Il Cav. apre a Monti ma senza trucchi. Pdl e Lega divisi tra governissimo e voto

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Il Cav. apre a Monti ma senza trucchi. Pdl e Lega divisi tra governissimo e voto

10 Novembre 2011

I tempi della crisi dettano l’agenda alla politica. Titolo: fare presto. Mai come ieri la crisi economica ha incrociato quella politica: con le Borse in picchiata e lo spread che s’impenna a quota 552 dimostrando ai soloni del centrosinistra che il problema non è Berlusconi; con maggioranza e opposizione a ragionare sul governo che verrà o sul ritorno alle urne.

Il Cav. apre all’idea di un esecutivo Monti ma senza trucchi e su questo chiede il punto al suo partito e a Bossi. Pdl e Lega hanno lo stesso problema interno: fare sintesi tra chi vorrebbe sostenere l’ipotesi alla quale il Colle starebbe pensando per evitare un voto che si tradurrebbe in una sconfitta e porterebbe con sé tutti i rischi di una temutissima dissoluzione del centrodestra e chi, invece,  ci vede un ‘trappolone’, una ‘polpetta avvelenata’ e per questo rivendica un atto di coerenza: tornare dagli elettori, anche a costo di perdere. Della serie: perdere per non perdersi.

Il Senatur va a Palazzo Grazioli nel primo vertice di maggioranza dopo l’annuncio di dimissioni del premier per dire che no, la Lega non vuole pastrocchi o governicchi. “Stare all’opposizione è bello”, dice certificando la linea dei lumbard. Se nel ‘cerchio magico’ nessuno ha dubbi, la componente dei maroniani  si mostra più cauta e non indisponibile a valutare l’opzione di un governo di transizione che avrebbe due vantaggi: conservare il ‘peso’ del ministro dell’Interno nella nuova compagine che dalla prossima settimana varcherà la soglia di Palazzo Chigi e guadagnare tempo per proseguire la marcia verso la leadership del partito che un voto anticipato, di fatto, stopperebbe perché in quel caso a gestire le liste elettorali sarebbe ancora Bossi.

E’ altrettanto vero, però, che Maroni non può permettersi di forzare la mano, di spingersi così lontano dal suo leader aprendo un contenzioso che in questo momento rischierebbe di dilaniare il partito. Eppoi, mettersi ora contro il Senatur è impresa ardua anche per chi come Maroni è pronto a riceverne (o a prendersi) il testimone, peraltro ambìto anche da Calderoli.

Stesso dilemma nel Pdl: se scajoliani e pisaniani premono l’acceleratore sul governo Monti per evitare o rinviare il più lontano possibile la ‘verifica’ delle urne che probabilmente li vedrebbe ridimensionati nella loro rappresentanza parlamentare, buona parte degli ex Fi non manifestano un no pregiudiziale, a condizione però di non svendere, né annacquare in un calderone tecnico-politico la propria storia e il proprio standing rischiando magari di ritrovarsi a subìre più che guidare una revisione della legge elettorale.

Oltretutto se la Lega non ci sta, l’operazione sarebbe molto complicata anche se tecnicamente non impossibile (in parlamento non serve né c’è mai stata una maggioranza al cento per cento). Il punto vero che, ad oggi, nel Pdl impedisce di fare sintesi è la posizione degli ex An che da La Russa a Matteoli respingono l’idea di un governissimo e insistono sul voto anticipato, a febbraio. Ma è pure il ragionamento che corre tra molti ex Fi: entrare in un esecutivo con il Pd soprattutto in un momento in cui si devono fare scelte dolorose e impopolari per arginare la speculazione dei mercati sull’Italia, finirebbe per portare il partito alle urne magari tra sei mesi o un anno in condizioni peggiori di quelle attuali, prefigurando uno ‘sfacelo elettorale’. Tanto vale giocarsi la partita a febbraio, puntando sulla candidatura di Alfano già rilanciata da Berlusconi e fare campagna elettorale mettendo in evidenza le contraddizioni e le divisioni reali del centrosinistra sulle misure lacrime e sangue che all’Italia chiedono l’Europa, la Bce e l’Fmi.  

 Sul versante del centrosinistra, Di Pietro conferma la propria riottosità a un esecutivo Monti puntando la fiches politica sulle elezioni, in asse coi desiderata dei vendoliani, pronti a rientrare in parlamento. Scenario elettorale che né Bersani, né Casini vogliono. Il primo perché ha bisogno di tempo per gestire la partita interna che si è aperta (Renzi docet) sulla leadership del partito. Questione che rischia di indebolire la forza del segretario soprattutto in vista delle primarie di coalizione per la premiership. C’è poi un fatto che Bersani non può sottovalutare: se Di Pietro dovesse confermare il no al governo Monti, per il leader dei democrat si prospetterebbe un’altra grana perché Sel e Idv aprirebbero fin d’ora una campagna elettorale lunga un anno, e tutta giocata in antitesi al Pd.  

Su tutto vigila Napolitano che ieri ha mandato due segnali. Il primo è fissare il timing della crisi: in tempi brevissimi o un nuovo governo che possa contare su un’ampia maggioranza parlamentare oppure lo scioglimento delle Camere e il voto. La legge di stabilità sarà licenziata da Montecitorio sabato (seguita dalle dimissioni di Berlusconi) ed entro domenica al massimo lunedì il capo dello Stato potrebbe affidare l’incarico per la formazione di un nuovo esecutivo. Sui tempi maggioranza e opposizione hanno raggiunto un’intesa in conferenza dei capigruppo.

Un fatto è certo e il Quirinale lo ha ribadito anche ieri: se governo di larghe intese deve essere, non può reggersi su spezzoni o transfughi del Pdl (che per agevolare i numeri in parlamento sarebbero pronti a formare gruppi autonomi alla Camera e al Senato) e alla fine non converrebbe nemmeno a Casini e Bersani. Non a caso Nicola Latorre in un faccia a faccia con Gaetano Quagliariello (Pdl) a Omnibus ha confermato che il Pd non è interessato a ribaltoni mascherati.

Il secondo segnale del Colle: nominare l’economista Mario Monti senatore a vita. Se è vero che la casella da tempo doveva essere riempita, a molti non è sfuggita la tempistica. E qui le letture sono due: c’è chi ritiene che la nomina senatoriale di Monti sia una sorta di ‘investitura istituzionale’ e dunque un passo verso l’incarico a formare un nuovo esecutivo e chi, invece, non esclude che possa essere una sorta di riconoscimento o ‘risarcimento’ qualora Monti una volta ricevuto l’incarico, verificasse che non ci sono le condizioni per portarlo a termine. Dal Quirinale smentiscono: nessuna correlazione.

Situazione molto fluida e per questo difficile da decifrare anche se ieri lo scenario del governissimo ha ‘oscurato’ quello del voto imminente, con al seguito tutta la ridda di ipotesi e nomi sulla nuova squadra. Lo schema di cui si parla nei rumors di Palazzo, sarebbe basato su un equilibrio di fondo tra le forze che potenzialmente potrebbero sostenere Monti-premier: per il Pdl in pole position ci sarebbero Gianni Letta nel ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio o vicepremier o alla guida di un dicastero, Frattini confermato agli Esteri e Gelmini (con un’opzione, improbabile, su Maroni all’Interno) , ma circolano anche i nomi di Enrico Letta per il Pd e di Giuliano Amato e Fabrizio Saccomanni (direttore generale di Bankitalia)  che potrebbero contendersi la poltrona del Tesoro e quella del Viminale.

Al netto delle congetture, tirare fuori nomi adesso è come giocare alla roulette russa. Prima ci dovrà essere il sì ufficiale di Monti e prima di quel momento, tutte le caselle devono essere condivise e riempite. E il Cav.? Apre all’opzione Monti ma vuole gestire questa fase da protagonista, senza rinunciare al jolly: salire al Colle con le dimissioni in tasca e da presidente del Consiglio chiedere al presidente della Repubblica il voto anticipato. L’ultimo atto per sparigliare le carte e spiazzare il partito dell’antiberlusconismo, già sicuro di aver archiviato Berlusconi.