Il Cav. e Bossi vanno avanti e il d-day è un altro boomerang per i ribaltonisti

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Il Cav. e Bossi vanno avanti e il d-day è un altro boomerang per i ribaltonisti

03 Febbraio 2011

Da un lato la vittoria di Pirro dei ribaltonisti. Dall’altro la conferma che la maggioranza c’è, i voti in Parlamento pure e il Senatur sta col Cav. Sintesi di una giornata ad altissima tensione nei palazzi della politica tra il voto della Bicameralina sul federalismo e quello della Camera sul Rubygate. In commissione finisce con un pareggio che non inficia l’iter della riforma; in Aula con 315 sì del centrodestra e dei ‘responsabili’  e 298 no. Ora il dossier di oltre 600 pagine con la richiesta di perquisizione nei confronti del premier, riprende la via di casa: la procura di Milano. E a esaminare la pratica sarà il Tribunale dei ministri. In serata via libera del Consiglio dei ministri al decreto sul federalismo municipale. In altre parole, Berlusconi e Bossi vanno avanti.  

A Montecitorio il dato oggettivo di una delle votazioni forse più spinose per il governo – quella sul caso Ruby – riproduce lo stesso schema della sfiducia al ministro Bondi che la Camera ha rispedito ai mittenti: Pd, Idv e Terzo polo. E consegna alla maggioranza una soglia di sicurezza che oscilla tra i dieci e i dodici voti in più. Al voto non ha partecipato il premier e c’è stata l’astensione di un futurista in rotta di collisione coi futuristi: Luca Barbareschi. Nelle file dell’opposizione otto gli assenti (tra quelli ‘in sofferenza’ e quelli malati o in missione) ma anche se ci fossero stati, l’asticella del fronte anti-Cav.  si sarebbe fermata a quota 306. Con Pdl e Lega vota anche Misiti, deputato dell’Mpa che annuncia l’addio a Lombardo ed altri deputati malpancisti di altre forze politiche potrebbero seguirlo.  Ma ciò che ieri è stato sancito alla Camera  è che il governo ha una maggioranza assoluta: 316 voti.  E dunque la possibilità di portare avanti la legislatura. Con buona pace di Fini e Casini che insistono sulle dimissioni del premier e su questo stanno ormai da settimane impostando tatticismi molto strumentali e poco politici.   

E che la manovra del fronte anti-Cav. sia del tutto strumentale, lo si è visto anche sul federalismo in commissione Bicamerale. Anche qui, il dato evidente è che non c’è federalismo che tenga. E non c’è altra riforma che tenga. Ormai, i tanto sbandierati interessi del paese sui quali si sono costruiti progetti di ribaltoni, ipotizzati governi istituzionali, di salvezza e di emergenza nazionale e perfino grandi coalizioni, sono passati dalle priorità all’ultimo posto nella graduatoria delle cose da fare. Di urgente e unica ce n’è una sola: costringere il Cav. al passo indietro e per questo obiettivo la  ‘santa alleanza’ dalemiana è già nei fatti. Anzi, in parlamento. 

Il voto sul federalismo in commissione bicamerale è la prova plastica (l’ennesima)  di come a questo punto Fini, Casini, Bersani e Di Pietro marcino compatti verso la meta. L’intento era caricare l’esito del pronunciamento di un organismo che – è bene ricordarlo – ha valore consultivo e dunque non vincolante per l’iter della riforma, del peso politico di un nuovo assalto alla maggioranza democraticamente eletta , della famigerata spallata, fallita il 14 dicembre e per altre tre volte col giochino della mozione di sfiducia (collettiva e personalizzata).  Dietro il paravento del confronto sugli emendamenti, si è tentato di piegare strumentalmente il governo su una delle riforme strutturali che questa maggioranza ha promesso agli italiani e sottoscritto al primo punto del programma elettorale. I tatticismi, i giochi di bottega (politica) hanno prevalso sui contenuti e le finalità di un testo limato, rivisto, modificato in alcuni passaggi ma soprattutto frutto della mediazione  e del dialogo con gli addetti ai lavori. Come nel caso dell’associazione nazionale dei Comuni che dopo aver visto accolte alcune richieste ha dato parere positivo al testo di Calderoli.

Ma questo evidentemente non interessava nessuno dei novelli paladini della politica dell’etica e della legalità, del bene comune e del dialogo a trecentossessanta gradi, della partecipazione dal basso, della responsabilità, e chi più ne ha ne metta. No, l’importante era mandare un segnale politico forte, suonare il campanello al Cav. per ricordargli che il suo tempo è scaduto e deve farsi da parte. Il finiano Baldassarri è stato ‘l’uomo a l’Avana’ del presidente della Camera e del leader in pectore del Polo per l’Italia (Casini) perché il suo voto sarebbe stato determinante per far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. La disponibilità del centrodestra ad accogliere proposte ed emendamenti del senatore in questione, l’incontro con Berlusconi, i contatti e le riunioni coi colonnelli di Bossi, non sono serviti a nulla. C’è stato un momento in cui, incassate le modifiche, era sembrato che il finiano si sarebbe potuto astenere, ma alla fine ha spiazzato tutti col suo no.

Passaggi non di poco conto in una giornata carica di fibrillazione, con le opposizioni a cantar vittoria e a tirare dalla loro parte il regolamento della commissione, battendo il tasto sul fatto che il respingimento del parere equivale a una bocciatura. Come fa il presidente della Camera (che del ruolo istituzionale di terzietà si ricorda a giorni alterni) quando dice che il parere del governo “è stato sostanzialmente respinto. Siamo in una situazione senza precedenti. E questo perché chi conosce le regole della Bicamerale sa che in caso di pareggio il provvedimento si intende respinto”. O ancora come avrebbe detto a Bossi nel faccia a faccia prima del voto in Bicamerale, secondo quanto trapela da indiscrezioni: niente federalismo con questo governo e questa maggioranza. Finchè Berlusconi non fa un passo indietro il federalismo non passa. Concetto che sarebbe stato ripreso anche nel vertice di maggioranza a Palazzo Grazioli dove alcuni parlamentari avrebbero riferito dl Cav. di ‘pressioni’ terzo poliste su Baldassarri per scongiurare l’eventualità di un’astensione.  Fa una certa impressione ascoltare il teorema futurista se si pensa che i finiani sono stati eletti anche per dare attuazione al federalismo, sul quale peraltro avevano già votato sì.

Glielo ricorda indirettamente Gaetano Quagliariello sottolineando che sì, Fini ha ragione a dire che la situazione venutasi a creare ‘è senza precedenti’, e il motivo per il vicepresidente dei senatori è che “in commissione bicamerale, la cui composizione non rispecchia più gli equilibri politici del Parlamento, non è stata recepita a parità di voti la proposta di parere del relatore e pertanto la Commissione non è in grado di esprimere alcun parere. Quanto alla situazione di parità sul voto finale l’osservazione si concentra sul fatto che la non “deriva da fattori politici” perché “in parlamento è indubitabile  l’esistenza di una maggioranza politica a sostegno dei provvedimenti del Governo sul federalismo (come del resto confermato dal voto favorevole intervenuto sempre oggi presso la Commissione bilancio del Senato)”.

Semmai il problema sta nella composizione della commissione che “non è stata adeguata alla decisione di alcuni parlamentari eletti nelle liste del Pdl di dar vita a un nuovo gruppo parlamentare e di collocarsi all’opposizione”. Un fatto che, secondo Quagliariello, “ha determinato la situazione paradossale, e contraria ad ogni principio di democrazia parlamentare, di una commissione che presenta un equilibrio politico fra i vari gruppi e fra la maggioranza e l’opposizione diverso da quello presente nelle assemblee. E questo  dovrebbero attestarlo innanzi tutto i tanti cultori della centralità del Parlamento, subito pronti ad ammainare la bandiera di fronte alla più piccola convenienza politica”.

Il governo va avanti, Bossi conferma l’alleanza col Cav. nel vertice di maggioranza a Palazzo Grazioli, nonostante le fibrillazioni dei giorni scorsi, e ieri a tarda sera nel Consiglio dei ministri ha varato il decreto sul federalismo municipale, cioè il testo uscito dalla Bicamerale che contiene le modifiche proposte dalle opposizioni (finiani compresi) e accolte dalla maggioranza. Segno evidente che se ci dovesse essere un passaggio nell’Aula di Montecitorio, sarebbe alquanto difficile bocciare una riforma che pure loro hanno contribuito a migliorare.  Un’arma a doppio taglio per Fini e Casini. Un punto a favore nel pallottoliere del Cav. E il famigerato d-day, per ora, è un boomerang per i ribaltonisti.