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Dopo il referendum/3

Il Cav. va avanti ma fa lo slalom tra Bossi, la verifica e De Benedetti

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La vittoria dei sì referendari è un’altra mina anti-Cav. piantata nel campo del centrodestra. Pontida, verifica parlamentare e Lodo Mondadori, le tappe clou dei prossimi giorni. Bersani si tuffa a pesce nel giochino del ‘Berlusconi si dimetta’ come del resto ha già fatto dopo il voto a Milano e Napoli, mentre Di Pietro si mette l’abito nuovo del moderato-dialogante (con gli elettori di Pdl e Lega) e boccia la trovata dell’alleato piddì come nient’altro che una mera strumentalizzazione. Casini e il terzo polo si intestano la vittoria col solito refrain ‘siamo stati determinanti per il raggiungimento del quorum’ (a quando la versione senza la dose massiccia e quotidiana di antiberlusconismo?). Il Pdl prende atto, invita a non strumentalizzare le urne referendarie e Berlusconi rilancia l’agenda di governo. E la Lega? Da via Bellerio, Calderoli dice che c’è stata la seconda sberla e un istante dopo rispolvera il vecchio repertorio degli ultimatum al Cav. che fa tanto celodurismo padano, in vista di Pontida.

“Alle amministrative abbiamo preso la prima sberla, ora col referendum è arrivata la seconda sberla e non vorrei che quella di prendere sberle diventasse un’abitudine…Per questo, domenica andremo a Pontida per dire quello che Berlusconi dovrà portare in Aula il 22 giugno, visto che vorremmo evitare che, in quanto a sberle, si concretizzi il proverbio per cui non c’è due senza tre…”. E’ il passaggio sul quale si appuntano i fari della politica, dalla maggioranza e dalle opposizioni. Bersani, in versione movimentista spinto, non solo chiede la testa del premier ma dice a Bossi ciò che dovrebbe fare, cioè mollarlo. Al netto dei tatticismi piddini, le mosse leghiste segnalano più di una preoccupazione nelle file della maggioranza.

Del resto, il monito di Calderoli arriva dopo quello – altrettanto netto – di Maroni che dalle colonne del Corsera proprio ieri e a urne ancora aperte, ha lanciato un aut aut all’alleato: o c’è una svolta oppure meglio andare al voto e senza ripassare dai ribaltoni, alias governi tecnici, istituzionali, di larghe intese, di emergenza nazionale di salvezza nazionale (ricco il repertorio di questi ultimi mesi). Ma se la Lega non ha alcuna convenienza a staccare la spina adesso, specialmente in questa fase dove perfino la lunga luna di miele con Tremonti pare impantanata attorno al paradigma di come fare a coniugare rigore e crescita (sintomatico il botta e risposta a distanza sulla prudenza e il coraggio tra il ministro dell’Economia e quello dell’Interno), c’è chi nel Pdl guarda con sospetto i ‘diktat’ che il Carroccio potrebbe inviare a al Cav. dal ‘sacro prato’ di Alberto da Giussano.

Tre esempi su tutti: è possibile – si ragiona nella maggioranza – che da Pontida la Lega rilanci la exit strategy dalla guerra in Libia (‘per la quale abbiamo già speso un miliardo, tuonava nel fine settimana lo stesso Calderoli) e dalla maggiorparte delle missioni italiane all’estero, da sempre viste come una voce di spesa mal digerita. Una richiesta che Berlusconi non potrebbe accogliere. I lumbard, in calo di consensi e a caccia di un nuovo feeling con la base, potrebbero anche tornare a insistere su una maggiore tassazione per le grandi banche (a fronte di nuove misure a sostegno di artigiani, commercianti e piccole e medie imprese) visto che Bossi non più tardi di quattro giorni fa lo ha messo nel novero delle ‘soluzioni’ che il suo partito ha trovato per far decollare la riforma fiscale. Ancora: il trasferimento al Nord di alcuni ministeri. Tutte cose difficilmente realizzabili e che comunque presuppongono tempi ben più lunghi del 22 giugno, giorno della verifica parlamentare chiesta da Napolitano. Data entro la quale – sostiene il titolare del Viminale - il governo deve rilanciare un programma ambizioso di riforme. E anche qui non manca un messaggio in codice: per Maroni ci dovrebbe essere la fiducia, Berlusconi finora l’ha esclusa. Che vuol dire?

E’ chiaro che il passaggio in Aula tra sette giorni è una di quelle prove (tante) cui il centrodestra è chiamato, ma è altrettanto vero che visti i numeri della maggioranza, non ci dovrebbero essere sorprese (e del resto nessuno si sbilancia in pronostici catastrofici) e il Carroccio per quanto malpancista, non può far saltare il banco rinunciando così al federalismo. Anche se, negli scenari che nel dopo-referendum agitano il ventilatore dei commenti nei palazzi della politica, non mancano le lettura più pessimiste e ardite che intravedono negli ultimatum delle camicie verdi una manovra di graduale smarcamento dal Pdl finalizzata sia a preparare il terreno (elettorale) nel caso di elezioni anticipate, sia per alzare ancora l’asticella-riforme nella stanza dei bottoni (Palazzo Chigi).  

E il Cav.? La sua risposta è calibrata sulla presa d’atto dell’esito referendario e lo è altrettanto sul programma di governo. Niente passi indietro, il responso delle urne non inficierà né la solidità della maggioranza né l’impegno dell’esecutivo. Si va avanti,  come  aveva già detto nei giorni scorsi mettendo nel novero delle possibilità che il quorum potesse essere superato con la vittoria dei sì. “L’alta affluenza nei referendum dimostra una volontà di partecipazione dei cittadini alle decisioni sul nostro futuro che non può essere ignorata”, spiega il premier assicurando che ora governo e parlamento hanno “il dovere  di accogliere pienamente il responso dei quattro referendum”. E da via dell’Umiltà Alfano osserva che la percentuale raggiunta dai quesiti, evidenzia che “essa è andata molto aldilà  della forza elettorale della sinistra ed ha avuto il voto di milioni di elettori del centrodestra” e per questo non può essere considerato un voto contro il premier. Ma il Cav. sa bene che tra le tappe clou dei prossimi giorni (Pontida, verifica, riforma fiscale) c'è pure quella della decisione della Corte di Appello civile di Milano sulla cosiddetta 'guerra di Segrate'. In sostanza i giudici dovranno stabilire se confermare o no il giudizio di primo grado con cui due anni fa Fininvest era stata condannata a un risarcimento di 750 milioni di euro nei confronti di Cir, del gruppo De Benedetti. Passaggio anche questo non da poco.

Sull'esito referendario torna Gaetano Quagliariello osservando che va rispettato ma senza strumentalizzazioni. Messaggio a Bersani, ma pure alla Lega. E però un tasso di strumentalità c’è stato: il quesito sul nucleare, norma già cancellata dal governo, ha avuto un effetto trascinamento – analizza il vicepresidente dei senatori Pdl – e su quello relativo al legittimo impedimento in realtà “c’è stato un legittimo accanimento per una legge che va in scadenza tra sette mesi e non ha impedito nulla, visto che ci sono quattro processi in piedi”.

Nessuna sottovalutazione rispetto alla consultazione popolare tanto è vero – è il convincimento di fondo – che il Pdl ha lasciato libertà di voto “libertà che è stata seguita”. Adesso, osserva Quagliariello, per il centrodestra la partita si gioca su tre tavoli: la capacità di fare scelte di governo coerenti che abbiano comunque un’unità di indirizzo; unità di intenti nel governo e tra i componenti del governo e infine, l’opera di rinnovamento del Pdl che passa anche da strumenti e criteri per la selezione della classe dirigente. Su questo c’è già una prima risposta forte e chiara: la nomina di Alfano a segretario politico del partito – insiste il vicepresidente dei senatori Pdl – non è certo un divertissement ma il segnale concreto e immediato che la ‘lezione’ delle amministrative è stata colta. Accanto a questo, si è aperto un dibattito sulle primarie. L’obiettivo in vista del 22 giugno è riempire di contenuti (alias misure, atti, provvedimenti) la formula stabilità-crescita.

Fin qui l’impegno del Pdl. Ma dalle urne referendarie è uscito anche un altro segnale per la maggioranza: la seconda battuta d’arresto in quindici giorni racconta di un elettorato di centrodestra poco incline a seguire alla lettera le indicazioni dei partiti e con un tasso di malpancismo da non minimizzare. E’ vero che si è trattato di quesiti specifici su temi ‘sensibili’ ma se i sì barrati sulle schede anche da elettori di centrodestra non sono la spallata al Cav. e al governo, rappresentano comunque un avviso e al tempo stesso una richiesta di fare di più e meglio. A cominciare dal fisco.  Ma da ieri nel dibattito politico è tornato un altro tema: la riforma della legge elettorale.

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