Fine di un mito

Il Blairismo ha distrutto il partitito laburista e la vecchia etica socialista

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Gli anni Trenta ci hanno insegnato che le situazioni di crisi sono una mezza fortuna per la Sinistra. Ma nelle attuali condizioni economiche e sociali, che sembrano ricordare quelle di Weimar, e con i Tories che sono diventati l’ombra di quello che erano, è sorprendente che il “New Labour” si trovi in una condizione politica così negativa. 

Anche altri partiti europei social-democratici e di sinistra si trovano in un guaio simile. Perché? In Gran Bretagna non è colpa di un singolo individuo, e neanche di Gordon Brown. D’altro canto, ci troviamo nel mezzo di un fallimento sistemico che i vecchi difensori della sinistra definirebbero la rivincita di Marx: una crisi del capitalismo su scala mondiale.

Ben un secolo prima che venisse inventata la parola “globalizzazione”, il “Saggio di Soho” (Marx, ndr) aveva scritto del “pasticcio che si è venuto a creare quando tutti i popoli hanno avuto accesso alla rete del nuovo mercato mondiale”. Non solo, predisse anche “l’interdipendenza universale delle nazioni” ma vide all’orizzonte “la rovina delle industrie nazionali” e persino “lo smantellamento stesso delle nazionalità”. Secondo lui, il capitalismo era al tempo stesso una forza creatrice e distruttiva. La sua capacità di distruzione si basava, tra le altre cose, nel suo potere intrinseco di “spazzare via tutte le relazioni consolidate” che trovava sul suo cammino.

La confusione nella quale si trovano attualmente le economie mondiali è molto profonda. In Gran Bretagna e anche altrove, la liberalizzazione del mercato ha fatto sì che il Tesoro pubblico si trasformasse in una montagna di debiti. Allo stesso tempo, però, agli enti pubblici è stato richiesto di sottomettersi alla “disciplina del mercato”, mentre i dirigenti delle imprese hanno fregato intere fortune anche quando era il contribuente a tirarli fuori dai pasticci. “Dai abbastanza corda a un capitalista e si impiccherà da solo”, disse una volta Lenin.

Ma è proprio nel momento in cui vengono adottati i metodi socialisti e semi-socialisti per affrontare la crisi, che il partito Labour, in preda al disfattismo, sembra in maggiore difficoltà. La ragione non è difficile da spiegare: il Labour come movimento popolare, come partito e come incarnazione di un’etica, è stata distrutto dal Blairismo.

Il Labour non è mai stato così modernizzato come con Mandelson. Con la rivincita elettorale come premio – state attenti Tories di oggi! – i vecchi obiettivi del Labour sono stati trasformati. Questo processo venne guidato dalla necessità riconosciuta di dare una scrollata allo “statismo fuori moda” del vecchio Labour e di “seguire la corrente” delle forze di mercato cambiando il “marchio” del partito.

I leader del "New Labour", alcuni dei quali sono ex-marxisti, hanno dichiarato che stiamo vivendo in tempi “post-ideologici”. Gli interessi dei produttori – un codice con cui si usava definire la classe lavoratrice – sono diventati un albatro politico. Se le vecchie tute blu (donkey jackets, le “giacche pesanti”, ndt) e i proletari buoni solo ad aprire la bocca (vowel-sounds, ndt) sono stati tagliati fuori, quelli dai capelli ingelatinati e con gli occhialetti da intellettuale sono stati tirati dentro. Il cittadino è stato rimpiazzato dal consumatore, e il regno della politica doveva essere trattato come un qualsiasi altro pezzo del mercato.

Per di più, il processo di “ricostruzione del marchio” ha messo da parte molte delle vecchie credenze del Labour sulle virtù della comunità, sulla dignità del lavoro produttivo e sull’etica del servizio pubblico. Anche se si è trattato di una costruzione squallida, il Blairismo ha comunque condotto al New Labour, rimettendo al lavoro i suoi leader e dandogli dei benefici personali. Ma ha lasciato gran parte del settore pubblico saccheggiato e inefficiente.

Sotto l’egida di Gordon Brown, le privatizzazioni del New Labour sono andate ben oltre quelle fatte dai Tories. I sindacati, ormai spogliati dei loro privilegi – e già messi K.O. del modo spietato in cui il tatcherismo aveva gestito il settore manifatturiero e il governo locale – sono gradualmente scomparsi dalla scena pubblica. E nonostante i capi dei sindacati abbiano continuato ad essere i principali tesorieri del New Labour, gli interessi dei sindacati sono stati largamente ignorati. Colpire i lavoratori delle raffinerie adesso serve necessariamente a “globalizzare” le loro prospettive.

Anche lo stesso nuovo “marchio” del New Labour si è rivelato un ibrido, né carne né pesce. Ha dato spazio alle politiche della cosiddetta “Terza Via”: una combinazione tra l’apparente preoccupazione verso il tema della giustizia sociale e la deferenza verso gli interessi del business; la correttezza politica nei confronti della corruzione politica e, per riempire il vuoto, la retorica dell’innovazione, delle opportunità per tutti e delle aspirazioni di tutti; o ancora “i fervidi appelli verso qualsiasi cosa arrivi”, come spiega un Americano di bell’ingegno. Tories, ancora una volta, state attenti!

Le debolezze del New Labour derivano sostanzialmente dal fallimento del “progetto socialista”. Il socialismo, così come il comunismo, è caduto con il Muro di Berlino. E in questo vuoto si è imposta un’alternativa politica disastrosa per le democrazie occidentali, sia per la sinistra sia per l’ordine sociale e morale: la politica dei diritti umani. Originalmente si trattava di una politica dell’Illuminismo, dell’emancipazione, e della protezione dei cittadini nei confronti dei tiranni, ma è diventata la politica della libertà-per-tutti e della dissoluzione sociale: la vera antitesi della vecchia etica socialista.

La politica dei diritti umani era destinata a diventare la politica di molti degli ex socialisti che si sono arenati, in Gran Bretagna o altrove, e che si trovano bloccati senza una vera ragione. Si tratta di una politica che ha attrezzato la sinistra – o quel che ne resta – con argomenti che cercano di proteggere i perseguitati, dando, allo stesso tempo, una licenza ai delinquenti. Questa politica ha cercato di salvaguardare chi è stato trattato ingiustamente, ma ha anche inventato lo spauracchio dello “stato di polizia” nella società più libera che la storia abbia mai conosciuto; una falsità orwelliana nella sua stessa menzogna.

E’ una politica che, nel nome della giustizia, ha appoggiato le richieste di diritti anche quando il possesso e l’esercizio di tali diritti nuoceva alla società civile e alle sue istituzioni. Per di più, si tratta di una politica che talvolta ha mostrato più comprensione morale per i malfattori che per le loro vittime, come se non ci fosse una vera differenza tra i buoni e i cattivi cittadini.

Nello strano mondo che i nuovi laburisti hanno cercato di costruire, tutti i doveri ci sono dovuti ma non ci appartengono. In effetti, come sapeva bene un tempo l’Old Labour – con il suo senso del dovere verso la comunità e nei confronti del prossimo – nessuna democrazia può basarsi solamente sui diritti. I socialisti di un tempo non solo erano egalitari dal punto di vista economico, ma erano dei moralisti che sapevano facilmente distinguere tra giusto e sbagliato. Adesso, per molti di questi “progressisti” post-socialisti, l’individuo ha il diritto di scegliere qualsiasi cosa desideri il suo cuore. Ma questa non è anche la politica del libero mercato e dei Tories libertari? Sì, lo è.

Sotto le pressioni combinate degli interessi delle corporazioni e dei lobbisti professionisti dei diritti umani, con le loro richieste di tutti i colori, il New Labour ha quindi ritrovato se stesso senza avere una filosofia sociale coerente. Il New Labour condivide alcuni dei suoi dilemmi con il partito conservatore. Le libertà individuali vanno limitate se la giustizia, inclusa quella sociale, deve essere mantenuta in tempi di dura crisi; e i poteri dello Stato possono essere incrementati per difendere la libertà.

Quello che appare chiaro è che i problemi della nazione non sono alla portata del New Labour. Il prezzo del suo “rebranding” è stato troppo alto: il suo fallimento politico come partito e movimento. Attenti Tories!

Tratto da "Spectator"

Traduzione di Fabrizia B. Maggi

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