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Il caso Telecom e il disastro delle Tlc italiane

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La premessa chiave per capire gli eventi che capitano nel settore delle telecomunicazioni, in Italia e in Europa, è distinguere fra liberalizzazione e privatizzazioni. I due processi si sono svolti negli stessi anni, hanno spesso investito i medesimi soggetti, si sono intrecciati e condizionati a vicenda, ma non sono la stessa cosa. La liberalizzazione nasce in ambito europeo (parte per tutti i Paesi Ue il 1° gennaio 1998), è costruita – nelle sue regole quadro e nelle istituzioni che la guidano – dalla Commissione, introduce la concorrenza in uno statico paesaggio continentale di monopolisti, porta a consumatori e nuovi entranti notevoli vantaggi (prezzi in calo, servizi più numerosi ed efficaci, investimenti crescenti): fra i Paesi Ue l’Italia è nel gruppo di testa in termini di competizione e prezzi. Le privatizzazioni invece non toccano tutti i Paesi (Deutsche Telekom e France Telecom sono ancora sotto controllo pubblico), mostrano nei vari casi esiti molto diversi e in Italia – dopo dieci anni – danno un bilancio negativo.

Telecom Italia ha avuto all’inizio un assetto proprietario instabile e quindi è passata di mano due volte a soggetti che l’hanno caricata di debiti, in un caso estraendo ingenti plusvalenze finanziarie e nell’altro restando schiacciati sotto il peso di un prezzo d’acquisto sbagliato. Wind ha patito scelte strategiche non sintonizzate sui tempi, ha strapagato Infostrada senza riuscire a sfruttarla e alla fine è rimasta stritolata fra i due leader del mobile: Enel allora ha puntato a svincolarsi di corsa da un business privo di soddisfazioni e il primo bilancio in nero di Wind lo ha fatto nel 2006, grazie ad ampi tagli di personale, il nuovo acquirente egiziano. Fastweb, gravata da un modello di eccellenza tecnologica molto ambizioso, non è mai andata in utile nonostante il vantaggio di potersi avvalere di un accesso privilegiato al sottosuolo di Milano, ha visto la rapida e lucrosa uscita del soggetto pubblico e di alcuni dei primi soci privati, alla fine s’è accomodata in uno spazio minore, di nicchia: Swisscom, dotata di un know-how specifico nel settore, potrà forse rilanciarla.

La liberalizzazione ha chiamato gli imprenditori italiani a una sfida tecnologica, finanziaria e commerciale che i protagonisti delle privatizzazioni come i principali newcomer (il gioiello Omnitel venduto ai tedeschi per salvare i conti di Olivetti, Albacom e Atlanet rilevate da Bt, Blu e Ipse fallite, Andala fatta decollare dai cinesi di Hutchinson) non sono riusciti a reggere: investimenti insufficienti, scarsa capacità di prevedere la dinamica dei consumi, errori strategici nella scelta delle tecnologie. In sintesi: la fotografia della fragilità che segna la parte più consistente (da Pirelli a Olivetti, da Fiat a Benetton) del capitalismo italiano.

Tuttavia non ha giocato solo la fragilità delle imprese: anche la politica ha responsabilità gravi. Nella privatizzazione di Telecom non è mai stato chiaro se l’obiettivo fosse arrivare a una public company o lasciare il controllo a un gruppo di soci svogliati e attenti solo a limitare gli esborsi o – più tardi – dare spazio a un gruppo di raider amici. Nell’operazione Wind c’è stato a lungo il dubbio se fare economie di scopo oppure dare impulso a una competizione asfittica nel mobile e soprattutto nel fisso. Il culmine, in questa collana di furberie autolesionista, è però l’operato dell’ultimo Governo che si trova di fronte operatori deboli e costretti a misurarsi con un mercato dove cresce sempre più l’intensità della competizione (le telefonate gratis via Internet, i ritorni incerti dai nuovi servizi ad alta tecnologia, la concorrenza di nuove reti, la necessità di cospicui investimenti per migliorare quella fissa). La risposta – vecchia per cultura e regressiva sul piano politico – è quella di puntare a rinazionalizzare un pezzo della rete (Piano Rovati). L’opposizione dell’azionista scatena ritorsioni travestite da cura per l’interesse pubblico: la sicurezza della rete, eventuali usi assoggettati a interessi o esteri o di mero lucro privato. Lo schema della ritorsione è ormai una triste costante: Mediaset, Autostrade, i concessionari Tav, i telcos mobili (costi di ricarica). Forse nuova è la debolezza della motivazione: le tlc sono uno dei settori più europei oggi esistenti, hanno norme e garanzie stringenti definite con una liberalizzazione di stampo comunitario, dipendono da Autorità di garanzie vincolate da precise direttive della Commissione. Nessun Paese, in questo quadro, ha manifestato timori di sicurezza o di soggezione estera. Gli interventi sul mercato e gli asset risalgono sempre alle Autorità, titolari del processo di liberalizzazione, e sono codificati con precisione sia nelle procedure sia nei contenuti. Possibili usi impropri della rete – per esempio sfruttando a scopi commerciali le informazioni derivanti dalla sua gestione tecnica – sono fra le infrazioni la cui prevenzione le Direttive Ue del 2002 affidano alle Autorità nazionali specificando anche un peculiare iter di diagnosi e terapia. Una delibera Agcom del giugno 2002 (“Misure atte a garantire la piena parità di trattamento interna ed esterna”) aveva già affrontato il tema e definito soluzioni.

Il risultato di questi interventi del governo è triplice: distorcere il mercato dei diritti di controllo (gli investitori esteri, da Telefonica a At&t, che scappano), restringere l’autonomia delle Autorità indipendenti che si vedono sottratte competenze e libertà decisionale, disallineare il settore tlc dai parametri fissati con la liberalizzazione Ue.

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