Il caso dei marò finirà (forse) con un risarcimento alle famiglie dei pescatori
01 Marzo 2012
La soluzione del caso dei due marò detenuti in India e accusati dell’uccisione dei due pescatori indiani del peschereccio St. Anthony, tarda ad arrivare. Mentre il ministro degli esteri italiano, Giulio Terzi ha appena concluso la sua visita ufficiale in India, – come noto programmata ben prima che esplodesse il caso diplomatico tra Roma e New Delhi – è arrivato ieri a Kochi il sottosegretario Staffan De Mistura, il messo del governo Monti con l’ingrato compito di sbrogliare l’intoppo politico-diplomatico-giudiziario.
Seppur ormai scevra dalle inevitabili contaminazioni esterne, come pescatori sbraitanti mandati dai partiti in cerca di visibilità politica nazionale davanti alla casa del giudice indiano o giornalisti alla ricerca vorace di scoop e notizie, nonostante tutto questo lentamente svanisca, la situazione sul campo tarda ad evolvere e le posizioni di India e Italia sulla vicenda restano fortemente distanti. La disputa continua a vertere su quale dei due Stati abbia piena giurisdizione sulla vicenda.
Assumendo che effettivamente i marò, Latorre e Girone, abbiano sparato sull’imbarcazione dei due pescatori indiani, dato che i due italiani contestano, è più che lecito affermare che sotto il profilo giuridico internazionale l’India abbia torto marcio – anche se, diritto dei trattati a parte, il diritto consuetudinario internazionale si afferma su precedenti e questo potrebbe essere uno di questi – soprattutto se si conviene, come testimonierebbero immagini satellitari circolanti, che la presunta sparatoria sul ‘St. Anthony’ sarebbe avvenuta a più di 30 miglia nautiche dalle coste indiane, certamente fuori dalle acque territoriali (12 miglia nautiche) e fuori dalle zona contigua (24 miglia nautiche).
Dunque, la legittimità dell’avocazione della giurisdizione da parte indiana è insensata e incomprensibile. E’ chiaro però che tecnicismi giuridici (o di qualsiasi altra sorta), di per sé non sottrarranno i due marò dalle autorità giudiziarie indiane. A questo punto la partita è tutta politica. Per questo, secondo le notizie che circolavano ieri, a parte i mercanteggiamenti della Farnesina (quell’offerta di facilitamento burocratico ai cittadini indiani per i visti in Italia in questo momento sa tanto di contropartita), pare che la vicenda finirà col risolversi a suon di risarcimenti alla famiglie delle vittime, uno scenario che certo lascerebbe quest’opaca vicenda indiana senza una verità condivisa.
Una conferma implicita sul fatto che la soluzione passerà per uno scambio ‘denaro per soldati’ (e magari scuse formali italiane) è desumibile dal fatto che la strategia italiana ‘marcatura a uomo’ sulle autorità giudiziale indiane non starebbe dando i risultati sperati, quanto meno sul breve periodo. La burocrazia indiana e gli alti livelli di corruzione della polizia rendono la via del ‘cavillismo’ giuridico impercorribile.
Le notizie che arrivano infatti sul fronte prettamente giudiziario della vicenda non fanno stare allegri. Ieri, infatti, la polizia scientifica indiana ed un giudice locale oggi hanno posto ostacoli alla piena partecipazione degli esperti italiani alla perizia balistica prevista a Trivandrum. Un diniego che ha suscitato ieri la reazione del ministro degli esteri Giulio Terzi, il quale a caldo affermava che “se i nostri esperti non ci sono, non abbiamo garanzie”, aggiungendo che “queste continue novità sul piano procedurale e legale non sono assolutamente un segnale positivo”.
Nel merito, tanto sui cadaveri dei due pescatori quanto sullo scafo del peschereccio, sarebbero stati trovati dei proiettili calibro 5.56 mm, effettivamente compatibili con i fucili a bordo della nave italiana, ma anche con numerosi altri in commercio, compresi quelli del progetto F-Insas in dotazione alla Guardia costiera indiana. È evidente quindi che per risalire agli autori degli spari servirà un collegamento certo e indiscutibile con l’arma che lo ha esploso, che al momento non è dimostrabile da parte indiana.
In più, a complicare la fase delle indagini preliminari negli scorsi giorni, sono emerse procedure poco ortodosse sull’autopsia (mancata?) ai due pescatori indiani uccisi, fatto che ovviamente impedisce un pieno esercizio del diritto di difesa ai due imputati italiani, i soldati Massimo Lattore e Salvatore Girone.
Politicamente il governo centrale di New Delhi fa finta di nulla. Oggi il portavoce del ministero degli esteri indiano ha negato qualsiasi forma di crisi diplomatica tra Italia e India. Insomma, da una parte ci sono le autorità federali di New Delhi del governo Singh, sostenuto come noto dal Congress Party, retto dal clan di Sonia Gandhi – d’origine italiane e per questo ‘più indiana degli indiani’- che fanno finta di nulla; c’è poi la politica locale in Kerala, a breve soggetta a votazioni nelle quali le opposizioni giocano a piegare l’incidente a fini elettorali.
Infine c’è l’Italia del governo Monti (il presidente del consiglio ha lasciato alla Farnesina molto spazio sul palco), con il tandem Terzi – De Mistura a reggere tutta la scena, vedremo con quali risultati. E’ evidente comunque che se come sembra, l’obiettivo di Roma è quello di strappare un accordo all’India, il governo italiano dovrà permettere al quello indiano, tanto locale che nazionale, di uscire di scena con fierezza (nazionale e politica) intatta.
E’ un’opinione condivisa anche da Andrea Nativi, direttore della ‘Rivista Italiana Difesa’, il quale contattato da l’Occidentale, conferma che a suo giudizio tutto passerà per una via diplomatica. “C’è bisogno di una soluzione che permetta all’India di salvare la faccia. In questa direzione va l’accusa di omicidio volontario della procura italiana ai due marò”.
Nativi però mira in Italia quando afferma che le responsabilità di tutta questa vicenda stanno altrove. “L’errore – afferma il direttore di RID – è stato fatto all’inizio di tutta la vicenda. La nave ‘Enrica Lexie’ doveva prendere il largo e non lasciarsi trascinare nel porto di Kochi. Vanno certamente riviste tutte le procedure. D’ora in poi, se a bordo di navi commerciali ci sono militari della Repubblica italiana, dal momento che dei colpi dall’imbarcazione vengono esplosi, la catena di comando si sposta da armatore e comandante della nave ai militari italiani”.
Oggi cade il fermo di polizia di sette giorni per i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone che dovranno quindi comparire alle 10 locali (ore 15:30 in Italia) davanti al magistrato di Kollam, competente per l’inchiesta.
