Il Cav. detta la linea economica sullo sviluppo, Tremonti in trincea (per ora)

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Il Cav. detta la linea economica sullo sviluppo, Tremonti in trincea (per ora)

24 Settembre 2011

I rapporti sono tesi. E lo sono ormai da mesi. A Roma Berlusconi detta la linea: sviluppo. A Washington Tremonti fa capire che le dimissioni non sono nella sua agenda, nonostante i tentativi di molti, fuori e dentro la maggioranza, di metterlo alla porta. E dagli Usa ribadisce che i conti italiani sono a posto, che all’Europa serve una governance comune e gli Eurobond. Ma è nella maggioranza che gli anti-tremontiani si stanno organizzando.

Rapporti difficili che a più riprese negli ultimi mesi hanno dato l’impressione di una distanza tra Berlusconi e Tremonti, non solo sulle scelte di politica economica in tempi di crisi, ma spesso anche sul modo di procedere. Sono agli atti delle cronache recenti le stoccate tra i due nelle conferenze stampa che hanno accompagnato le quattro versioni della manovra, o le richieste da via XX Settembre di comunicati stampa firmati da Palazzo Chigi a sostegno del ministro del Tesoro finito nel mirino dei frondisti pidiellini (da Crosetto a Martino), e perfino dell’ala movimentista della Lega (finito il feeling coi maroniani).

Polemiche, malumori che con l’affaire Milanese si sono amplificati. Sull’assenza del superministro a Montecitorio si è scatenato un putiferio tra i deputati e il gesto ha irritato perfino Berlusconi che, secondo alcuni, gli aveva chiesto espressamente di esserci. Eppoi, l’assenza al Consiglio dei ministri sostituita da un libretto ben confezionato con un’unica casella da riempire: la firma. L’ennesimo gesto che ha fatto infuriare i ministri, specie quelli economici che si sono sentiti trattati al pari di scolaretti col compito di imparare a memoria la lezione del Prof. Nervi tesissimi.

Quello che in molti nel centrodestra chiamano con un certo sarcasmo “il metodo Tremonti” è un dato col quale il Cav. fa i conti anche se la parola d’ordine è: non alimentare polemiche. Almeno per ora. Il Prof. di Sondrio viene percepito – da tempo – quasi come un corpo estraneo al partito col quale finora ha mostrato di misurarsi a fatica, senza voglia né troppo convincimento. Il suo modo “perentorio e autoritario”, il suo “guardare dall’alto tutti” o “pretendere che tutti siano suoi scolaretti diligenti” – refrain in voga tra gli scontenti – lo fa considerare distante, freddo, antipatico, restio al confronto, rigido sulle sue posizioni.

La lunga mediazione sulla manovra, in parte deriva anche da un atteggiamento di chiusura del titolare del Tesoro, fermo sulla linea del rigore, rigore, rigore. Una necessità, certo, come chiede l’Europa e come serve all’Italia per non fare la fine della Grecia. Su questo tutti sono d’accordo, come sono d’accordo sul fatto che Tremonti ha saputo tenere i conti pubblici in ordine in una congiuntura economica disastrosa che dai sub-prime americani in poi ha ribaltato i paradigmi del capitalismo occidentale, costringendo ogni paese a fare i conti con una crisi che ha travolto tutto e tutti.

E però, il punto ora è un altro: al rigore e alla regola ferrea dei saldi invariati, occorre coniugare la crescita e per farlo l’unica via è adottare misure chiare e decise che aggrediscano l’enorme debito pubblico liberando risorse da dirottare sullo sviluppo. Cioè riforme. Se non si fa così, è il ragionamento ricorrente nei ranghi della maggioranza, la manovra numero 4 potrebbe rivelarsi insufficiente.

E’ su questo che si sta ragionando nella maggioranza ed è su questo che Berlusconi pare molto deciso. Deciso anche a riprendersi il timone della politica economica e soprattutto l’ultima parola (quella che conta) sulle scelte che verranno adottate. Non più un uomo solo al comando (Tremonti), ma una task force coordinata dallo stesso Cav. (c’è chi suggerisce a Palazzo Chigi) che insieme al ministro del Tesoro lavori al pacchetto di misure da inserire nel decreto sviluppo. Metodo collegiale, dunque, che passa dai tavoli tecnici aperti a via XX Settembre, al confronto con le categorie economiche e le parti sociali, alle proposte elaborate dai gruppi parlamentari del Pdl.

Un depotenziamento del ruolo di Tremonti? Un commissariamento del superministro che non intende farsi commissariare? Molti nella maggioranza lo leggono così, ma ciò non significa né può significare mettere alla porta il ministro del Tesoro che da Washington spiega i conti italiani, dice: sono i dati a parlare, quelli sull’avanzo primario certificati dal Fmi, in base ai quali il Paese è al riparo dai rischi del default dopo il declassamento di S&P sul debito sovrano. “Bilancio in equilibrio – spiega Tremonti -, in avanzo primario, un bilancio talmente solido che sta in piedi anche da solo, ovviamente in mancanza di choc esterni e anche se la crescita è scarsa”. Come ne esce l’Europa dalla crisi? Governance comune (politica ed economica) ed Eurobond, gli strumenti che Tremonti squaderna.

Il vento delle polemiche italiane non lo vuole sentire; stoppa i giornalisti dicendo che in un contesto internazionale si parla di cose internazionali. Escamotage per togliersi dall’impiccio, ma chi conosce bene Tremonti è pronto a giurare che non farà mai passi indietro. E se le dimissioni non sono all’ordine del giorno per il diretto interessato, né stanno nei pensieri del Cav., resta aperta la “questione Tremonti”.

Vedremo, se la parola-chiave “collegialità” sarà anche quella “magica” per avviare – come è nelle intenzioni del Cav. – un serio piano di liberalizzazioni e privatizzazioni; un programma efficace di dismissioni di quella parte del patrimonio dello Stato che così com’è rappresenta solo un costo; e per finire una sempre più necessaria riforma delle pensioni. E se servirà a rasserenare il clima nella maggioranza.

In tutta questa vicenda, c’è un altro aspetto da considerare, più politico e più calato nelle dinamiche del Pdl. Il malcontento su Tremonti era già esploso in estate ed è andato avanti – più o meno sottotraccia – fino a culminare giovedì scorso, nelle proteste di molti deputati per l’assenza del ministro alla Camera nel giorno del voto sull’arresto di Milanese, suo ex braccio destro. Va detto che il Prof. di Sondrio non è rimasto a casa, ma se n’è andato a Washington per il vertice del Fondo monetario internazionale che non più di due giorni fa aveva mostrato il pollice-verso sull’Italia.

E’ pur vero che se fino a qualche mese fa l’asse fra Tremonti e la Lega era fortissimo e dunque era più complicato mettere in discussione alcune scelte senza rischiare di compromettere la tenuta del governo e quella dell’alleanza, adesso il quadro è cambiato così come in una parte della Lega è cambiato il feeling con il Prof. di Sondrio. Ma c’è un rischio reale che, dicono ai piani alti di via dell’Umiltà, va evitato: la strutturazione di una fronda anti-Tremonti dentro il partito. E per evitare quella che potrebbe connaturarsi come un’altra corrente movimentista, c’è un solo modo: fare sintesi delle istanze nel pacchetto di misure che dovranno essere messe in campo.

Al netto della querelle con Tremonti, è anche questo il compito di un partito di maggioranza relativa che, come osserva Sandro Bondi (che da ministro, con il collega del Tesoro si è scontrato più di una volta), “deve dare il proprio contributo all’azione di governo”. Il punto non è contrapporre a quello che viene definito “lo statalismo” di Tremonti una linea liberista opposta (vedi Martino) – è l’analisi del coordinatore nazionale del Pdl – quanto piuttosto adottare una strategia di lavoro “eminentemente collegiale, se vogliamo predisporre una efficace manovra per lo sviluppo”, come Napolitano raccomanda.

Entro ottobre, spread permettendo.