Il Colle striglia le toghe e “condanna” il circuito mediatico-giudiziario

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Il Colle striglia le toghe e “condanna” il circuito mediatico-giudiziario

21 Luglio 2011

Nelle parole di Giorgio Napolitano c’è molto di quanto accaduto in questa legislatura: dallo scontro frontale tra giustizia e politica, al cortocircuito mediatico-giudiziario usato come una clava per demolire l’avversario politico, dalla spettacolarizzazione di alcune inchieste fino al passo in politica di altrettanti magistrati nello stesso territorio dove hanno aperto inchieste, indagato persone, messo in piedi processi. C’è un richiamo forte al senso della misura che vale per la politica e forse per la prima volta così esplicitamente, soprattutto per la magistratura e che se letto in controluce, dopo i fatti di ieri in Parlamento (Papa e Tedesco) acquista un rilievo diverso.

Nessun riferimento a fatti contingenti, non poteva che essere così, e tuttavia in alcuni passaggi del suo intervento davanti ai magistrati tirocinanti, si coglie un riferimento agli accadimenti che in questi mesi hanno riempito le cronache dei giornali, acceso il dibattito politico e, talvolta, determinato lo scontro tra poteri dello Stato. Il monito ad evitare “un’indebita confusione di ruoli” serve a dire che ciò è già successo quando il magistrato “si propone per incarichi politici nella sede in cui svolge la sua attività” come accaduto, esempio nei casi di Lorenzo Nicastro, assessore della giunta Vendola, già magistrato a Bari o come Giuseppe Narducci, assessore della giunta De Magistris a Napoli e fino a qualche settimana fa pm nella procura del capoluogo partenopeo.

Il Presidente della Repubblica si concentra su principi di carattere generale e però i singoli casi fanno ben comprendere come la preoccupazione per lo sconfinamento di ruoli e il rischio di una politicizzazione delle funzioni da parte di certi pm, siano ben presenti e sentite dal Colle. Del resto, Napolitano ricorda che è dal 2007 che sollecita le toghe ad operare con “misura e riservatezza”, a non cedere a “fuorvianti esposizioni mediatiche” ad attenersi al rispetto dei limiti che “il ruolo impone” e soprattutto a non “cedere a fuorvianti esposizioni mediatiche” e a non sentirsi “investiti di improprie ed esorbitanti missioni”, tantomeno ad assumere atteggiamenti “protagonistici e personalistici”. Gli stessi che, invece, si palesano quando il pm “esercita il diritto di critica pubblica senza tenere in pieno conto che la sua posizione accentua i doveri di correttezza espositiva, compostezza, riserbo”. Parole che, seppure indirettamente, fanno pensare ad esempio, all’iperattivismo di Ingroia, dalle ormai famose partecipazioni ad Annozero alle manifestazioni di piazza.

C’è bisogno di mettere un fermo, di dare uno stop alla “spettacolarizzazione” e tornare a quel silenzioso impegno quotidiano che insieme a una costante attenzione culturale, una forte tensione morale e un’altrettanto forte umiltà fanno il comportamento del magistrato. E i comportamenti, dice Napolitano, contano molto. Parole dirette che il capo dello Stato forse per la prima volta in maniera così esplicita dosa e rivolge ai magistrati. Probabilmente anche perché la fase che il paese sta attraversando è molto delicata: nell’opinione pubblica c’è un sentimento diffuso e montante di antipolitica, con esponenti politici coinvolti in inchieste giudiziarie.

C’è l’Europa che guarda alla stabilità del sistema-Italia (risanamento dei conti pubblici, azioni per rilanciare la crescita) nelle sue più varie articolazioni (risanamento dei conti pubblici, azioni per rilanciare sviluppo e cree le “strozzature del sistema giudiziario pesano sullo sviluppo complessivo del nostro Paese”. Per questo – è il ragionamento di fondo – occorre senso della misura e a maggior ragione oggi il comportamento del magistrato deve essere irreprensibile, corretto, sobrio perché rappresenta un punto di riferimento per i cittadini che invece lamentano questo senso di sfiducia generalizzato nelle istituzioni e sono proprio loro a dover comprendere che questo senso di sfiducia oltreche “alle gravi inadeguatezze normative e strutturali” (e qui si chiama in causa la politica), è determinata anche da un “offuscamento dell’immagine della magistratura”.

E’ per questo che viene stigmatizzata la sovraesposizione mediatica o l’eccessivo ricorso a strumenti d’indagine quali la custodia cautelare o le intercettazioni (come peraltro indicato dalla Corte di Cassazione). Già, le intercettazioni. Anche qui Napolitano non si nasconde dietro un dito quando dice che vanno effettuate “solo nei casi di assoluta indispensabilità” e comunque senza che il loro contenuto venga divulgato quando è privo di rilievo processuale. Non solo: Napolitano esorta i magistrati a evitare “l’inserimento nei provvedimenti giudiziari di riferimenti non pertinenti”, e a usare la massima attenzione nel valutare gli elementi che servono per disporre l’avvio di un procedimento e tra questi, in particolare “la richiesta o l’applicazione di misure cautelari”. E ancora: nella fase di apertura o conduzione delle indagini occorre applicare scrupolosamente le norme per garantire la “piena tutela dei diritti costituzionalmente garantiti”.

Ed è il rispetto di questi “elementari principi” che per il capo dello Stato può evitare “o almeno attenuare attriti e polemiche in grado di lasciare strascichi velenosi e di appesantire le contrapposizioni tra politica e giustizia”. E tutto questo va fatto, sembra voler dire Napolitano, prima di mettere mano alla pur necessaria riforma del sistema giustizia che è urgente e rispetto alla quale la classe politica non è stata ancora in grado di dare risposte efficaci e tempestive.

Una sollecitazione che Gaetano Quagliariello coglie e rilancia quando osserva come il legislatore che su diversi temi citati ha già assunto iniziative dovrà considerare il discorso di Napolitano come “ulteriore impulso a procedere senza indugio lungo la strada delle riforme”. L’auspicio del vicepresidente dei senatori Pdl è che il messaggio sia arrivato anche agli altri destinatari ai quali direttamente o indirettamente erano rivolte. Superfluo poi, segnalare “come la stringente attualità renda l’intervento del capo dello Stato ancora più importante”. Nella ridda di commenti che da maggioranza e opposizione accolgono positivamente il richiamo del capo dello Stato ce n’è uno che non sembra averne compreso in profondità il senso. Perché se Massimo D’Alema dice che è d’accordo nel ritenere che la contrapposizione tra politica e magistratura non giovi a nessuno e un istante dopo dice che le cose stanno così perché “tutta la situazione politica italiana è condizionata dalla presenza del presidente del Consiglio che è il principale ostacolo a realizzare il dialogo tra forze politiche”, c’è qualcosa che non torna. Niente di nuovo sotto l’insegna democrat, anzi c’è molto di vecchio e di stantìo.