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Il caso Tarantini: un tunnel in fondo al quale non si vede ancora luce

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Sono passati pochi giorni dall'arresto dell'imprenditore barese Giampaolo Tarantini e della moglie Angela Devenuto per la presunta estorsione, che sarebbe stata portata avanti insieme al direttore de L'Avanti Valter Lavitola (attualmente ancora latitante), ai danni del premier Silvio Berlusconi. E anziché sciogliersi, la questione si complica ogni giorno di più, complici anche le numerose indiscrezioni filtrate dai giornali e date in pasto all'opinione pubblica.

Dopo il lungo interrogatorio di sabato scorso a Tarantini nel carcere di Poggioreale, la Procura di Napoli ha già stilato una lista delle persone che intende sentire di qui a breve. Innanzitutto lo stesso Tarantini, che verrà convocato una seconda volta per approfondire gli aspetti finora non trattati e chiarire quei punti interrogativi che restano ancora in sospeso a proposito della presunta estorsione; ma anche il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a cui i magistrati chiederanno di spiegare se quei 500 mila euro (più alcuni finanziamenti mensili per pagare fitto di casa e avvocati) fossero la conseguenza di un ricatto o, come il premier ha dichiarato al settimanale Panorama, un gesto di generosità da parte di un uomo ricco verso il conoscente in difficoltà. L'interrogatorio a Berlusconi, secondo quanto si apprende, dovrebbe essere fissato per la prossima settimana, in data ancora da stabilirsi, e avrà luogo a Roma, a Palazzo Grazioli o a Palazzo Chigi.

La tesi della Procura su cui ruota l'indagine è che la somma in questione venisse erogata da Berlusconi per comprare il silenzio di Tarantini e per convincerlo a patteggiare nel procedimento barese su escort e favoreggiamento della prostituzione, affinché si evitasse un dibattimento pubblico che - è sempre la tesi dei magistrati di Napoli - avrebbe comportato la pubblicazione di "intercettazioni" ritenute imbarazzanti per il premier. Tesi smentita sia da Berlusconi sia da Tarantini e consorte, che hanno confermato durante i rispettivi interrogatori di aver ricevuto soldi dal premier come aiuto per riuscire a far fronte alle gravi difficoltà economiche in cui si trovavano. La stessa versione era contenuta già nel memoriale consegnato ai pm da Tarantini, dove ammetteva di aver ricevuto "complessivamente 20 mila euro al mese, oltre ad altre somme per far fronte ad esigenze extra, fino al mese di luglio" e che i 500 mila euro del premier sarebbero serviti "per intraprendere un'attività". Tarantini ha precisato anche, in quell'occasione, di aver fatto sapere a Berlusconi di trovarsi in difficoltà economiche tramite Valter Lavitola e di aver per questo ricevuto "un aiuto".

Dalle intercettazioni dei vari personaggi coinvolti pubblicate sui giornali, quello che emerge è un quadro confuso, come del resto è inevitabile che sia quando si fa riferimento a conversazioni inserite nell'ambito di un'indagine dove tutto è ancora da chiarire. Si tratta dell'ennesima dimostrazione di quanto possa essere non solo inutile ma persino controproducente il meccanismo da Grande Fratello per cui le vicende giudiziarie si sviluppano sui giornali spesso ancora prima che nelle sedi competenti.

Ma in tutto ciò, come se non bastasse l'intreccio delle intercettazioni e dei fascicoli in esame a Napoli e Bari, si inscrive anche un'altra questione, non meno delicata: quella degli accertamenti sull'operato dei magistrati baresi, a proposito di fughe di notizie e ritardi relativi all'inchiesta su Giampi Tarantini per favoreggiamento alla prostituzione, su cui la Procura di Lecce sta indagando e su cui anche il Csm intende vederci chiaro. Quest'ultimo ha deciso proprio oggi che, nei prossimi giorni, ascolterà il Procuratore della Repubblica di Bari, Antonio Laudati e il consigliere Giuseppe Scelsi nell’ambito degli accertamenti avviati. Insomma, una moltiplicazione dei fronti di indagine che rende sempre più difficile trovare il bandolo della matassa e accertare le responsabilità. In una vicenda sulla quale sono ancora tante le perplessità e che rischia di rimanere ostaggio della forte mediatizzazione, dagli effetti per lo più negativi, dovuta al coinvolgimento del presidente del Consiglio.

 

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