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Scenari in movimento

Il Cav. detta l’agenda anticrisi. Casini si smarca da Bersani e apre ad Alfano

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Nel discorso di Berlusconi alle Camere c’è l’orgoglio di un presidente del Consiglio che rivendica l’azione di governo per fronteggiare una crisi che non è italiana bensì planetaria, ma c’è anche qualcosa che indica una via: concertazione con le parti sociali su manovra, finanziamenti e stato di realizzazione del grande cantiere infrastrutturale sbloccato dal Cipe, accelerazione sulla delega fiscale, riforma del lavoro e invito all’opposizione a lavorare insieme per il bene dell’Italia. Un intervento ‘ecumenico’ che convince solo parzialmente gli osservatori e per nulla le opposizioni. Ma qui sta la notizia politica: Casini si smarca da Bersani e apre ad Alfano.

Davanti alle Camere e quindi al paese, il premier doveva rassicurare anzitutto gli italiani e i mercati. E così ha fatto. Accanto a lui Tremonti e tutto il governo schierato – compreso Maroni -: assente solo Bossi. Conferma tre cose: che l’Italia ha i fondamentali economici e finanziari solidi, che le banche sono tra le più sane a livello europeo e che i mercati e gli speculatori non tengono nel giusto conto quanto fatto fin qui dall’Europa (vedi il caso Grecia) perché guardano le cose seguendo un metro che ben poco ha a che fare con l’economia politica. E il caso Obama, con l’America che da otto giorni chiude col segno meno a Wall Street sta lì a dimostrarlo. La convinzione è che per dirla con Alfano "i mercati non determinano i governi".

Detto questo invita tutti – politica, investitori, economisti e finanza – a non farsi condizionare troppo dall’altalena del differenziale tra i titoli nostrani e i bund tedeschi. Ma qual’ è la via? Berlusconi ha una carta che intende giocare fino in fondo: la delega per la riforma fiscale. E la sollecitazione è esplicita: “E’ essenziale che Governo e Parlamento attuino in tempi brevi la delega fiscale e assistenziale”. Perché sarà questo strumento che consentirà di attuare “'un regime di tassazione più favorevole alle famiglie, al lavoro e all'impresa”. Ed è proprio questo – osservano dalla maggioranza – che si può veramente fare in un quadro congiunturale complesso.  

Ma quello che forse non è apparso chiaro dalle parole del premier è come intende agire. Si pensa ad una ulteriore stretta di rigore o invece si metteranno in campo interventi che in questa fase rimettano in moto la crescita? Il Cav. le tiene insieme, rivendica ad esempio l’attuazione del piano per il Sud, fermo da un anno, che proprio ieri il Cipe ha sbloccato con 7,4 miliardi di euro destinati alle infrastrutture. C’è poi un passaggio che tocca nel suo intervento ma non approfondisce: l’accenno alla necessità di “portare a zero” il fabbisogno a fine anno. A a molti  parlamentari della maggioranza, è parso come l’anticipo di quanto con la manovra è stato spalmato in tre anni. Se a questo si aggiunge il fatto che lo stesso premier avrebbe detto ai ministri di tenersi pronti per un eventuale Cdm la prossima settimana, è facile ritenere che la situazione sia in movimento.

Il tutto, comunque, passerà dal confronto con le parti sociali, non solo sulla gestione della manovra da qui ai prossimi anni, ma anche sul monitoraggio relativo alla realizzazione (tempi e modi) delle grandi opere e alle misure di sostegno per famiglie e imprese. Una concertazione permanente, insomma, che delinea un cambio di passo nella strategia dell’esecutivo o quanto meno la volontà di lavorare “tutti insieme per il bene del paese”, perché – ripete il Cav. in Aula – la crisi non riguarda, né condiziona il governo ma ha a che fare col futuro del Paese. Per questo, “tutti dobbiamo rimboccarci le maniche e remare dalla stessa parte”.

I dettagli del piano che il Cav. ha in mente e che in Parlamento ha solo accennato a grandi linee oggi sarà sul tavolo del primo incontro con le parti sociali che nei giorni scorsi hanno chiesto discontinuità e atti concreti per la crescita. Un piano che – assicurano dalla maggioranza – dal confronto di oggi dovrà delineare tempi e modi per la razionalizzazione delle agevolazioni assistenziali che oggi come oggi appesantiscono il sistema fiscale per un valore che supera i 25 miliardi di euro nei bienni 2013-2014. Non sarà facile convincere le parti sociali, a cominciare dagli industriali come fanno intendere le parole di Marchionne secondo il quale serve una leadership credibile. Parole forti che poi in serata il numero uno di Fiat ha corretto ma che per buona parte del pomeriggio sono risuonate nelle orecchie del premier come una nota stonata.

Sui costi della politica, ribadisce la linea: decreto (firmato ieri) per la riduzione delle auto blu e gli stipendi di parlamentari e vertici dei settori pubblici che verranno equiparati agli standard europei, oltre al ddl sulla riforma costituzionale che renderà possibile intervenire sul numero di deputati e senatori e alla revisione dei regolamenti parlamentari. A questo aggiunge un provvedimento “a breve” per l’accorpamento e la razionalizzazione delle Province, ma anche qui non è chiaro fino in fondo se si arriverà alla loro abolizione, come auspicato da ampi settori del Pdl.

Ma sul piano tecnico Berlusconi ha davvero convinto? L’economista Francesco Forte evidenzia un aspetto: “Il premier ha indicato le ragioni per cui non esiste un ‘rischio Italia’ perchè il nostro risparmio è elevato, la quota del debito pubblico che comprano gli italiani supera il  50 per cento, la nostra bilancia dei pagamenti, grazie al commercio con l’estero va bene. L’economia è sana e soprattutto è sano il sistema bancario, come si è visto dalla reazione agli stress test e come Berlusconi ha potuto costatare nel colloquio con Mario Draghi”.

Se quindi non c’era un ‘rischio Italia’ l’anno scorso in cui c’era una situazione più difficile – è il ragionamento di Forte – e “non c’era un ‘rischio Italia’ all’inizio di questa’anno prima de varo delle misure di finanza pubblica, è paradossale che si determini proprio adesso che la situazione è migliorata. E’ chiaro che il pozzo è inquinato da fattori politici che hanno inquinato il mercato finanziario, quindi è bene che i risparmiatori lo guardino senza questo velo che purtroppo, invece, sta annebbiando una parte dei media nell’intreccio politica-affari. E nella perversione, quasi psichiatria, per cui bisognerebbe rimuovere Berlusconi anche a costo di creare un rischio Italia che non c’è”.  Quanto all’ipotesi di governi tecnici che ieri Bersani ha rilanciato in Aula, disvelando se mai ce ne fosse bisogno le manovre di Palazzo in servizio permanente effettivo, Forte la liquida con una battuta pungente: “Forse lui ha in mente un tecnico come Penati”.

Detto questo, insiste su un punto: attivare al più presto un concreto piano di privatizzazioni (“sono favorevole a quella delle Poste ma personalmente ritengo che si dovrebbe guardare anche alle ferrovie”) e a rimediare a quello che considera “un errore di Tremonti, ovvero anticipare al prossimo anno interventi più robusti finalizzati alla riduzione del deficit, anziché prevederli a partire dal 2014.

Ma è sul versante politico che ieri in Parlamento si è registrata una novità: il fronte delle opposizioni non è poi così compatto se si considera che negli interventi di Bersani, Casini e Di Pietro c’erano tre posizioni diverse. Il leader Pd rimane ancorato all’idea ‘fuori Berlusconi’ dentro un governo tecnico o di transizione nel quale sarebbe disposto a entrare “se vi fossero forti tratti di discontinuità con l’attuale esecutivo”. Dunque, il concetto è: Berlusconi faccia un passo indietro e solo così noi potremmo farne uno avanti.  Di Pietro batte il tasto delle dimissioni e sollecita il Colle a sciogliere le Camere. Il problema vero che ha il leader Idv è che per ora non sta trovando la sessantina di firme necessarie per presentare in Aula la mozione di sfiducia contro il governo e Bersani ha fatto capire chiaramente di non essere disposto a seguirlo su questo terreno (forse memore di come è andata a finire dal 14 dicembre in poi).

E Casini? Il leader Udc sceglie un’altra strada che potrebbe portare in un’altra direzione. Non butta a mare – come hanno fatto i suoi colleghi – Berlusconi e il berlusconismo e lo esplicita quando dice che “chi pensa che la fine di Berlusconi e del berlusconismo sia la soluzione vuol dire che non ha capito nulla di quello che sta succedendo”. Il punto, semmai, sul quale riflettere per il leader centrista è sul passaggio storico che si sta delineando, come del resto accadde nel ’92-’93, cioè la fine di una stagione politica. E di fronte a questo occorre mettere in campo “un supplemento di responsabilità e di serietà”. Come? Costruendo una nuova fase, una nuova stagione perché se “pensiamo che la fine politica di qualcuno coincida con il successo degli altri, sottovalutiamo quello che abbiamo avanti e la crisi che stiamo vivendo”.

Di più: Casini dice no a governi tecnici, piuttosto si dimostra interessato a esecutivi “che nascano in Parlamento, che nascano dai partiti che siedono in Parlamento”. Parole che possono essere lette come un’apertura alla maggioranza e in particolare al progetto lanciato da Alfano: il Ppe italiano. Ma c’è chi vede in questo anche un possibile scenario di medio termine che si sostanzierebbe in un governo alternativo a quello di Berlusconi ma sempre nell’alveo del centrodestra e con un gioco a tre punte che avrebbe per protagonisti Alfano, Casini e Maroni. Dunque non più uno scenario contro Berlusconi ma in un certo senso, con la sua ‘benedizione’. Fantapolitica o prospettiva verosimile? La prova del nove, sarà a settembre

 

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3 COMMENTS

  1. Casini apre ad Alfano
    Sig. Segretario del PdL non cada nella trappola, lasci Casini dove stà e guadagnerà i nostri voti.

  2. manca il tema fondamentale: l’euro
    Il vero problema è il sistema monetario europeo. L’Italia al suo interno può fare solo fino ad un certo punto. L’Italia può e deve tagliare la spesa pubblica. Ma questo non è sufficiente.
    Il problema è che l’euro è una moneta del tutto instabile che amplifica le cause di instabilità anzichè compensarle.
    Se il problema non si affronta a livello europeo, l’Italia e tutti i paesi periferici continueranno a sprofondare nell’instabilità. O si torna alla lira o si procede ad un integrazione fiscale dei partner europei. Ma è evidente che la seconda ipotesi non è fattibile per gli ostacoli che frappone la Germania. Francamente la scelta mi sembra obbligata. Credo che sia il caso che l’Italia inizi quanto prima a preparare un’uscita dall’euro di concerto (se possibile) con i partner europei. Altrimenti siamo sistematicamente fritti.

  3. Confesso che mi aspettavo un
    Confesso che mi aspettavo un articolo un po’ meno apologetico e un pelino piú obiettivo.
    Il Premier di fatto non ha detto nulla di quello che ci aspettava. Il paese attende un piano di rilancio dell’economia che porti a crescite duranture e importanti e invece ci ritroviamo con il solito deficit spending al sud e non ben identificati a imorese e famiglie. Di strutturale il solito nulla, con l’aggravante che questo ennesimo rilancio del neostatalismo viene da chi da 17 anni si rimpie la bocca con parole come “liberale” e predica meno stato e piú mercato.
    Un ultima piccola osservazione: gabellare l’azzeramento del fabbisogno, che é una operazione puramente di cassa, per anticipo di manovra é a dir poco una forzatura.

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