Il Cav. fa il mediatore tra gli ex ma è tentato dall’idea di andare oltre il Pdl
03 Aprile 2012
Uniti ma divisi. Il gioco di parole fotografa la realtà. Il vertice-fiume a Palazzo Grazioli non ha nascosto sotto la sabbia le incomprensioni tra le anime del Pdl, tentando di ricondurle nell’alveo della dialettica politica. Eppure, quattro ore di discussione non sono servite a superarle definitivamente: il futuro del partito tra un anno e la legge elettorale restano ancora una matassa da districare nel fitto intreccio di rivendicazioni tra ex.
Berlusconi sceglie la via della mediazione: con le amministrative alle porte è bene serrare i ranghi e procedere compatti. Solo così si può affrontare un test elettorale che il Pdl sa essere dall’esito incerto e che comunque per caratteristiche e dimensioni non può fare il paio con la battaglia – quella vera – del 2013. Ma soprattutto, l’unità è la parola chiave per far pesare di più il ruolo e la voce del partito nell’iter delle riforme costituzionali (e del governo Monti) che come ha ribadito il Cav. sono il vero snodo per modernizzare il paese. A cominciare dalla riforma del lavoro, strategica per portare fuori l’Italia dalla crisi.
Per lui, le riforme sono anche lo strumento per consegnare al prossimo governo quelle regole che dovrebbero garantire stabilità degli esecutivi, snellimento dell’iter parlamentare, maggiori poteri al premier, riduzione del numero di deputati e senatori. Temi che nella sua agenda di governo sono stati affrontati solo a metà per i troppi veti degli alleati, vecchi e nuovi. E magari, accanto alla nuova architettura dello Stato, un sistema elettorale che premi la cifra dei due principali partiti, non più costretti ad alleanze forzate, fermo restando l’indicazione del premier prima del voto e l’impianto di un bipolarismo ‘possibile’, non già costruito contro qualcuno ma calibrato su due progetti di governo alternativi e competitivi tra loro. Di tutto questo lo stato maggiore del partito ha discusso nelle quattro ore a Palazzo Grazioli dove non sono mancati botta e risposta accesi, come quello tra Galan (che tifa sempre Fi e vorrebbe tornare allo spirito del ’94) e La Russa che invece rivendica l’investimento sul Pdl e invita chi non la pensa così a trarne le conseguenze.
Un bel daffare per Berlusconi e Alfano, entrambi convinti dell’esigenza di ricondurre il dibattito – seppure animato – nell’alveo del confronto e non dello scontro. E per questo impegnati a gettare acqua sul fuoco delle fibrillazioni. Troppo rischioso, in questo momento, con le amministrative alle porte e il cantiere delle riforme aperto, evidenziare le criticità interne anziché lavorare per stemperarne la portata. Tutti hanno compreso e tutti al termine hanno ripetuto la parola d’ordine: unità.
Dopo si vedrà. Lo scenario è aperto, compresa l’idea (e forse anche un progetto allo studio del Cav.) di andare oltre il Pdl. Il pass-partout potrebbe essere proprio la riforma elettorale che nella visione del Cav. dovrebbe da un lato frenare le velleità di Casini che non ha abbandonato l’idea dell’Opa su via dell’Umiltà; dall’altro per fare del Pdl un grande partito dei moderati togliendo allo stesso leader centrista la tentazione di porsi come regista dell’operazione. Quando? Difficile dirlo, certo è che l’idea che comincia a circolare potrebbe strutturarsi in modo più concreto dopo il voto di maggio. In questa direzione sembra andare il ragionamento di Cicchitto: nessuna nostalgia per Fi o An perché “bisogna essere capaci di guardare avanti. Il Pdl può superare se stesso dopo le amministrative vedendo se è possibile un’apertura verso il centro e formare un grande partito moderato e riformista in alternativa al Pd. In questo senso, siamo tutti in campo aperto”. Qualcosa di più di una scommessa o di un auspicio, pare di capire.
Se questo è l’orizzonte, è chiaro che un sistema elettorale che premia i partiti e non la coalizione – mantenendo intatta l’indicazione del premier prima del voto – potrebbe essere l’opportunità giusta al momento giusto. Ma le resistenze degli aennini invitano alla prudenza, come pure le incognite su come concretizzare l’accordo di ABC. E così da un lato Berlusconi consiglia di andarci cauti perché il cammino dell’intesa ora va tradotto in una proposta di legge e per questo oggi i ‘tecnici’ incaricati di portare avanti il confronto con Pd e Terzo Polo torneranno a riunirsi; dall’altro Alfano tenta di smussare gli angoli ribadendo che al momento non c’è alcun testo scritto ma un ragionamento complessivo su cosa si può fare. Un punto di caduta sarebbe stato individuato: per venire incontro alle richieste degli ex An, si sarebbe presa in esame la ripartizione dei seggi, assegnati coi resti, in circoscrizioni anzichè nel collegio unico nazionale.
A Palazzo Grazioli c’erano anche due convitati di pietra: Angela Merkel e Gianfranco Fini. Berlusconi critica la linea rigorista imposta dalla cancelliera tedesca all’Europa e all’Italia che, secondo l’ex premier, avrebbe determinato il disastro per la Grecia e adesso comincia a determinarlo anche per la Spagna. Passo pesante, come quello riservato al presidente della Camera che Berlusconi additato come la causa della caduta del suo governo, con la nascita di Fli. Se ciò non fosse accaduto, oggi avremmo ancora la maggioranza a Camera e Senato, è il tenore della reprimenda. Alla quale Fini replica via twitter con altrettanta acredine: “Ringrazio Berlusconi per il merito che mi ha riconosciuto: se fossi stato zitto e buono lui sarebbe ancora premier. E l’Italia sarebbe alla bancarotta”. Accuse tra ex. Mediazione impossibile.
