Il Cav. non scarica Monti (per ora) ma apre la campagna elettorale

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Il Cav. non scarica Monti (per ora) ma apre la campagna elettorale

15 Dicembre 2011

Silvio Berlusconi non è Giulio Tremonti. Non è sparito, non sta in silenzio, non ha abbandonato il campo. Ci sta con tutte e due le gambe, tratta con Monti su una manovra che il Pdl manda giù a gran fatica perché non sta nel suo dna e che in questa fase di emergenza per il paese “è il male minore”. Ma soprattutto apre la campagna elettorale non dando per scontato che il governo arrivi al 2013. Il parallelismo per un verso con l’ex ministro del Tesoro e per l’altro con Umberto Bossi che ieri ha declinato l’ennesimo invito ad un faccia a faccia chiarificatore, è il doppio fil rouge sul quale il Cav. si muove.

L’occasione è la presentazione del libro di Bruno Vespa, ma è quella giusta per dire – proprio alla vigilia del voto di fiducia sul decreto – cosa pensa della manovra del Prof. di Varese, della linea imposta dalla Merkel, delle uscite “ruvide e rustiche” del Senatur, dei rapporti (futuri ed eventuali) con l’Udc, delle riforme costituzionali per cambiare l’architettura dello Stato, della leadership del Pdl e della riforma della legge elettorale a prescindere dal giudizio della Consulta sul referendum. Di carne al fuoco ne mette molta, mandando messaggi sia a Monti che al suo partito e all’ex alleato che il Cav. nonostante i toni e gli show padani in Parlamento (ieri il replay della bagarre al Senato) non considera affatto ex.

Glissa su Tremonti, seppure sollecitato dalle domande, compresa quella sull’ipotesi di un suo approdo alla Lega. Ma quel poco che dice, basta a dare la sensazione di un rapporto ormai deteriorato e come tale difficile da recuperare. Tremonti con la Lega? “Lui è sempre stato molto vicino a Bossi, è sempre andato alle manifestazioni della Lega, mai a quelle del Pdl”. Sul ‘limbo di Tremonti tra Lega e Pdl’ e l’eventualità che la mancata analisi dei motivi di rottura possa essere di ostacolo alla strategia di recupero del consenso, Berlusconi prova a uscirne così: “Vorrei invitarla a tornare sul tema dell’amore”. Aggiunge che la sua era “una non risposta” perché “dare una risposta avrebbe conseguenze negative”. Domanda perfida: “Per lei o per Tremonti?”. Il Cav. incassa ma tace.

E Bossi? “Non ci sono rapporti tesi con la Lega. Siamo stati al governo per molti anni. Voglio bene a Bossi e lui ne vuole a me; solo che adesso fa il suo gioco – è già aumentato di un punto e mezzo nei sondaggi – perché ritiene di aumentare il proprio bottino di voti. Al momento delle elezioni vedremo cosa succederà. Un conto è ciò che appare un conto è ciò che è”. Frase quest’ultima che fa capire come il Cav. sia convinto di ricucire lo strappo e del resto sottolinea due aspetti: il fatto di aver smussato gli angoli della Lega in origine di lotta dura e pura, e di aver contribuito a farla diventare una forza di governo (un po’ come con Fini ai tempi del Msi) , oltre al fatto che quelli del Carroccio “non sono così masochisti, sanno che se vanno da soli alle amministrative di primavera perdono e fanno perdere a noi tutto il Nord”.

Dunque, il primo banco di prova per tastare il polso di un’alleanza sospesa sarà tra qualche mese. La porta resta aperta, anche se Bossi ieri ha rifiutato di incontrarlo dicendo con tono alquanto sprezzante ma in linea con lo stile della Lega di lotta “se lo incontro mi metto a ridere”. La porta resta aperta, consapevole che tutto il percorso fatto in questi anni non può essere cancellato dalla parentesi di un “governo di missione”. Non forza Berlusconi, per questo si mantiene prudente lasciandosi andare – perché stuzzicato – a una replica altrettanto pepata del tipo “se lui dice che lo faccio ridere io potrei rispondere che lui mi fa piangere, ma non lo dico”. 

Il ragionamento a tutto tondo comprende anche il ‘dossier’ Udc. Il Cav. rileva l’anomalia di un partito che col Pdl a Bruxelles sta nello stesso gruppo parlamentare e in Italia finora è stato all’opposizione del Pdl e del suo governo. E’ chiaro che guardi al dialogo coi centristi e lo si capisce quando premette che a rompere il rapporto con Casini nel 2007 fu Fini che alla vigilia della nascita del Pdl pose il veto all’ingresso di Casini che avrebbe dovuto farlo rinunciando al simbolo del suo partito, come accaduto per An. “Fini pretese la non alleanza con l’Udc pena la sua uscita dal Pdl. Io, invece, avrei accettato l’ingresso di Casini col suo simbolo”. Definisce l’anomalia italiana di due partiti che stanno nel Ppe un “non senso” e in questo proietta l’auspicio di un ricongiungimento, ma a tempo debito e se ci saranno le condizioni perché quanto accaduto finora è dipeso per larga parte dalle “ambizioni personali del suo leader che è un professionista della politica”. Detto questo, si dice fiducioso su una ricomposizione coi centristi.  

Il ragionamento sul quadro interno è anche l’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Come quando dice che Monti verso il quale nutre stima ed è convinto della sua generosità nel dare un contributo disinteressato al Paese in una fase di emergenza, è “disperato, giustamente” perché in questo decreto “ha dovuto fare marcia indietro su tutto” rendendosi conto in prima persona (‘come ho dovuto fare anch’io’) dell’importanza di riformare “l’architettura istituzionale dello Stato”.

Del resto, aggiunge, anche Mussolini diceva che “questo Paese è ingovernabile e lo scriveva nelle lettere alla Petacci che sto leggendo e nelle quali mi ritrovo quando sottolineava che chi governa l’Italia non ha potere, può al massimo chiedere una cortesia, ma non può dare ordini”. Il Cav. garantisce il sì del Pdl oggi alla manovra che in questo momento “è il male minore” e tuttavia si tiene le mani libere per il futuro valutando ogni singolo provvedimento del governo. Nessuno sgambetto nell’immediato ma il Cav. non esclude che si possa tornare alle urne prima del 2013. Non che si auguri “un insuccesso” del governo Monti – precisa – ma eppure nulla può essere dato per scontato.

E’ un modo per tornare a dettare la linea del centrodestra e al tempo stesso avviare una lenta operazione di smarcamento dal Prof. di Varese e aprire fin d’ora la campagna elettorale “perché un grande partito è sempre in campagna elettorale” e il Pdl “è pronto in qualsiasi momento” al voto. Né Berlusconi, né Bersani, né Casini e neppure Bossi possono dire con certezza cosa succederà tra un mese o tra sei: il quadro politico è in movimento e molto dipenderà dall’andamento della crisi. E “dai sondaggi” perché se “una parte politica cresce nei sondaggi e quei sondaggi gli consegnano una vittoria sicura, credo che potrebbe avere la tentazione” di chiedere lo scioglimento delle Camere. Certo, scandisce, a Monti “non auguro un insuccesso”, ma “non tutti sono responsabili come me”, quindi “non io” ma altri potrebbero lavorare per far cadere il governo.

Che Pdl e Pd siano costretti a mandar giù la medicina amara di una manovra che contiene provvedimenti difficili da far digerire ai rispettivi elettori, Berlusconi lo sa bene (come lo sa Bersani), tanto che rivendica alcune modifiche che il Pdl ha incassato nella mediazione con l’esecutivo (specie sull’Imu), ma è altrettanto chiaro che intende difendere lo spazio e la dimensione politica di un partito che vuole tornare al governo e che fin d’ora, annuncia il Cav., “se gli italiani ci accorderanno la fiducia” toglierà la tassa sulla casa che Monti ha rimesso.

Parla agli elettori, ma pure al partito ed è una sollecitazione a restare uniti, a remare tutti dalla stessa parte. Adesso ci sono da affrontare i congressi provinciali poi quello nazionale nel quale sarà scelto un nuovo nome per il partito, quindi la fase delle primarie per la premiership alla quale conferma la candidatura di Alfano. A questo aggiunge il lavoro parlamentare per portare a compimento la riforma istituzionale ma anche la modifica dell’attuale sistema elettorale, indipendentemente dal pronunciamento della Consulta sul referendum.

Tiene il punto sull’impianto bipolare e il premio di maggioranza al Senato, ma apre a un’introduzione parziale delle preferenze perché al di là di tutto “ci sono più di un milione di cittadini che hanno sottoscritto il referendum per scegliere i candidati” al parlamento. Passaggio non da poco, soprattutto se letto nello scacchiere – ancora tutto da decifrare – delle alleanze che verranno.

Pollice verso sull’Europa a trazione tedesca al punto da ritenere giusta la mossa di Cameron. Il problema di fondo dal quale discende parte dei guai di oggi a fronte di una crisi mondiale che ha effetti devastanti su tutti i paesi dell’Eurozona (il declassamento di ieri di alcuni colossi bancari tra i quali Bnp e Deutche Bank certificato dalle agenzie di raiting, oltre all’annuncio della Francia in recessione per bocca dell’istituto di statistica francese è la riprova che non era tutta colpa di Berlusconi) è uno solo: l’aver creato una moneta unica senza l’esistenza di uno Stato comune e di un governo centrale, ma soprattutto della mancanza di una banca che dia garanzia di ultima istanza come fa la Fed negli Usa. La via d’uscita è una sola: la Bce diventi e operi sull’euro come fa la Fed sul dollaro.

Dal cono d’ombra si uscirà quando “la Germania capirà che andando avanti così avrà danni maggiori della paventata inflazione che si determinerebbe laddove la Bce facesse la banca di ultima istanza. Non c’è alternativa e lo dico da mesi”. L’esito del vertice di Bruxelles sembra dargli ragione.