovi ancora un censimento ufficiale, a tutt’oggi ci si deve basare sulla rilevazione compiuta dalla Doxa del 1965 che contava circa 45.000 abitazioni come “bassi” con un numero di abitanti che superava le 200.000 unità, vale a dire una ogni 6-7 napoletani. All’esterno di ciascuna di queste case censite nel 1931 (con intenzioni risanatorie che la guerra vanificò), c’è una targa di marmo con una scritta significativa: “Terraneo non destinabile ad abitazione”. E’ una frase provocatoria che sta a testimoniare una volontà fatta solo di belle intenzioni.

Fra le numerose conclusioni che il lettore può trarre, a me ne viene in mente una, la più ovvia: sarà in grado il nuovo sindaco de Magistris (anch’egli proveniente dalla magistratura come Nicola Amore, il sindaco del famoso Risanamento di fine ‘800) di accogliere questo pressante invito dei suoi concittadini? Se prendo in considerazione la sua determinazione, ci potrei anche sperare. Ma, fintanto che i miei conterranei non si mettono in testa di pagare tutti i tributi, non ci credo; vale a dire che, nonostante l’impegno civile di sempre più numerosi cittadini, il basso, con la sua gente, resta il vergognoso emblema di un secolare disinteresse politico-amministrativo nei confronti di una metropoli che, ciononostante, assieme ad altre fu ed è giustamente considerata la culla di una cultura umanistica di prim’ordine.

 

 

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