Il Cav. punta tutto sull’economia spedendo gli avversari sull’Aventino
31 Gennaio 2011
La mossa del Cav. si può leggere in quattro modi: una risposta al paese, una a Napolitano, una sfida all’opposizione, la chiave per allargare la maggioranza. Il filo conduttore sono le riforme e quel piano nazionale per la crescita dell’Italia proposto dalle colonne del Corsera al leader Pd. L’effetto è un coro di no, peraltro prevedibile. A cominciare da Bersani che ci mette poco meno di due ore a rispedire al mittente l’offerta e dietro di lui è un unico refrain: prima ti dimetti, poi ne parliamo. O in alternativa: non ci sono più le condizioni per via del Rubygate. Il premier prende atto e rilancia un pacchetto di misure economiche, ma la prova del nove per i destini della legislatura resta il voto di giovedì a Montecitorio sul federalismo fiscale.
La risposta agli italiani sta nella road map economica, parte della quale approderà in Consiglio dei ministri venerdì: all’ordine del giorno c’è un piano di “immediata defiscalizzazione e deregolamentazione” per il Mezzogiorno con strumenti operativi annessi; ma c’è anche la proposta di "riforma costituzionale in senso liberalizzatore dell’articolo 41 che il ministro del Tesoro ha già definito". L’obiettivo è arrivare in sei mesi a stabilire che “è lecito intraprendere e fare tutto quello che non è espressamente vietato dalla legge” perché l’intento di fondo è “liberare definitivamente l’Italia dalla mentalità assistenzialista e statalista che deprime lo sviluppo, ostacola gli investimenti e la creatività dei mercati, distrugge ricchezza e lavoro, minaccia il futuro delle giovani generazioni”.
Parole che Berlusconi affida a una nota di Palazzo Chigi dopo il ‘niet’ di Bersani&C. e che segnalano la volontà di rimettere al centro l’agenda di governo e spostare il dibattito politico dal fango delle polemiche e dello scontro a prescindere nel quale sta scivolando, al terreno del confronto sulle cose da fare per guidare l’uscita dell’Italia dalle secche della crisi internazionale. Serve anche a questo l’annuncio degli stati generali dell’economia a febbraio, a ricostruire un profilo riformatore e a riprendere in mano l’iniziativa politica.
E però nella lettera del Cav. al Corsera si può leggere anche un messaggio in codice a Napolitano, in queste ore tirato per la giacchetta dalle opposizioni, con in testa il progetto della “Santa alleanza” dalemiana che confida molto nello scioglimento anticipato delle Camere da parte del Colle. Come a dire: governo e maggioranza hanno i numeri in Parlamento e io voglio andare avanti rispettando il programma sul quale gli elettori ci hanno mandato a Palazzo Chigi. Il capitolo economico è quello più urgente, non a caso il Cav. ci calibra l’offerta a Bersani. Sul piano operativo chiama alla responsabilità quanti l’hanno sempre sbandierato come la vera priorità per il Paese e il punto di debolezza dell’esecutivo incapace di affrontare gli effetti della crisi. Sul piano politico, è un modo per mettere alla prova chi è riformista nei fatti e non a parole, specie nel campo democrat dove ad esempio le posizioni sul no al federalismo fiscale non sono così granitiche, ma anche tra i malpancisti casiniani e finiani.
Certo, si può obiettare che la proposta di Berlusconi sia stata alquanto estemporanea almeno nei modi e nella tempistica; in altre parole poteva essere ottimizzata magari attraverso un cammino preparatorio per rendere più difficile farsi dire di no da Bersani&C. Tuttavia non c’è dubbio che l’invito al confronto sui temi strategici per il futuro del paese colloca ‘il partito del no’ nella ridotta dell’anti-berlusconismo d’antan e di fronte alla non facile responsabilità di spingere il paese verso il voto, proprio in una fase delicatissima sul fronte dello sviluppo , con l’occhio dell’Europa fisso sui conti pubblici e la stabilità interna.
Non è un caso se l’apertura arriva dagli addetti ai lavori. La Marcegaglia che fino a ieri ha tuonato contro l’immobilismo del governo, oggi dice che “è sempre bene parlare di crescita e che si facciano cose per la crescita”. E’ la cosa più importante, spiega il leader di Confindustria che ribadisce il no a una patrimoniale (proposta da Veltroni) e indica nella vendita di beni pubblici, in particolare gli immobili, una possibile soluzione per rafforzare i conti pubblici. Fa eco l’amministratore delegato di Intesa, Passera convinto della necessità di “azioni concrete” perché “la crescita è una priorità rispetto anche alla patrimoniale". Dalla Confcommercio poi arriva l’esortazione del presidente Sangalli a “non esitare a cooperare”. E Bonanni della Cisl va dritto al punto quando ritiene “inaccettabile che si risponda di no solo perché non ci sono le condizioni. Bisogna aprire una nuova fase di confronto, anche ruvida”.
Nei ranghi del Pdl si insiste sulla serietà di un patto che dimostra come il governo sia determinato ad andare avanti sulla strada delle riforme. Un appello necessario all’opposizione, lo definisce Gaetano Quagliariello, perché “stiamo parlando di una delle fratture vere che c’è in questo momento e che riguarda la linea di politica economica del governo”. Per il vicepresidente dei senatori Pdl “in una situazione nella quale l’Italia ha fin qui retto bene di fronte alla crisi internazionale questa è una vera frattura di fronte alla quale ognuno assume le proprie responsabilità”. E che il premier si rivolga anche alle opposizioni “è un fatto dovuto indipendentemente dal fatto che la risposta si sarebbe già potuta considerare”. La Lega conferma con Reguzzoni: è una cosa seria che parla di cose concrete.
E i cosiddetti moderati del terzo polo? Tutti allineati con Bersani. Casini dice che “chi sta al governo queste cose le deve fare e non scrivere in un articolo sul giornale; tanto meno deve inventarsi nemici che non esistono come la patrimoniale, una proposta che nessuno ha avanzato in parlamento e nessuno la vuole. E poi lui è al governo, aveva tre anni di tempo per fare le cose che oggi riscopre, come le liberalizzazioni che ha bloccato o che ha fatto in modo del tutto insufficiente. Se vuole cominciare a lavorare, lavori, perché sarebbe utile”.
Di moderato nelle parole del leader centrista c’è ben poco e di quello spirito dialogante d’inizio anno si sono perse le tracce. Forse perché il Cav. si è rivolto a Bersani e non a lui? Di fatto la linea centrista non diverge granchè dai toni da guerra totale che scandiscono la replica futurista. Urso bolla il patto bipartisan per la crescita come “poco credibile e molto confuso”, si sofferma sul ritornello del quanto siamo bravi noi che da mesi andiamo dicendo le stesse cose che il governo non ha fatto e che oggi dice di voler fare con Bersani e D’Alema. Una stoccata che, se letta in controluce, segnala l’imbarazzo tra i finiani rispetto alla ‘Santa alleanza’ dalemiana che dal terzo polo non viene considerata del tutto irricevibile e dunque il tentativo di attribuire alla mossa del Cav. una sorta di flirt (politico) col Pd che in realtà serve a coprire il disagio dentro Fli.
E’ il capogruppo futurista Italo Bocchino a metterci sopra il carico da novanta, non solo quando legge l’iniziativa del premier come un “segnale di debolezza” e un “tentativo inutile” perché a questo punto “l’alternativa resta solo quella tra le dimissioni di Berlusconi per favorire una nuova ampia maggioranza di centrodestra e le elezioni anticipate”, ma soprattutto nell’intervista a Repubblica che se messa a confronto con la lettera del Cav. sul Corsera rende bene l’idea di chi vuole costruire e di chi invece pensa sia meglio distruggere per togliere di mezzo il problema dei problemi: Berlusconi. Non importa come. Bocchino è tranchant e ha già la sentenza sul Cav. in tasca: “A breve Berlusconi sarà costretto a dimettersi. Ormai l’inquilino è incompatibile con palazzo Chigi”.
Poi rispolvera il solito tema del governo alternativo, quello sconfessato dalla fiducia che Berlusconi ha ottenuto in Parlamento a dicembre. “Se si fa da parte ha la possibilità di indicare al capo dello Stato una rosa di nomi e su uno di quei papabili si può trovare una convergenza ampia. Siamo certi che ci sarebbe un atteggiamento diverso anche da parte del centrosinistra per dar vita ad un governo di responsabilità e affrontare tre, quattro riforme strategiche".
Infine il verdetto nel quale i futuristi confidano, avendo finora fallito in Parlamento: “Quando tra dieci giorni sarà imputato in un processo per prostituzione minorile allora dovrà farlo”. Ma il teorema finiano (e non solo) rischia di franare un’altra volta se Berlusconi tradurrà in fatti ciò che ieri ha detto, perché sullo sviluppo del paese non possono trovano giustificazione crociate ad personam. Il pacchetto economico è la chiave con la quale il Cav. vuole ribaltare il banco, uscire dall’assedio e blindare sull’Aventino gli avversari. Vecchi e nuovi.
