Il Cav. fa lo slalom tra i ‘niet’ di Casini e le fughe in avanti di Bossi

LOCCIDENTALE_800x1600
LOCCIDENTALE_800x1600
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Il Cav. fa lo slalom tra i ‘niet’ di Casini e le fughe in avanti di Bossi

29 Dicembre 2010

‘L’incognita Udc’ e ‘la preoccupazione’ Lega. Due dossier ai quali il Cav. sta mettendo mano in vista della dead-line di gennaio per capire se e come andare avanti o se far saltare il tavolo e tornare alle urne. Le fibrillazioni non mancano nella maggioranza, sia per il corteggiamento nei confronti di Casini che non tutti vedono di buon occhio specie se applicato all’ipotesi di un mega-rimpasto con i centristi a Palazzo Chigi magari seduti sulla poltrona di qualche ministero chiave, sia per le tensioni alimentate dalla Lega che gioca su due tavoli: elezioni anticipate o legislatura almeno fino a quando non avrà portato a casa l’applicazione del federalismo. E in questa chiave non mancano gli ammiccamenti al Pd che nelle file del Pdl vengono guardati con una certa preoccupazione perché un rapporto “esclusivo” con la parte moderata dell’opposizione – sostengono in molti nel partito del Cav. – non gioca “a nostro favore e soprattutto lascia troppo spazio al movimentismo del Carroccio”.

Da Arcore il premier lavora all’operazione “rafforzamento” della maggioranza per raggiungere l’obiettivo indicato nella conferenza stampa di fine anno: 325 deputati è la cifra necessaria per proseguire senza scossoni o agguati parlamentari visto che anche ieri e soprattutto dopo il caso Belpietro-Fini i rapporti già deteriorati coi finiani sembrano ormai irrimediabilmente compromessi, con la pattuglia futurista che fa quadrato attorno al capo e dispensa veleni e accuse verso gli ex alleati.

Il corteggiamento dei centristi è una delle opzioni alle quali Berlusconi guarda con interesse, ma non la sola se è vero come è vero che l’obiettivo prioritario  – almeno in questa fase – resta la mano tesa a singoli deputati dell’area moderata (finiani, centristi, piddini) in sofferenza a casa propria. E tuttavia un’intesa con Casini su provvedimenti strategici per il paese resta la chiave che garantirebbe di navigare in acque tranquille fino alla scadenza della legislatura, ma anche l’idea di prospettiva che piace ai piani alti di via dell’Umiltà per un patto elettorale (e forse un’alleanza più strutturata) dopo il 2013. Ma per il momento dal campo degli ex dc arriva il solito ‘no grazie’. Dalle Maldive Casini ‘ benedice’ la nota del portavoce De Poli che ripete il refrain ormai noto: “Non ci interessano poltrone e accordi di potere. L’Udc fa opposizione responsabile da quando è in Parlamento, votando solo le leggi che interessano gli italiani.Questa è la nostra politica, il resto sono chiacchiere”.

Posizioni al momento lontane da un’eventuale intesa con la maggioranza che da un lato mostrano come il leader Udc tenti di alzare la posta (forse per la premiership a Casini nel 2013 ora che Fini ha perso il treno?), dall’altro alimentano fibrillazioni nel Pdl. Lo si capisce chiaro quando il ministro Frattini il cui dicastero secondo i rumors di Palazzo sarebbe sul piatto dell’ipotetica intesa coi centristi puntualizza alcuni concetti: “E’ sbagliato corteggiare Casini. Non dobbiamo offrire loro posti di governo ma chiedere di essere opposizione responsabile. A me per primo infastidisce il toto-successore sul mio posto di ministro degli Esteri”.

Sulla stessa lunghezza d’onda che gli ex dc nel Pdl a cominciare dal ministro Rotondi più propenso a riaprire le porte a Casini per un’alleanza elettorale che per un ingresso in  maggioranza, oltretutto considerando il fatto che l’Udc una manciata di giorni fa voleva far cadere il governo e ha votato la sfiducia insieme a Fini, Bersani e Di Pietro. A gettare acqua sul fuoco ci prova Cicchitto che ai suoi ripete l’obiettivo prioritario: la governabilità. Due le coordinate per centrarlo, è il ragionamento del capogruppo Pdl alla Camera: recuperare il numero più ampio possibile di singoli parlamentari singoli disponibili a condividere un percorso di riforme, e al tempo stesso lavorare e comunque “non escludere pregiudizialmente un’operazione politica più ambiziosa che è quella dell’unità dei moderati e dei riformisti, ponendo il problema anche all’Udc il cui terzaforzismo è di corto respiro”.

Ma a complicare le cose ci si mette pure il Senatur che ieri ha rilanciato la frase sibillina sui numeri della maggioranza con un laconico “Siamo nella palude romana”. Il punto è che la Lega scalpita non condividendo fino in fondo l’ottimismo del Cav. E’ per questo che nonostante la fiducia incassata dal premier in Parlamento il 14 dicembre, rilancia ogni due per tre il ritornello delle urne. Da ‘al voto al voto’, all’andiamo ‘avanti in nome del federalismo fino a quando non troverà piena attuazione’, è il perimetro entro il quale oscilla il tatticismo delle camicie verdi.

La maggiore preoccupazione leghista sta infatti nei numeri, non solo quelli alla Camera che secondo Bossi “scarseggiano”, ma soprattutto quelli nelle commissioni in alcune delle quali la maggioranza non è autosufficiente e dove il federalismo potrebbe rischiare un rallentamento.  Ed è per questo che Calderoli ha cercato di suonare il violino al Pd in un certo senso legando la questione del federalismo alla riforma della legge elettorale, ponendosi come interlocutore privilegiato sul capitolo riforme.

E’ per questo che dalle file della maggioranza Gaetano Quagliariello dà la sveglia ai suoi, convinto che, proprio in tema di riforme, il pallino del confronto coi settori dialoganti del Pd debba restare nelle mani del Pdl. Anche perché la Lega “si sta muovendo su tutti gli scenari: voto e proseguimento della legislatura. E sa che in quest’ultimo caso non può contare su numeri certi per il via libera definitivo al federalismo. Su questo punto il partito di Bossi ha già un asse con ampi settori del Pd, li sta coltivando”. E allora perché lasciare alla sola Lega l’iniziativa? Meglio se – è la sollecitazione del vicepresidente dei senatori – il dialogo con pezzi del Pd sul tema delle riforme in chiave bipolare e maggioritaria lo porta avanti il Pdl. Il tutto, tenendo conto dell’ennesimo sommovimento interno al partito di Bersani con gli ‘ulivisti’ guidati da Parisi in rotta di collisione con la nomenclatura del Nazareno e la sempre maggiore insofferenza dei ‘veltroniani’ per la linea di Bersani e D’Alema.

Di carne al fuoco ce n’è molta dentro e fuori il recinto della maggioranza, al 20 gennaio manca poco e il Cav. dovrà stare attento a non mandarla in fumo.