Il cambio al vertice Fiat prelude alla separazione tra gli Agnelli e l’auto

LOCCIDENTALE_800x1600
LOCCIDENTALE_800x1600
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Il cambio al vertice Fiat prelude alla separazione tra gli Agnelli e l’auto

21 Aprile 2010

Correva l’anno 2004. Umberto Agnelli, il fratello minore dell’avvocato subentrato nella gestione del Gruppo Fiat insieme all’ad Morchio si spegneva improvvisamente per una grave malattia. La famiglia Agnelli, raccoltasi intorno all’erede designato dall’avvocato, si affidavano a Luca Cordero di Montezemolo. Il presidente di Ferrari e all’epoca anche di Confindustria, avrebbe dovuto rappresentare in seno al Gruppo Fiat l’azionista e indirizzare il management verso il risanamento del gruppo Fiat che nel biennio 2000/2001 registrava perdite per più di due miliardi di euro. 

In parallelo la guida operativa del Gruppo veniva affidata all’italo canadese Marchionne che in poco più di tre anni rilanciò l’intera attività di Fiat, in particolare nel settore automotive, fino alla grande crisi del 2008.

Nei primi anni Marchionne e Montezemolo, rispettivamente nei ruoli di manager e fiduciario degli azionisti di controllo, hanno lavorato fianco a fianco per portare l’azienda fuori dal guado. Il primo preso nella rivoluzione di tutto il gruppo, dal modello di management ai sistemi produttivi, il secondo attivo sul fronte istituzionale, anche in virtù dell’incarico confindustriale, attento a dialogare con gli inquilini che si sono alternati a Palazzo Chigi. I due hanno pedalato in tandem per tutto il periodo di risanamento, entrambi presenti alle presentazioni dei modelli di maggior successo negli anni in cui il titolo Fiat toccava le vette dei 30  € sui listini. Protagonisti entrambi di un turn around aziendale senza precedenti. Fino allo scorso anno, quando è emerso una scollatura delle due figure, che in un certo senso rappresenta un distacco tra manager e azionista. Non si tratta di certo di una frattura, ma di un allontanamento di prospettive che corrisponde a una diversione di interessi e obbiettivi.

La scorsa primavera, quando Marchionne ha concluso con il governo americano il deal per Chrysler, Montezemolo non lo ha seguito dall’altra parte dell’oceano. Anzi con una certa ingenuità Cordero stesso ha rivelato ai giornali che nel corso delle trattative Marchionne gli inviava qualche sms per aggiornarlo sui principali eventi. 

In altri termini Montezemolo e di riflesso l’azionista di maggioranza, approvavano un’operazione destinata a rivoluzionare gli assetti dell’intero comporto automotive del Gruppo, senza tuttavia dettare delle linee guida in prima persona.

Marchionne insegue infatti l’obbiettivo di produrre 6 milioni di veicoli all’anno perché questa è la soglia critica che permette a un grande player dell’automotive di sopravvivere all’interno di un mercato globalizzato. Per questa ragione è inevitabile l’integrazione totale di Fiat Automobile S.p.A. e Chrysler e – in un prossimo futuro – l’aggregazione con altri operatori del settore.

Un gigante di siffatte proporzioni presuppone inevitabilmente un modello di pubblic company all’americana, il cui azionariato è polverizzato senza la presenza di uno stakeholder come la famiglia Agnelli Non più quindi un’azionista di riferimento che demanda la gestione a un manager di fiducia, ma un super manager, un uomo solo al comando, che gestisce una multinazionale in modo totalmente personale e autorefererenziato. Certo Marchionne sta edificando un colosso in grado di fronteggiare il panorama globalizzato e mira ad essere il dominus incontrastato di questa creature, senza dovere rispondere a logiche familiari o ad altri fattori, quali la politica, che sono state retaggio della casa di Torino negli ultimi trent’anni.

D’altra parte la famiglia non intende rischiare capitali nell’incerto business dell’automotive e preferisce concentrarsi in settori più remunerativi. Per questa ragione, con la presentazione del piano industriale del Gruppo nelle prossime ore assisteremo a una partizione delle attività automotive dal resto del business della holding torinese. Si tratti di scissioni societarie o spinn-off come sussurrato da più parti negli scorsi mesi, è quasi certo che nelle prossime ore Marchionne prenderà il largo con il suo colosso automobilistico in fieri che poco alla vota si allontanerà dell’egida delle famiglia Agnelli che ha dominato questo settore a partire dalla fondazione della casa Fiat nel 1899.

L’abbandono di Montezemolo, al di là delle sue aspettative politiche che qui poco interessano, ha un significato molto forte. Sancisce la fine di un’epoca e prelude a una separazione netta tra la famiglia Agnelli e l’automobile e un’inevitabile spostamento del baricentro del comparto auto verso l’estero.