Il Cav. disinnesca la mina Lega sugli immigrati. Nel Pdl rispuntano le correnti

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Il Cav. disinnesca la mina Lega sugli immigrati. Nel Pdl rispuntano le correnti

04 Aprile 2011

Emergenza immigrazione, fibrillazioni con la Lega e dentro il Pdl. In mezzo, il dossier giustizia. Rebus sul tavolo di Silvio Berlusconi da decodificare velocemente prima che diventino un percorso minato per la tenuta del centrodestra e il destino del governo. Settimana ad altissima tensione, fuori e dentro il Parlamento. Si comincia oggi alla Camera con il conflitto di attribuzione sul Rubygate e la giornata in piazza del fronte delle opposizioni perché come dice il Pd “l’Aula non basta più”. Domani la prima udienza del processo a Milano e il voto sul processo breve previsto entro venerdì. Nel vertice notturno a Palazzo Grazioli il Cav. mette a segno un punto a suo favore: il passo indietro del Senatur e l’intesa sul permesso temporaneo per motivi umanitari agli immigrati che sbarcano a Lampedusa.

Se si dovesse stilare un elenco delle ‘grane’, il nodo vero restano gli sbarchi sull’isola, il piano per fronteggiare l’emergenza ma soprattutto il modo in cui metterlo in pratica. Finora le fughe in avanti della Lega, i ‘fora di ball’ tuonati da Bossi e sbandierati nel fine settimana nei gazebo del Carroccio, in campagna elettorale permanente, il ‘no nel mio territorio’ e l’ultima trovata di ieri, quella della proposta di legge sulle milizie regionali in stile guardia nazionale americana, segnalano un punto di frizione preoccupante a detta di molti esponenti pidiellini.

Il Carroccio – è il ragionamento – non può pensare solo ai propri interessi elettorali, è una forza che sta al governo e come tale deve concorrere alle responsabilità che le scelte comportano, specie in un momento delicato come questo. La linea dura sui rimpatri forzati e l’indisponibilità ad ospitare i tunisini nelle regioni del Nord viene letta come una tattica di propaganda, molto elettoralistica e assai poco finalizzata a cercare una soluzione di fronte a un esodo di massa dall’area del Magrheb. In quest’ottica il Carroccio non può pensare di ‘scaricare’ il problema sul premier e il partito di maggioranza relativa, tantomeno pensare solo ai ‘propri interessi di bottega’ in vista delle amministrative di maggio mettendo a rischio la stabilità dell’esecutivo. Né può pensare di risolvere un calo di consensi erodendo voti al Pdl al Nord e pure al Sud dove finora è stata concentrata l’accoglienza dei ventimila partiti dalle coste africane.

E da questo punto di vista, lo stop arrivato in giornata dai vertici pidiellini (Quagliariello in testa) è un messaggio netto all’indirizzo di Bossi e i suoi. Così come la sollecitazione dei 62 parlamentari meridionali pidiellini contenuta nel documento col quale si chiede al governo che non sia solo il Sud a farsi carico dell’emergenza immigrazione. Un monito all’alleato leghista ma anche un atto formale di sostegno al dimissionario sottosegretario Mantovano.

La chiave per uscire dall’empasse e richiamare l’Europa alle sue responsabilità è una sola e su questo il Pdl tiene il punto: il permesso temporaneo di soggiorno per motivi umanitari. L’unico modo in base al quale secondo la normativa comunitaria, gli immigrati possono muoversi all’interno dei confini dell’area Schengen. Che tradotto vuol dire: fare in modo che chi intende raggiungere la Francia e il resto dell’Europa possa farlo senza essere respinto come sta avvenendo alla frontiera di Ventimiglia. Anche su questo la Lega finora ha fatto orecchie da mercante temendo che il tutto possa essere interpretato dall’elettorato padano come una sorta di ‘sanatoria’, difficile da digerire.

Ma è altrettanto vero che tirare troppo la corda può rivelarsi un boomerang: non a caso nel vertice notturno col premier a Palazzo Grazioli (alla vigilia della nuova missione di Maroni in Tunisia per chiudere l’accordo dopochè ieri il Cav. ha di nuovo dovuto metterci la faccia incontrando gli esponenti del governo provvisorio), il Senatur ha fatto un passo indietro accettando la linea del premier e del Pdl sui permessi temporanei per motivi umanitari. Un passo obbligato, anche per uscire dall’angolo nel quale la linea dura rischiava di chiudere i vertici leghisti, compreso Roberto Maroni, alle prese sia col ruolo di ministro dell’Interno (e dunque esponente di governo), sia con le pressioni interne del suo partito. Un punto a favore del Cav.

L’altro fronte aperto è tutto interno al Pdl. I movimenti di questi giorni segnalano ‘mare grosso’. La rigidità della Lega sull’emergenza immigrazione da un lato,  la performance del ministro La Russa la scorsa settimana nell’Aula di Montecitorio dall’altra, sono stati i due elementi (o i pretesti?) che hanno riaperto le danze tra correnti. Se gli scajoliani sono tornati a puntare l’indice sul tasso di democraticità nel partito ma soprattutto sull’idea di un coordinatore unico e oggi inaugureranno il loro ‘quartier generale’ guarda caso a un passo da Montecitorio, l’attenzione si concentra pure sugli ex An, sui malumori di Liberamente e  sulla convention di Rete Italia vicina a Cl e capitanata da Formigoni.

In casa An non è passato inosservato il movimentismo degli alemanniani che hanno fatto quadrato attorno al sottosegretario Mantovano chiedendo un incontro con il premier, anche se ieri in Transatlantico erano in molti a ritenere che oltre a questo ci sia dell’altro. Non solo una certa insofferenza nei confronti di La Russa, ministro e coordinatore del Pdl, ma anche il tentativo di ‘pesare’ di più nel partito puntando a posizioni e incarichi di rilievo. I fedelissimi del sindaco di Roma (che non ha mai nascosto le sue aspirazioni politiche  ai vertici del Pdl e, in prospettiva, nel dopo-Berlusconi) sono una ventina tra Camera e Senato ma potrebbero contare anche sul sostegno di alcuni parlamentari meridionali: una base dalla quale portare avanti le proprie rivendicazioni.

Al di là dei tatticismi, il punto è un altro, cioè il livello di integrazione tra ex An ed ex Fi. Fino a quando nel Pdl c’erano Fini e i finiani, il processo è andato avanti: per gli aennini si trattava di smarcarsi da certe posizioni del presidente della Camera entrate poi in rotta di collisione col resto del partito e per i forzisti era l’occasione giusta per allargare i confini originari. Uscito Fini, ora a capo di Futuro e Libertà, il percorso di integrazione ha gradualmente subito un rallentamento, con gli ex An che si sono chiusi a riccio cercando di consolidare le proprie posizioni. Una battuta d’arresto che porta con sé diverse incognite e che comunque può rappresentare un elemento di istabilità interna.

A questo si aggiunge una certa preoccupazione nei ranghi pidiellini per i ‘ contatti’ che sarebbero in corso tra alemanniani e finiani e che stando ai rumors di Palazzo si sarebbero materializzati in una riunione la scorsa settimana. Con quale obiettivo? Se la voce che gira fosse vera, sarebbe un campanello di allarme da non sottovalutare.

C’è poi l’iperattivismo dell’ex ministro Scajola che da giorni sui media e nei convegni non solo rivendica per sé un ruolo politico di livello calibrato sul partito ma che proprio sulla gestione del partito è tornato a scagliare i suoi strali. Una corrente che può contare sul sostegno di una sessantina di parlamentari e che oggi aprirà la sua sede, accanto a Montecitorio, dando così un segnale concreto di strutturazione, esattamente l’opposto di quello che il Cav. va predicando da due anni.

Alla mossa degli scajoliani fa da contraltare quella di Liberamente, la componente che fa capo ai ministri Frattini, Gelmini, Prestigiacomo e Carfagna, contraria all’iperattivismo dell’ex ministro dello Sviluppo economico e al tempo stesso critica con la gestione del partito di La Russa. Una posizione che si potrebbe riassumere così: né con La Russa né con Scajola. L’effetto è ancora tutto da valutare (specie dal punto di vista della prospettiva), ma certo la contromossa di Liberamente è un altro elemento che alimenta le frizioni interne.

La convention di Rete Italia è l’ultimo tassello che agita il Pdl. Nella due-giorni a Riva del Garda, Formigoni che della componente vicina a Cl è uno degli ideatori insieme al vicepresidente della Camera Maurizio Lupi (che tuttavia ha posizioni meno ‘ortodosse’), ha evidenziato la necessità di “una riforma interna del Pdl” che possa consentire alla gente di “discutere e contare sulla scelta del leader”, oltre a rilanciare la proposta di reintrodurre il voto di preferenza. Se poi si guarda all’elenco dei relatori, in particolare i ministri Gelmini e Fitto, c’è più di un indizio che porta a ritenere probabile una liason, una convergenza di idee e progetti tra la componente formigoniana e quella di Liberamente che potrebbe trovare proprio nel ministro Fitto il suo potenziale trait d’union.

Non solo: la convention di Riva del Garda è apparsa come una sorta di richiamo al serrate le fila per i cattolici ex democristiani, quasi un tentativo di rivendicare un’identità ‘ di genere’ destinata però a delimitare i confini dell’area cattolica anziché aprirli alla costruzione del grande partito dei moderati al quale Berlusconi punta da diciassette anni e che trae la propria ragion d’essere dal’incontro tra laici e cattolici.

Mosse, tatticismi. Che per il momento passano in secondo piano rispetto alle priorità che l’agenda politica e di governo impone: dall’intervento in Libia, alla gestione dell’emergenza immigrazione, al capitolo delle riforme, al rilancio economico, ma che tuttavia sarà interessante monitorare di qui in poi.

In mezzo a tutto questo, c’è il capitolo giustizia che aprirà la settimana parlamentare. Si comincia oggi alla Camera con il conflitto di attribuzione sul Rubygate. La maggioranza ha dalla sua i numeri, ma le opposizioni hanno già fatto fronte comune organizzando un’altra giornata di piazza che visto il clima, non promette niente di buono. E che sul piano politico registra l’ennesima divisione a sinistra: l’Idv e il popolo viola manifesteranno davanti alla Camera, mentre il Pd nel tentativo di smarcarsi dalle frange più ‘pure e dure’ manifesterà per conto proprio al Pantheon (come se farlo a venti metri di distanza attenuasse il livello di strumentalizzazione o mettesse al riparo da possibili atti di intemperanza, come già visto una settimana fa).

Poi la sera, dalle 21 alle 24, tutti in piazza Santi Apostoli per la ‘notte bianca della democrazia’ dove, c’è da aspettarselo, il piatto forte sarà la ‘spallata’ al Cav. perché come ha detto Bersani “l’Aula non basta più”. Creatività democrat.