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Una nuova frontiera della fisica

Il Big Bang di Ginevra è stato un grande successo made in Italy

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Per una volta la ricerca italiana può gioire, anziché stracciarsi le vesti. Oggi si è infatti celebrata un’impresa che porta un chiaro marchio made in Italy, anche se ha coinvolto migliaia di scienziati di tutto il mondo e se il luogo dell’esperimento è stato Ginevra. Il Cern (European Organization for Nuclear Research) ha finalmente messo in funzione il Large Hadron Collider (LHC), il nuovo acceleratore di particelle, segnando una tappa importante nella storia della fisica. Lhc sfrutta una tecnologia e un principio che sono nati in Italia negli anni '60 e, su quattro direttori generali del Cern, due, che hanno avviato e seguito la realizzazione di LHC, sono italiani: Carlo Rubbia e Luciano Maiani, oggi entrambi presenti sul posto come ex responsabili del Centro insieme con i fisici e i molti studiosi e tecnici che hanno contribuito alla realizzazione dell’acceleratore. 

Il Large Hadron Collider intende riprodurre i fenomeni esistenti in natura dei raggi cosmici a livello di laboratorio, permettendone lo studio in dettaglio. Durante l’esperimento sono stati lanciati nell’acceleratore dei fasci di protoni, che in futuro entreranno in scontro frontale per produrre collisioni ad altissima velocità ed energia. Le particelle generate dallo scontro saranno poi analizzate dai fisici per comprendere ciò che è successo negli istanti successivi al Big Bang. Maiani, oggi presidente del Consiglio Nazionale delle ricerche dopo essere stato direttore generale del Cern dal 1999 al 2003, è molto soddisfatto: “È andato tutto benissimo e la macchina funziona perfettamente. Quello che abbiamo visto oggi è il risultato di un lavoro gigantesco fatto in questi anni. L’obiettivo è di arrivare a regime nei primi mesi del 2009”. 

L’esperimento ha suscitato molte preoccupazioni poiché, secondo alcuni ricercatori molto sostenuti dai mass media, comporterebbe il rischio della creazione di un buco nero che potrebbe risucchiare la terra. Gli scienziati di Ginevra, a partire dal direttore generale del Cern, Robert Aymar, ribadiscono però la non pericolosità, poiché collisioni di energia molto più elevate rispetto a quelle create artificialmente dall’acceleratore avvengono in natura continuamente, senza che il cosmo ne subisca alcun danno. Peraltro, diversi gruppi di studio, il primo dei quali nominati da Maiani, ha confermato che l'esperimento è da considerare a rischio zero. “Uno studio fatto nel 2001 dall'Lhc Safety Study Group, un gruppo indipendente di scienziati, poi ribadito e aggiornato dall'Lhc Safety Assessment Group (Lsag) ha chiarito che le collisioni all'Lhc non presentano alcun pericolo e che non ci sono ragioni di preoccupazione. Il rapporto Lsag è stato esaminato e approvato dal Cern Scientific Policy Committee” dice il presidente del CNR. Insomma: “è stato giusto porsi il problema, ma i risultati escludono qualunque preoccupazione”.

Dibattuta è anche la utilità dell'esperimento dal punto di vista scientifico. Una prima ricaduta tecnologica, LHC l’ha già avuta: il Web oggi usato comunemente per Internet è nato infatti per permettere agli scienziati del Cern di comunicare in modo efficace fra loro e con i colleghi in giro per il mondo. E’ però chiaro che esperimenti e investimenti di questa portata non si giustificano per le applicazioni indirettamente generate, se non hanno un ‘core business’ di evidente utilità. In questo senso, la risposta è sul piano dell’avanzamento delle conoscenze. Oggi gli studiosi sanno che il 95% della massa dell’universo è costituita da materia diversa da quella ordinaria, ma non sanno di che cosa si tratti. Con Lhc cercheranno di capirlo. E cercheranno anche di guardare oltre le tre dimensioni dello spazio oggi conosciute, entrando nell’infinitamente piccolo dove potrebbe mutare anche la dimensione temporale.

Siamo davvero alla frontiera. Alle Colonne d’Ercole di una nuova concezione e conoscenza della realtà. Il viaggio dei nuovi Ulisse, però, costa parecchi soldi.

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