Il Cav sfila a Bossi l’esclusiva del federalismo e fa un ministro ad hoc

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Il Cav sfila a Bossi l’esclusiva del federalismo e fa un ministro ad hoc

18 Giugno 2010

 

Un berlusconiano doc, anzi una “delle espressioni più dirette del Cav.” si dice di lui in via dell’Umiltà. Aldo Brancher da oggi è ministro per l’attuazione del federalismo. Una promozione di rango la sua, dopo due anni da sottosegretario con Bossi alle riforme, ma che sul piano politico dice molto sia sul versante dei rapporti Pdl-Lega, sia sulla “gestione” del dossier sul federalismo fiscale. Ma per una casella che si chiude, un’altra resta aperta: il successore di Scajola non è ancora all’orizzonte nonostante la girandola di nomi che da settimane rimbalzano nei palazzi della politica e sui giornali. E il Cav. sembra intenzionato a tenersi l’interim almeno fino a settembre.

 Con il premier Aldo Brancher, sessantasette anni, bellunese, ha un feeling lungo e consolidato, nato negli anni passati insieme in Fininvest. Allora era uno dei manager più fidati di Berlusconi e il suo passaggio alla politica, nel 2001, ha mantenuto inalterata la solidità del rapporto tra i due. E’ l’uomo di collegamento tra il Cav. e Bossi. E in questo passaggio sta la doppia chiave di lettura , una tecnica l’altra più politica, della sua promozione alla guida di un ministero senza portafoglio inserito nei dicasteri di diretta emanazione della presidenza del Consiglio.

Sul piano tecnico, finora Brancher ha supportato Bossi nell’azione quotidiana in parlamento, compito che tuttavia ha svolto di più Calderoli (come si è visto anche per il codice delle autonomie), ma è chiaro che al ministro delle Riforme compete più una funzione di progettazione e strategia che il dettaglio giornaliero tra Camera e Senato. In questo senso, il nuovo incarico di Brancher tipizzerà maggiormente il suo ruolo di raccordo tra governo e parlamento sul dossier, strategico, del federalismo.

Sul piano politico, sono in molti nel Pdl a ritenere che la mossa del Cav. (peraltro apparsa ai più come un fulmine a ciel sereno)  sia finalizzata a tre obiettivi. Il primo: riportare al centro del programma del governo il tema del federalismo e al tempo stesso riposizionarlo sotto la sua egida, evitando così di connotarlo troppo sulla Lega. In altri termini, un modo per “sfilare” al Carroccio l’esclusiva (anche sul piano del consenso). E la scelta di un suo fedelissimo è la chiave per centrare l’obiettivo, anche perché Brancher è un politico molto apprezzato dai leghisti.

Non solo, ma avere un uomo del Pdl alla guida di un ministero che dovrà gestire l’applicazione del federalismo (i cosiddetti decreti attuativi) è una garanzia in più per il premier e – si fa notare nel centrodestra – aiuta tutti. Chi? Aiuta Tremonti a definire meglio tempi e passaggi (rapporti con gli enti locali) della fase 2 federalista e potrebbe aprire la strada anche alla riforma del Titolo V della Costituzione che sta nel programma di legislatura.

Su quest’ultimo punto può rappresentare un "ponte" sul piano parlamentare con tutti quei partiti che – vedi Udc e Casini – hanno fatto una scelta netta sull’opzione federalista, come quella contenuta nella riforma costituzionale, poi non confermata dal referendum del 2006.

Insomma la mossa del Cav. serve anzitutto a riequilibrare l’intero apparato che sovrintende alle riforme e all’attuazione del federalismo in asse con Bossi ma senza lasciare tutta la scena al Senatur. Del resto Brancher tratta la materia dal 2001 quando entra in Parlamento e Berlusconi lo vuole nel governo come sottosegretario alle riforme e alla devolution. E’ lui che fa la spola tra Roma e la baita d Lorenzago in Cadore dove Calderoli, insieme agli altri ”saggi” del centrodestra, riscrive la Costituzione in senso federalista. 

Ma c’è chi nell’inner circle berlusconiano non esclude affatto che in tutto ciò vi sia anche una sorta di altolà all’alleato di ferro da parte del premier che non avrebbe gradito la visita del leader leghista a Fini e il faccia a faccia tra i due sul ddl intercettazioni. E l’accelerazione su Brancher andrebbe proprio in questa direzione. Al punto che con un pizzico di ironia si commenta: “E’ come se Berlusconi avesse detto a Bossi: la prossima volta che vedi Fini prima telefonami”.  

Ma se si guarda l’operazione Brancher più in profondità, è possibile notare come solo pochi giorni fa, lo stesso Berlusconi abbia messo a segno un’altra mossa significativa: l’assegnazione della delega sulla gestione dei fondi Fas al ministro Raffaele Fitto (Rapporti con le Regioni) che di fatto tiene lontano Tremonti dalla tentazione di utilizzarli per far fronte alle spese di emergenza (vedi i rifiuti a Palermo) evitando così di scaricarle sugli equilibri di bilancio. ù

Sulla nomina di Brancher l’opposizione si scatena.  Se il leader del Pd Bersani punta l’indice contro la nomina di “un altro ministro al federalismo” visto che ce ne “sono già tre, Bossi, Calderoli e Brunetta. Spero solo che adesso non facciano altri tre sottosegretari: al nord, al sud, alle isole",  e il segretario Udc Cesa è sulla stessa lunghezza d’onda,  Di Pietro attacca a testa bassa  e sul suo blog richiama l’interpellanza dell’ Idv al governo sulla nomina di Brancher e sui “procedimenti in corso che lo vedono coinvolto”. Il riferimento è al processo Antonveneta nel quale attualmente  compare come imputato n uno stralcio della vicenda per la tentata scalata alla banca  da parte di Bpi. Intanto i legali di Brancher, Dinacci e Corso valuteranno se “eccepire o meno il legittimo impedimento previsto dalla legge” nell’ambito del processo in calendario il 26 giugno.  

Più complessa la partita per la successione di Scajola. Il premier sembra intenzionato a tenersi l’interim almeno fino a settembre.  Troppo delicato il dossier nucleare, tra le priorità del programma di legislatura assegnate al ministero dello Sviluppo economico, sul quale si giocano equilibri importanti e sul quale c’è l’attenzione dell’industria italiana perché se i tempi saranno rispettati anche se pare improbabile, le imprese potranno iniziare a presentare le richieste di concessione per le autorizzazioni alle centrali nucleari che oltre all’innovazione tecnologica in campo energetico rappresentano un ottimo volano per rivitalizzare l’indotto produttivo e i livelli occupazionali.  

E’ anche per questo che il premier intende individuare un uomo non solo di comprovata fede berlusconiana per avere un raccordo diretto nella gestione dell’economia, ma che  sia gradito anche al mondo produttivo.

Anche se c’è chi osserva come in realtà negli ultimi mesi , quello dello Sviluppo economico sia un dicastero gradualmente “svuotato” di risorse e compiti, prima con Tremonti che nella manovra ha previsto che circa seicento milioni di tagli incidano in particolar modo sulle politiche del dicastero di via Veneto, seguite dal coordinamento per le politiche dei trasporti nazionali e locali e dai fondi di riserva destinati agli acquisti di beni e servizi. Poi con la gestione dei Fas che il premier ha affidato a Fitto e sottratto allo Sviluppo economico.  

Nella rosa dei “papabili” resta in pole position il nome di Paolo Romani, neo-viceministro allo Sviluppo con delega alle comunicazioni. Ma, secondo alcune fonti della maggioranza, su questa opzione “peserebbero” le perplessità del Colle proprio in relazione al capitolo comunicazioni. E finché il nodo non si scioglie – dicono dalla maggioranza -, il premier si terrà l’interim.

L’ipotesi di Massimo Sarmi, ex direttore generale della Tim ed ex amministratore delegato della Siemens Italia, oggi amministratore delegato di Poste italiane non convince del tutto. Viene considerato vicino al presidente della Camera , pare essere gradito a molti ma rischia di non esserlo al Cav. che sulla poltrona di Scajola vuole un suo uomo e per questo non intende aprire alcun negoziato con Fini. Stesso discorso varrebbe per i nomi dei finiani doc Urso e Saglia.

E se le quotazioni di Sarmi sembrano destinate a scendere, in questi giorni si fa strada l’ipotesi di Umberto Paolucci, presidente di Microsoft Italia e  considerato vicino a Berlusconi. Ipotesi che sta circolando con una certa insistenza e che in certi settori della maggioranza viene messa in correlazione alla presunta uscita di Paolucci dal colosso dei sistemi operativi in campo informatico. Tutti nomi in lizza per il momento, ma la quadratura del cerchio appare ancora lontana.