Il caso WikiLeaks: un esempio di uso politico del giornalismo

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Il caso WikiLeaks: un esempio di uso politico del giornalismo

30 Luglio 2010

Chiunque abbia trascorso gli ultimi due giorni a leggere tra le pagine dei 92.000 resoconti militari e degli altri documenti resi pubblici dal sito spia WikiLeaks, sarà scusato se finirà col domandarsi cosa sia tutto questo trambusto. Io sono un ricercatore, conduco studi sull’Afghanistan e non ho accesso abituale alle informazioni riservate, eppure non ho ancora visto nulla in quei documenti che mi abbia sorpreso o fornito qualche notizia significativa. Mi viene da pensare che sia lo stesso anche per chi legge solamente un terzo degli articoli sull’Afghanistan nel suo giornale locale.

Proviamo ad analizzare, comunque, quelle che vengono considerate le maggiori rivelazioni in quei documenti (che sono stati pubblicati in parte dal Times, dal Guardian di Londra e dalla rivista tedesca Der Spiegel):

Primo, alcuni agenti dell’intelligence americana hanno dichiarato che elementi interni all’agenzia di spionaggio del Pakistan, il Directorate for Inter-Services Intelligence, sono in cospirazione con fazioni di Talebani ed altri ribelli. Tali accuse non rappresentano nulla di nuovo. Questo giornale ed altri ancora se ne stanno occupando da anni – spesso supportati da fonti anonime all’interno dei servizi militari e d’intelligence americani.

Secondo, il sito fornisce documenti su vittime civili afghane causate da operazioni militari americane e alleate. E’ vero che i civili inevitabilmente soffrono in guerra. Ma i ricercatori di Kabul, attraverso la Campagna per le Vittime Innocenti dei Conflitti, stanno raccogliendo prove di queste morti, e dei loro effetti in Afghanistan, ormai da qualche tempo. I loro resoconti, ai quali hanno aggiunto informazioni sul contesto generale, hanno contribuito alla decisone dell’ex comandante in Afghanistan, Gen. Stanley McChrystal, di adottare l’anno scorso, in modo controverso, nuove rigorose misure intese a ridurre tali morti.    

Terzo, il sito asserisce che il Pentagono impieghi una task force segreta, composta da commandos altamente addestrati, incaricata di catturare o uccidere i leader ribelli. Ho il sospetto che agli occhi della maggior parte degli Americani, utilizzare squadre d’operazioni speciali per uccidere terroristi è uno dei modi meno discutibili in cui il governo spende i soldi delle tasse.

I documenti rivelano in effetti alcune informazioni specifiche riservate su tattiche, tecniche, procedure e attrezzature di Stati Uniti e NATO, che saranno causa di grande costernazione all’interno delle forze armate. Potrebbero addirittura portare alla morte di alcune persone. Pertanto la Casa Bianca ha tutte le ragioni di esprimere il proprio disappunto nei confronti del WikiLeaks.

Ancora la maggior parte delle rivelazioni che sono state divulgate con tanto clamore dal fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, non sono affatto delle rivelazioni – sono semplicemente ulteriori esempi di ciò che già sapevamo.

Assange ha sostenuto che la pubblicazione di questi documenti sia analoga a quella delle Carte del Pentagono, ma semplicemente più significativa. Questo è ridicolo. Le Carte del Pentagono hanno offerto al pubblico una coerente storia interna del conflitto in Vietnam, che era in contraddizione con la versione fornita dalla leadership di stato e militare.

La pubblicazione di questi documenti, al contrario, getta 92.000 nuovi documenti di fonte primaria nelle mani del pubblico di tutto il mondo senza fornire alcun contesto, né alcuna spiegazione sul perché alcuni resoconti possano essere in contraddizione con altri, né alcun senso su cosa sia importante o inconsueto in contrasto al normale corso della guerra.

Molti esperti di guerra, sia nell’esercito che nella stampa, si battono da tempo per affrontare la complessità e le sfumature del conflitto. Cosa ha intenzione di fare il pubblico con questo confuso insieme di documenti, molti dei quali sono stati scritti durante il combattimento da ufficiali che non percepivano come le loro osservazioni potessero accordarsi allo scopo finale della guerra?

Io stesso all’inizio sono andato in Afghanistan come giovane ufficiale dell’Esercito nel 2002 e sono ritornato due anni più tardi, dopo aver guidato una piccola unità di operazioni speciali – ciò che Assange definisce “una squadra per uccidere”. (Ho anche lavorato per poco come consigliere civile del generale McChristal l’anno scorso). Posso confermare che la situazione in Afghanistan è complicata e resiste a qualsiasi tentativo di trasformarla in semplici lezioni da imparare o in finalità politiche. Eppure è proprio quello che hanno cercato di fare tutta una serie di opinionisti e di politici all’indomani della pubblicazione di quei documenti. E’ troppo facile per loro trovare report sull’argomento per riaffermare i loro preconcetti sulla guerra.

Il Guardian nell’editoriale della scorsa domenica ha sostenuto che i documenti pubblicati rivelano “un panorama ben diverso … rispetto a quello al quale eravamo abituati”. Ma chiunque abbia scritto quel pezzo non legge i report degli inviati in Afghanistan sul suo giornale locale.

I media hanno fatto un buon lavoro nel mostrare al pubblico come la guerra afghana rappresenti una ambiente fortemente complesso, che si stende al di là dei confini di un paese spaccato. Spesso quello che appare come un conflitto a due vie tra il governo e gli insorti viene meglio descritta come una rivalità tra tribù diverse. E spesso questa rivalità viene inasprita o eclissata dal violento traffico di droga.

I giornali Times, Guardian e Der Spiegel non hanno fatto nulla di male nell’esaminare i documenti del WikiLeaks e nel citarli. A parte alcune occasionali proteste da parte dell’ala di destra, la maggior parte della stampa negli Stati Uniti e nei paesi alleati presta grande attenzione a non pubblicare informazioni che possano mettere in pericolo la vita dei soldati. 

Ma WikiLeaks rappresenta una questione a parte. Assange sostiene di essere un giornalista, ma non è così. E’ un attivista, e non si capisce bene a quale scopo. Questa settimana – come quando diffuse un video ad aprile che mostrava elicotteri da combattimento americani che uccidevano civili iracheni nel 2007 – continua a lanciare il termine “crimini di guerra”, ma non offre alcun contesto per gli eventi che sta giudicando. Sembra che la morte di qualsiasi civile in guerra, evento inevitabile, sia un “crimine”.

Se il suo desiderio è quello di promuovere la pace, Assange, con il suo genere di attivismo, non è di grande aiuto come crede. Infangando le acque tra giornalismo e attivismo, e lanciando la sua organizzazione nel dibattito sull’Afghanistan senza mostrare alcuna considerazione per le difficili scelte morali e la mancanza di buone opzioni politiche che i leader si trovano ad affrontare, si sta rivelando tanto sconsiderato e distruttivo quanto lo spregevole soldato o i soldati che in primo luogo hanno diffuso quei documenti. 

 

© The New York Times
Traduzione Benedetta Mangano

Andrew Exum è ricercatore presso il Center for a New American Security.