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Il bilancio di due anni di governo

Il Cav. apre alla successione per il 2013, chiude con Fini e boccia i pm ‘eversivi’

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Di carne al fuoco Silvio Berlusconi ne ha messa tanta nella conferenza stampa-fiume di fine anno: esteri, interni, riforme a partire dall’Università. Ma è sulle cose di casa, sul quadro politico in movimento dopo la fiducia in Parlamento che riserva alcune novità rispondendo alla raffica di domande dei cronisti parlamentari. A cominciare dall’ipotesi di una sua ricandidatura nel 2013 alla guida del centrodestra: tema evocato e al tempo stesso esorcizzato nei dibattiti dentro la maggioranza o amplificato dai media coi relativi toto-premier. E’ ancora lui a dettare lo spartito, quello della legislatura in corso e la prospettiva di quella che verrà.

E forse per la prima volta rompe il tabù e lo fa pubblicamente: fra tre anni potrebbe non ricandidarsi, lasciando il timone della coalizione e del Pdl a quelle “forze che stanno crescendo, e ce ne sono già, assolutamente capaci di diventare presidente del Consiglio e portare avanti il Popolo della libertà e il centrodestra. Mi auguro si appalesino e che io possa partecipare alla campagna elettorale per dare il mio contributo ma interrompere lì il mio impegno che è un grande sacrificio”. Passaggio preceduto dall’auspicio che nella prossima legislatura a salire al Colle sia un uomo del centrodestra anche se si toglie accuratamente dal novero dei “papabili”.

Visti dalla stessa angolatura, possono significare molto nello scenario futuro e, inevitabilmente, condizionare quello presente. Ad esempio nei rapporti con Casini al quale il Cav. continua a guardare considerando “giusto” un tavolo col terzo polo per portare a compimento le priorità dell’agenda di governo. Ma è soprattutto all’area moderata dei parlamentari delusi da Fini e da Bersani che il Cav. si rivolge quando ripete che a gennaio verificherà se esistono le condizioni per allargare la base parlamentare e garantire stabilità, altrimenti la strada è il voto anticipato. Ne rivendica il copyright nell’incontro di mercoledì con Bossi smentendo le voci che ad azionare il timer in realtà sia stato proprio il Senatur. O ancora quando conferma che il progetto del Pdl è il cantiere del partito dei moderati nel solco del Ppe, annunciando lo studio di un nuovo nome per il partito che due anni fa fondò con Fini ma che adesso, a divorzio consumato, non ha più ragion d’essere perché “potrebbe comportare il rischio di contenziosi coi finiani specie sulla presentazione delle liste, ma anche perché serve un altro nome di maggiore appeal”.

E’ un premier determinato quello che per quasi tre ore snocciola numeri e risultati del governo. Determinato ad andare avanti, determinato a scongiurare il voto anticipato che “non è la soluzione giusta per il paese”, determinato ad allargare la maggioranza al Senato e alla Camera dove pensa di raggiungere quota 325 deputati. Numeri ma anche profili dei nuovi arrivi: “Ce ne sono tanti appartenenti a molte forze che hanno motivi di delusione e contrasto coi propri partiti e hanno manifestato una apertura nei nostri confronti”, ma non tale da condurli alla “decisione traumatica” di dare la fiducia al governo il 14 dicembre per un debito di riconoscenza nei confronti, ad esempio nel caso dei futuristi, del presidente della Camera che li aveva candidati. Ma ora, saldato il conto, la delusione per essere “saliti su un treno guidato da Fini che doveva essere la terza gamba del centrodestra e, invece, ritrovarsi su un convoglio guidato da Bocchino, Granata e Briguglio con destinazione l’opposizione”, può essere la molla per tornare nell’alveo originario.

Un passaggio del ragionamento il premier lo riserva (non a caso) a due “gruppi di nuova formazione” che stanno nascendo alla Camera (soprattutto quello di Moffa e Romano) e in grado di superare quota venti deputati, cioè il numero minimo per formare un gruppo parlamentare. “Sono persone che hanno convincimenti forti rispetto alla responsabilità nei confronti del paese”. Definito chiuso il caso Prestigiacomo (per il premier deriva dalla “passione delle donne al governo che credono in ciò che fanno e si battono fino in fondo”, senza magari ricorrere a mediazione e compromesso), è all’indirizzo del presidente della Camera che il Cav. lancia i suoi strali. Lo fa per dire che Fini “non è super partes” come invece il ruolo istituzionale che ricopre gli imporrebbe e che con lui non c’è “alcuna possibilità di riavvicinamento”.

Frase quest’ultima che argomenta riferendo dell’ultima volta che i due si sono guardati in faccia: “Mi aveva invitato a colazione e mi annunciò l’intenzione di costituire gruppi autonomi in parlamento. Lo scongiurai per tutta la durata della conversazione e alla fine gli dissi che non potevamo litigare perché per farlo bisogna essere in due. Ma Fini mi rispose gelido che, invece, per divorziare ne basta uno indicando col dito se stesso. In quel momento capii che non ci sarebbe stato più un riavvicinamento”.

Poi il Cav. apre il capitolo riforma della giustizia e legittimo impedimento rispondendo a una domanda sull’eventualità che a gennaio, il giudizio della Consulta possa essere negativo. Anche qui il Cav. è netto. Ritiene che con l’uscita dei finiani dal Pdl  la riforma possa essere “più facile” e ripete di non essere mai stati preoccupato per i processi a suoi carico poiché “le accuse sono esilaranti”. Se la Consulta boccerà il provvedimento varato dal Parlamento, conferma di essere pronto a difendersi nelle aule di tribunale, sui media ma anche di fronte ai cittadini per “spiegare come sono andati veramente i fatti”. Obiettivo del Cav. è dimostrare la presenza in parte della magistratura di “un’associazione di pm eversivi”, da individuare anche con l’istituzione di una Commissione parlamentare bicamerale.

Le bordate ai finiani provocano le reazioni dei pasdaran Bocchino, Granata e Briguglio che da giorni non esternano più sui media come facevano solo dieci giorni fa. Se Granata sollecita Fli a “prepararsi al voto” e Briguglio dice che il premier “non ha lucidità politica” è Bocchino a passare al contrattacco: “Siamo confortati nella scelta di aver tagliato il cordone ombelicale per dar per dar vita a qualcosa di nuovo, un partito come Fli  che dà splendide soddisfazioni sul territorio”, si prepara al congresso di febbraio e sta lavorando “con Udc, Api, Mpa, Liberaldemocratici e con La Malfa e Guzzanti per un nuovo polo che sia di riferimento per lanciare un Opa sull'elettorato moderato che dopo questa conferenza stampa sarà già alla ricerca di altri lidi elettorali”.

L’Opa che Fini da Bastia Umbra lanciò sul centrodestra ormai è fallita. Ora l’Opa è sul centro, ma forse Fini e i suoi non hanno fatto bene i conti. Chiusi quelli col Cav, questa volta con Casini.

 

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