Il “Change” dei Talebani
31 Agosto 2011
di Redazione
Presi come siamo dalla primavera araba, dalla Guerra in Libia, dalla fuga di Gheddafi e dalla repressione di Assad in Siria, rischiamo di tralasciare quel che sta accadendo in Afghanistan. La guerra iniziata un decennio fa dal Presidente Bush, come risposta agli attacchi dell’11 Settembre, che portò alla caduta dell’emirato talebano e ad un lungo conflitto ancora irrisolto che vede coinvolti in prima persona gli Usa ma anche i contingenti degli altri Paesi NATO tra cui quello italiano.
In agosto Obama è intervenuto sul conflitto dopo il sanguinoso blitz talebano che è costato la vita a una trentina di soldati americani, centrati mentre si spostavano in elicottero. “Continueremo a fare pressioni sull’Afghanistan,” ha detto il Presidente degli Usa, onorando i caduti, “l’America e i suoi alleati non si fermeranno nel duro lavoro di transizione che porterà questo Paese ad avere un governo più forte e stabile”. Attraverso il surge, attraverso i droni, e dilatando i tempi della missione (fino al 2024, come rivela esagerando un po’ il Daily Telegraph).
Insomma, l’Afghanistan era la “guerra giusta”, quella sposata dal Presidente, e Karzai l’alleato chiacchierato, poco amato, ma necessario a traghettare il Paese dall’anarchia verso una qualche forma di stabilità. Se tutto questo è vero, allora ci chiediamo cosa stanno negoziando i rappresentanti del mullah Omar e del clan Haqqani con le autorità americane? Un manifesto, promette il vecchio leader orbo dei Talebani, che protegga la proprietà privata, favorisca la produzione dei minerali del Paese e consenta all’Afghanistan di mantenere buone relazioni con i suoi vicini. A modo loro un "Change, We Can Believe In".
