Il buco nero

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L'editoriale con cui, il 14 dicembre, Giuliano Ferrara ha attaccato frontalmente Marcello Pera va analizzato con attenzione perché rivela molto della temperie intellettuale in cui versa il direttore de Il Foglio.

Che cosa rimprovera, ormai da tempo, Giuliano Ferrara al presidente del Senato? La risposta è semplice ed univoca: gli rimprovera di fare politica.

L'editoriale in questione è il disvelamento finale di una lunga serie di punzecchiamenti e di malevolenze orchestrate da Ferrara ovunque gliene venisse data occasione.

Non sappiamo se Pera abbia chiesto di essere il capolista di Forza Italia in tutte le circoscrizioni del Senato come gli viene rimproverato. Fosse vero non ci troveremmo nulla di strano. E' una delle figure di spicco di quel partito, ricopre più che degnamente la carica di Presidente del Senato e ci pare abbia anche qualcosa da dire all'elettorato di centro destra.

Ma non è questo il punto. Il fatto è che Pera, al contrario di Ferrara, fa politica e quindi compie i passi e le scelte necessarie per far vivere e magari prevalere le sue idee in quell'agone. Ferrara fa altro: un miscuglio di tante cose che sarebbe difficile definire e che con la politica hanno a che fare, ma la lambiscono, la bordeggiano. E quando vi si avvicina troppo, di solito fa danni.

Nel merito infatti non c'è nulla che Ferrara possa rimproverare a Pera. I due dicono cose talmente simili da essere, quasi ovunque, sovrapposte, sia nella critica che nell'apprezzamento. Dovrebbero essere i migliori alleati l'uno dell'altro. Invece Ferrara non fa che storcere il naso, pone questioni di stile come una zitella malcorteggiata: Pera dice cose giuste ma nel modo sbagliato, non soffre quando le dice, non ha il senso del tragico e del grandioso. Bisogna essere 'adeguati, profondi, radicali'. In una parola bisogna essere Ferrara.

Solo lui può dettare i modi e i tempi di una battaglia culturale di cui si è impancato unico paladino. Chiunque altro parli di Dio, di religione e di stato, di neosecolarismo e di laicismo, di identità e di relativismo, se non batte il tempo al ritmo del Foglio commette un' imperdonabile invasione di campo. Altro che stile, è la cara, vecchia egemonia ciò che preme a Ferrara, condita con un intruglio un po' bambinesco di gelosia e prepotenza.

D'altro canto solo i lettori del Foglio possono bersi la storia della mancanza di stile, sottoposti come sono alla totale censura su ciò che Pera fa o dice in prima persona e non nella macchietta a cui l'ha ridotto il direttore. Al punto che sono i soli a non conoscere il testo del messaggio che Benedetto XVI scrisse a Pera in occasione del convegno di Norcia. Unico scritto papale ignorato da un giornale che riporta integralmente ogni parola del pontefice in ogni possibile occasione.

Dice Ferrara che le grandi battaglie culturali si fanno con 'giornali, riviste, fondazioni, comitati ad hoc, manifesti, scuole...'. Ma solo i lettori del Foglio non sanno che è esattamente ciò che Pera sta facendo con la Fondazione Magna Carta, con le sue letture e conferenze in giro per il mondo, con il sito web della fondazione, con gli appelli per l'Università o per i morti di Nassiriya, con i convegni e le pubblicazioni. Certo non con un giornale, visto che l'unico che potrebbe dagli ascolto è diretto da qualcuno che litiga sui modi e trasforma una battaglia comune in una questione di cattivo vicinato.

Ferrara è a suo agio con gli avversari, meglio ancora con i nemici. Li maltratta con bonarietà, li vezzeggia, li blandisce, vizia il loro amor proprio. E' al contrario inabile con gli amici e con gli alleati a meno che ballino nella sua corte. Qui è allora tutto il suo gusto nell'irriderli e ciancicarli. Se Ferrara facesse politica capirebbe il senso di mettere in cassa comune i gruzzoli di idee e risorse di chi va sulla stessa strada. Basterebbe anche quel tanto che se ne fa dirigendo un giornale come il Foglio che con la politica vive in simbiosi.

Invece niente. Preferisce il buco nero del suo ego che per brillare di troppa luce si mangia pure quella.

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