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Uno studio della rivista "Nature"

Il calo demografico nei Paesi ricchi si è fermato e adesso si fanno più figli

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Negli anni '70 si diceva che "il miglior contraccettivo è il benessere". Beh, i tempi sono cambiati, le mode sono cambiate, e anche questo slogan oramai è superato. Quando un Paese raggiunge livelli di sviluppo molto elevati, la natalità riprende a cresce­re. E non soltanto grazie alla chiara e mag­gior propensione a far figli degli im­migrati.

E' quanto emerge da uno studio che sarà pubblicato sul prossimo numero dell’autorevole rivista Nature. Gli autori della ricerca - Francesco Billari dell’Università Bocconi di Milano, Hans Peter Kohler e Mikko Myr­skylä della University of Pennsylvania - dimostrano co­me alcuni Paesi sviluppati abbiano invertito già da alcuni anni i trend legati al calo demografico. Tanto da avvicinare l’obietti­vo dei 2 figli per donna, e raggiungere la "sostenibilità demografica", un obiettivo, questo, che finora è stato raggiunto solo in 3 Pae­si dell’Occidente, vale a dire Stati Uniti, Francia e Islanda.

Prendendo in esame 179 Paesi del mondo, i 3 demografi hanno messo in relazione il tasso di fertilità con un indicatore creato negli anni '80, "l’Indice dello svi­luppo umano". Quest’ultimo considera sì la ricchezza di un Paese, e in particolare il reddito me­dio procapite, ma anche la speran­za media di vita e la diffusione dell’istruzione. "Questi ultimi due parametri so­no importanti perché ― come ha spiegato  il Nobel per l’economia Amartya Sen ― la ricchezza da sola non basta a misurare il tasso di sviluppo di un Paese", precisa il professor Billa­ri. In particolare, la speranza di vita media tiene conto anche dell'efficienza del sistema sanitario e della presenza di disparità sociali: "Più le disuguaglianze sono alte, più sale il tasso di mortalità infantile, abbassando di conseguenza an­che la vita media".

"La fertilità Usa è tornata a cre­scere nel 1976, quando l'indice ha toccato il valore di 0,881; in Norve­gia la svolta c'è stata nel 1983 a 0,892; in Israele la data-pivot è il 1992 con un indice tarato a 0,880". In altre parole, quando l’indice di sviluppo umano supera quota 0,86 il tasso di fertilità rico­mincia a crescere. Ma come ogni regola, anche questa ha le sue eccezioni. "Nonostante l'alto tasso di sviluppo, in Giap­pone, Corea e Canada la crescita de­mografica non accenna a riprende­re. In Giappone, per esempio, l'indi­ce di sviluppo umano ha già supera­to quota 0,94 ma l'indice di fertilità resta fermo a 1,26 figli per donna - spiega Billari - il nostro studio utilizza dati del 2005, rilevazioni più recenti ci fanno pensare che in Canada la cresci­ta demografica stia riprendendo. L'eccezione, insomma, non sareb­be più tale".

Per quanto riguarda Giappone e Corea, invece, i demografi hanno un'altra ipotesi: "Sono en­trambe nazioni in cui le dispari­tà di 'genere' sono ancora forti. La fa­miglia ha un ruolo importante, in cui gli uomini lavorano molto e le donne hanno il doppio carico di la­voro dentro e fuori casa". In­somma, l’indicatore di sviluppo umano dovrebbe forse prendere in esame anche un terzo para­metro: le relazioni tra uomini e donne e la parità dei sessi.

E in Italia? "Per noi l’anno della svolta è stato il '94 quando abbia­mo raggiunto un indice di sviluppo umano pari a 0,892", spiega ancora Billari. In 15 anni il nostro Paese è quindi risalito dal tasso di (in)fertilità re­cord di 1,2 figli per donna all'1,35 attuale. Non che la situazione sia completamente cambiata ma almeno un primo passo in avanti è stato fatto: l'Italia è al 19° posto nella classifica dell’indice di sviluppo umano presa in considera­zione dai demografi. Il margine di miglioramento è notevole anche sul fronte della fertilità: nella classifica dei figli per donna siamo sì fermi al 29° po­sto, ma a ogni incre­mento di 0,05 punti nell'indice di sviluppo corrisponderebbe un aumento dello 0,2 del tasso di ferti­lità. E' poco, ma è un segnale positivo.

Nel Mezzogiorno però le donne fanno sempre meno figli e questo potrebbe essere spiegato dal fatto che l'indice nel Mezzogiorno non ha an­cora superato la fatidica quota 0,86. Ma non è escluso che ― come avviene in Giappone e in Corea ― possano influire fattori legati alle dinami­che familiari.

L'ultima questione è legata all'immigrazione. Quanto influisce sui tassi di fertilità nei Paesi più sviluppati? "Non direi pro­prio che le cose possanno essere messe in questo modo ― risponde Billari ― gli im­migrati danno un contributo ma bi­sogna tenere conto che, una volta stabilizzati nel nuovo Paese, anche loro cominciano a fare meno figli. E poi basta vedere l'esempio della Francia: Oltralpe l'immigrazione è in calo mentre il tasso di fertilità è in crescita, al punto da sfiorare or­mai i 2 figli per donna". Morale: "Un Paese con un alto indice di svi­luppo umano attrae di più gli immi­grati ma convince anche gli abitan­ti storici a fare figli".

La ricerca non si sbilancia nella valutazione delle politiche che incentivano le fami­glie ad allargarsi. "Paesi che hanno in comune tassi di fertilità elevati hanno raggiunto l'obiettivo attra­verso vie diverse. Negli Stati Uniti il reddito procapi­te molto elevato permette a ciascu­no di costruirsi un welfare familiare su misura, fatto di tate e baby sit­ter. In altri Paesi si è puntato di più sui servizi pubblici", conclude Billari. Studiosi a parte, spetta a ciascuno di noi individuare la propria ricet­ta.

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