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Il buon senso nel leggere l’economia resta merce rara!

Nei giorni scorsi la Commissione europea nel suo rapporto sull’andamento del debito italiano ha espresso la sua valutazione sottolineando come la regola del debito non sia stata rispettata nel 2018, e non lo sarà nel 2019 e nel 2020 giustificando quindi l’eventuale apertura di un a procedura per debito eccessivo. A ciò si aggiungono anche le preoccupazioni espresse recentemente dal Fondo Monetario Internazionale che ritiene la sostenibilità del debito italiano uno dei principali problemi dell’eurozona insieme alla Brexit e alle tensioni tra Stati Uniti e Cina relativamente all’introduzione di dazi sul commercio delle merci.

Tali preoccupazioni, se da un lato possono risultare comprensibili e giustificabili, alla luce anche di un rallentamento economico che tende ad indebolire l’attuale fase congiunturale riducendo la crescita del prodotto interno lordo, dall’altro ripropongono ancora una volta il tema della contrapposizione tra austerity e politiche anticicliche, una contrapposizione che forse è il caso di esaminare più a fondo, abbandonando quell’analisi che da più parti viene spesso condotta in modo troppo superficiale e frettoloso.

Poiché le raccomandazioni che spesso vengono rivolte dalla Commissione europea nei confronti degli stati membri riguardano principalmente lo sforamento del deficit o l’attuazione di politiche di riduzione del debito, le ricette che vengono spesso proposte si basano su politiche restrittive che se inizialmente possono avere un effetto positivo nel contenimento dei costi tendono però successivamente a far deperire il contesto economico e ad inaridire il tessuto produttivo. Già nel 2013, ad esempio, Olivier Blanchard, allora capo economista e direttore del dipartimento per la ricerca economica del FMI, aveva intitolato una sua ricerca “Errori revisionali di crescita e moltiplicatori fiscali”. Dati alla mano spiegava come i moltiplicatori impliciti nelle previsioni, il rapporto cioè tra riduzione del deficit pubblico e crescita dell’economia, erano sbagliati perché sottostimati di circa un’unità. Il che significa che ogni taglio del deficit ha compresso la crescita in misura maggiore (di una volta e mezzo in più) di quanto previsto. Un errore previsionale notevole con conseguenze preoccupanti. L’errore è stato in qualche modo “giustificato” dal fatto che i moltiplicatori erano stati calcolati prima della crisi e quindi non avevano tenuto in considerazione i fattori straordinari a questa legati (tassi di interesse vicini allo zero, risorse inutilizzate, consumi legati ai redditi presenti e non a quelli futuri). Dalla presa d’atto dell’errore però non ne è conseguita, come sarebbe stato auspicabile, una inversione di tendenza e si è continuati a fare dell’austerità una priorità assoluta che ancora oggi è difficile da mettere in discussione.

Anche per il debito possono essere fatte considerazioni analoghe. È fuor di dubbio che il livello di quello italiano sia elevato soprattutto se confrontato con quello degli altri paesi dell’area euro, tuttavia la domanda da porsi è la seguente: il debito italiano è sostenibile? Sull’argomento à tornato sempre l’economista Olivier Blanchard che in una recente intervista ad un quotidiano nazionale ha ridimensionato il peso delle eccesive preoccupazioni connesse al debito italiano, soprattutto in una fase in cui il livello dei tassi si mantiene molto basso e rende il debito sostenibile. Anche se il 130 per cento del rapporto debito PIL in Italia è un valore molto alto, ha ricordato Blanchard, esistono paesi come il Giappone dove tale rapporto arriva al 250 per cento. Inoltre, spesso si trascura che il saldo primario dell’Italia si mantiene comunque positivo.

Per Blanchard quindi, ciò che occorre è che vi sia fiducia e credibilità sull’efficacia delle politiche che le istituzioni italiane vogliono mettere in campo evitando quindi messaggi confusi o distorti che possano provocare ancora più incertezza agli operatori finanziari sui mercati. Già riuscire a risolvere questo aspetto ridurrebbe in misura significativa lo spread pur restando il livello del debito pubblico su valori percentuali elevati. Ciò che conta, quindi, non è pertanto solo la distinzione tra politiche espansive o restrittive, ma potremmo dire tra politiche fiscali costruttive e distruttive, con le prime che per essere accettate come tali debbono essere percepite qualitativamente in maniera positiva, dimostrando che le misure finanziate con maggiore deficit determinano nel tempo risultati superiori ai costi diventando in questo modo un investimento proficuo per il sistema paese.

Sebbene questa impostazione si scontri con quella tedesca che si oppone a qualunque condivisione del rischio per cui a priori sono contrari a qualunque intervento che determini un eccesso di spesa che possa indebolire il sistema dell’eurozona, solo attraverso la predisposizione di interventi credibili ed anticiclici sarà possibile per Blanchard ridurre quelle differenze così evidenti che adesso esistono tra i diversi paesi della moneta unica e che a lungo termine rischiano di compromettere la tenuta stessa dell’eurozona.

Il problema quindi non è il debito ma le politiche da mettere in campo per favorire lo sviluppo e l’attività produttiva, ricette che dovrebbero avere anche una visione più prolungata nel tempo (e quindi anche risorse ad esempio sull’istruzione e sulla formazione). L’augurio è che il confronto tra le nuove istituzioni europee e quelle italiane nei prossimi mesi possa essere improntato ad un rapporto di maggiore fiducia, questo sicuramente renderebbe qualunque politica anticiclica ancora più efficace, sostenibile e con minori costi.

* Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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