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Dov'è finita la vocazione USA al libero scambio?

Il brusco risveglio dell’agenda commerciale statunitense

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Questa settimana, l’agenda commerciale degli Stati Uniti è stata riportata all’attualità e risvegliata dal suo lungo e irregolare sonno. E mentre l’agenda si alza, si sciacqua, e si stiracchia un po’, pronta per fare affari, si può iniziare a fare un’analisi della situazione e chiedersi in che modo siamo cambiate le cose dal primo letargo (in realtà, questa domanda è stata posta un bel po’ di volte ma è stata sempre messa da parte).

La recente ripresa della discussione è giunta quando il presidente Obama ha presentato al Congresso americano gli accordi di libero scambio con la Corea del Sud, la Colombia e Panama. E’ cambiato davvero molto da quando quegli accordi sono stati assunti, ovvero tra il Novembre 2006 e il Giugno del 2007. A quel tempo, gli accordi mettevano gli Stati Uniti in primo piano dinanzi alla liberalizzazione mondiale del commercio. I patti erano stati progettati per dare agli esportatori statunitensi una via di acceso preferenziale ai mercati dei paesi partner.

Oggi tutti quei assunti sembrano essere andati in frantumi. Sulla scena globale, le difficili battaglie interne per superare linearmente gli accordi di quattro anni fa hanno portato il mondo a dubitare dell’impegno degli Stati Uniti nella promozione di una vera apertura dei mercati. In più, durante questa lunga transizione, gli Stati Uniti hanno perso molte possibilità di utilizzare le vie di accesso preferenziali che gli accordi originariamente gli offrivano. Il Canada ha firmato un accordo di libero scambio (Free Trade Agreement, FTA ndt.) con la Colombia, che è entrato in vigore lo scorso agosto.

Questo accordo dà agli esportatori di grano canadesi, libero accesso al mercato colombiano, mentre gli agricoltori statunitensi continuano a fronteggiare dazi doganali. Nel mercato più grande, ovvero quello della Corea del Sud, le imprese europee hanno ottenuto un accesso più facilitato attraverso un accordo di libero scambio tra Unione Europea e Corea, firmato lo scorso Luglio.

Oggi gli accordi statunitensi per il Congresso sarebbero ancora preziosi, ma le offerte porterebbero ad una parità di condizioni di accesso al mercato. La cosa più importante è quella di recuperare il tempo perso e il ritardo, e non quella di vantare una posizione leader.

E cosa ne sarà dell’impatto economico? 

Forse il passare del tempo e i difficili sforzi di rinegoziazione hanno permesso ai tre accordi di completarsi e di maturare in un modo benefico. L’azione reale qui è con la Corea del Sud, visto che la mole della sua economia fa sembrare la Colombia e Panama due piccole economie.

Nel 2007, il mediatore ufficiale delle stime d’impatto economico degli accordi, ovvero la U.S. International Trade Commission, ITC (la Commissione americana per il commercio internazionale, ndt.), aveva previsto che l’accordo di commercio libero con la Corea avrebbe rilanciato le esportazioni americane con un rendimento di circa 11 miliardi di dollari l’anno.

Ora erano stati previsti quattro anni di guadagni di questo tipo, e invece che cosa abbiamo ottenuto?

La rinegoziazione è stata fortemente incentrata sul settore automobilistico, perciò l’ITC non si è minimamente preoccupata di rivalutare l’intero accordo. In un aggiornamento delle stime relative all’accordo risalente al Marzo 2011, ha chiesto che cosa gli esportatori di automobili si potevano aspettare dalla rinegoziazione dell’accordo. Mentre le vecchie stime avevano previsto un incremento dei veicoli a motore negli Stati Uniti e una salita delle esportazioni in Corea del Sud dal 46 al 59 per cento, le nuove stime prevedono un aumento pari al 54 per cento. Quindi, in termini di impatto economico, le cose non sono affatto cambiate da quando le avevamo lasciate. L’unica cosa positiva riguarda l’ITC, la quale è sempre più a suo agio visti i miglioramenti che si vedono con il passare del tempo  nella precisione delle sue stime.

Forse sono stati fatti dei progressi sul fronte politica interno. Il punto è invece capire se questo lungo ritardo ha alla fine permesso al paese di affrontare le divisioni tra gli scettici e gli entusiasti di commercio che hanno deragliato i tre accordi nel 2008? Purtroppo no.

C’è stato un significativo cambiamento politico raggiunto attraverso la rinegoziazione dell’accordo con la Corea: la Ford e il sindacato UAW (United Auto Workers) sono passati da strenui oppositori a compiacenti sostenitori. Un sostegno così aperto da parte del sindacato a un accordo di libero scambio è stata una vera rarità. Se un’attesa del genere avesse portato a un rientro generalizzato nei ranghi, allora sarebbe davvero valsa la pena di aspettare, ma ciò non è avvenuto.

Il sostegno del UAW per l’accordo con la Corea è stato decisamente tiepido e circoscritto esclusivamente a questo accordo, e non ai due restanti. Altri importanti gruppi di sindacati dei lavoratori, come ad esempio l’AFL-CIO, sono rimasti fermi nella loro opposizione a tutti e tre gli accordi. Ciò non fa ben sperare per il futuro dell’agenda commerciale 2006-07.

Né gioca a favore dell’apparato negoziale per gli ulteriori progressi in atto. L’amministrazione Obama ha indicato che vorrebbe indirizzarsi verso la “Trans-Pacific Partnership”, un accordo di libero scambio tra un gruppo di nove paesi del sud-est asiatico, ma la copertura legale per la negoziazione di tale accordo è scaduta nel giugno 2007. Ma poi perché un governo dovrebbe aver bisogno di una copertura legale per andare a trovare un accordo?

La risposta sta nel fatto che i partner commerciali degli Stati Uniti hanno due grandi paure: 1) il loro attento scambio di concessioni potrebbe essere annullato con degli emendamenti al Congresso, e 2) le loro ragguardevoli offerte d’accesso al proprio mercato li sottoporrebbero agli attacchi politici sul fronte interno mentre gli accordi commerciali stanno arenati e si sfanno.

La statunitense “Trade Promotion Authority”, l’autorità per la promozione del commercio, (una volta conosciuta come “Fast Track”) avrebbe proprio il compito di proteggere i partner su entrambi i fronti. Un tempo si pensava di assicurare ai partner un tempestivo voto positivo o negativo al Congresso statunitense, e così ha fatto fino al 2008, quando l’allora Speaker Democratica della Camera, Nancy Pelosi, ha dimostrato che le protezioni erano illusorie e che gli accordi in realtà sarebbero potuti restare in un limbo per anni e anni.

Una delle principali manovre legislative nel periodo precedente alla presentazione del FTA di questa settimana è stata la sconfitta di un emendamento al Senato che avrebbe restaurato la Trade Promotion Authority dentro l’amministrazione Obama. Il leader di minoranza Repubblicana al Senato, il repubblicano Mitch McConnell, aveva proposto l’emendamento, ma è stato respinto con una votazione di 55 contrari e 45 favorevoli.

Parlando al Congressional Quartery [una pubblicazione nota nel sottobosco di Washington DC, ndt.], il senatore Democratico Ron Wyden “ha espresso la preoccupazione di intraprendere un impegno complesso che richiede di solito mesi o anni per essere completato e di solito è subordinato a legislatori e aziende che operano una politica commerciale americana a lungo termine, e sottolinea il fatto che la legge del 2002 ci ha messo 18 mesi per entrare in vigore”.

Nel caso in cui questo tempistica fosse corretta, gli Stati Uniti possono, da un lato, essere distanti parecchi anni luce da una completa ripresa della loro politica commerciale, o dall’altra possono far sperare quanti tra quei partner commerciali che non sono preoccupati dalla prospettiva di un trattamento duro posto da un Congresso scettico verso il commercio.

Le tristi prospettive per la politica commerciale degli Stati Uniti non dovrebbe indebolire l’entusiasmo di vedere positivamente questi tre accordi di libero scambio, poiché questi potranno in futuro aiutare realmente l’economia statunitense. Il loro passaggio ritardato al Congresso inizierà a ricucire i rapporti tortuosi con gli alleati chiave, come il Presidente della Corea del Sud, Lee Myung-Bak, che sarà in visita alla Casa Bianca il 13 Ottobre.

E la loro conclusione diventerà la strada da percorrere per ripensare un’agenda sul libero scambio post -2007, per quanto tale discussione possa annunciarsi terribilmente complicata.

Tratto dal blog dell'American Enterprise Institute, The American

Traduzione di Manuel Glauco Matetich

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