Il Cav. va alla resa dei conti contro Fini e Casini “maneggioni della politica”
06 Dicembre 2010
Muro contro muro. La mozione di sfiducia firmata Fini-Casini è l’atto finale che ipoteca qualsiasi tentativo di mediazione, seppure in extremis, tra Berlusconi e gli ex alleati, oggi più che mai “i due rivali”. Anche col leader centrista le prove tecniche di dialogo sono interrotte, sospese. Lo si capisce dai toni che ieri hanno ritmato il botta e risposta a distanza tra i due: Berlusconi lo considera insieme a Fini un “maneggione della politica”; per Casini il premier è “un uomo allo sbando” e il finiano Briguglio la butta giù così: “Non è più lucido, sa insultare e basta”. Finale di partita col botto. Tutto si giocherà sul filo di lana, all’ultimo voto. Chi darà scacco matto?
Il Cav. è pronto a giocarsi il tutto per tutto e ieri i toni e i tempi che ha scandito ai suoi riuniti all’Auditorium della Conciliazione per la manifestazione “Italia, avanti” confermano la linea. Avanti, appunto, con la consapevolezza che il 14 la fiducia ci sarà al Senato e alla Camera e che se così non sarà, si torna davanti agli elettori. E in questa fase i toni sono quelli che servono sostanzialmente a tre cose: respingere i tentativi terzo polisti di ribaltone, fare pressing sui parlamentari indecisi, portarsi avanti con la campagna elettorale. Il fatto che Fini e Casini si siano alleati per tentare di “farlo fuori” trasformando quello del 14 dicembre in un appuntamento al buio, il premier non riesce a digerirlo e ogni occasione è buona per assestare fendenti.
Davanti allo stato maggiore del Pdl il Cav. prima punta il dito contro il presidente della Camera che definisce di “un’incoerenza totale”, poi ne ha per Casini, convinto che l’obiettivo vero sia quello di toglierlo di mezzo per prendere il suo posto e il riferimento alla crisi aperta da altri per “motivi personali”, per “ambizioni personali” è palese. Detto questo, nessun passo indietro, tutt’altro: il premier fa sapere che “ai maneggioni della vecchia politica” lui non lascerà mai lo scettro. Tuttavia, forse per la prima volta, si sofferma su un passaggio che in qualche modo ha a che fare con la leadership del Pdl. “Sono assolutamente consapevole di avere una certa età e che dovrò lasciare prima o poi” ammette Berlusconi ma il testimone lo passerà “quando avrò terminato il programma e comunque, non ai maneggioni della vecchia politica”, nè alle “seconde file”.
Casini non risponde direttamente ma rinnova al premier la richiesta di dimissioni e rilancia la necessità di un “governo d’armistizio” che affronti almeno l’emergenza economica e metta mano a una nuova legge elettorale. Fuori anche in caso di maggioranza risicata, è il ragionamento del leader centrista che cambia di nuovo versione dopo aver detto fino a tre giorni di non essere contrario al Berlusconi-bis. No, oggi la nuova versione contempla un esecutivo guidato da Gianni Letta, Giulio Tremonti, Angelino Alfano, sempre ovviamente che il Pdl accetti di collaborare al nuovo governo senza Berlusconi. L’alternativa centrista resta il governo tecnico con Mario Draghi o Mario Monti a svolgere un “ruolo di supplenza”. Il Pd preferisce un’altra espressione – “governo di responsabilità”-, ma il concetto non cambia (stessa ipotesi sponsorizzata dai futuristi), confermando il tentativo di mettere in piedi quella ‘santa alleanza’ tenuta insieme da un unico collante: l’antiberlusconismo.
Lo rimarca Gaetano Quagliariello dal palco dell’Auditorium (Meloni, Gelmini, La Russa, Cicchitto, Gasparri, Alemanno, Polverini tra i big presenti) quando spiega che i terzo polisti che pensano ai governi alternativi “vogliono mandarci indietro. Noi invece dobbiamo andare avanti. Sono convinto che il 14 avremo un risultato fausto sia al Senato che alla Camera, ma anche se alla Camera le cose dovessero andare diversamente il popolo saprà che noi ci saremo sempre”. Ma c’è un altro punto sul quale il vicepresidente dei senatori Pdl si sofferma per rimarcare la distanza da quanti sono impegnati nelle manovre di palazzo: “Il Pdl è una storia di popolo nata prima nel cuore e nelle menti dei cittadini, poi nelle urne e solo alla fine in un congresso. Noi non correremo mai i rischi che stanno correndo altri, di dimenticare il popolo per diventare un’insorgenza dei salotti radical chic; mai correremo il rischio di essere compagni di strada della sinistra”. Questione di coerenza, di serietà.
Come l’impegno assunto con gli elettori sulla riforma della scuola che se il 14 dicembre ci sarà la fiducia, “la sera dello stesso giorno i senatori del Pdl staranno in Aula per approvare la riforma dell’Università e non cedere alle proteste”.
Bordate alle sinistra che vorrebbe governare calpestando il mandato assegnato dagli elettori al centrodestra, ma nel mirino del Cav. c’è il presidente della Camera. L’accusa di incoerenza la accompagna a tre citazioni che considera “esempi”: le posizioni su Mussolini (definito prima ”il più grande statista del secolo” e poi ”il male assoluto”), sull’immigrazione (dalla Bossi-Fini al voto per gli immigrati) e sulla riforma della legge elettorale (dal presidenzialismo al no al premio di maggioranza). Non risparmia stoccate sarcastiche quando invita i militanti pidiellini a pensare a “uno di questi” seduto in un qualsiasi vertice internazionale. Al contrario, aggiunge a proposito dei recenti summit, “io sono stato una star: tutti volevano farsi una foto con me” non solo per “la mia lunga esperienza”, ma anche perché sono un “tycoon”.
E’ anche per questo che il Cav. si dice ottimista per la verifica parlamentare di metà dicembre, convinto che i parlamentari non saranno “così creduloni” da seguire “aspiranti leader” che lavorano per la “distruzione del Paese”, dal momento che – insiste il premier – una crisi e la conseguente instabilità farebbe dell’Italia un “bersaglio” della speculazione come la Grecia.
La kermesse romana del Pdl si conclude con una lettera a Napolitano scritta da Gloria, diciotto anni, che spiega la perplessità di una generazione “sempre più distante dalla politica di palazzo e dai problemi degli italiani”. Una generazione che considera “inutile andare a votare, soprattutto se chi ha vinto le elezioni sarà sostituito da chi le ha perse”. La missiva si conclude chiedendo al presidente della Repubblica una risposta concreta, per ribadire che la sovranità appartiene solo al popolo italiano”. Molto del destino della legislatura, dipenderà da questo passaggio cruciale. Al di là dei voti e al netto delle tattiche.
