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Il confine tra prerogative e privilegi dei parlamentari

Sono incredibilmente trasversali i propositi di voto sulle intercettazioni del caso Unipol manifestati all’interno dei due schieramenti politici.

La richiesta di autorizzazione all’uso delle intercettazioni dei parlamentari e soprattutto le valutazioni di cui sono indebitamente corredate le relative ordinanze del GIP Forleo hanno aperto la strada a convergenze mai immaginate prima, con AN che si contrappone a Forza Italia aderendo al “si” incondizionato della sinistra radicale. La posizione più singolare, tuttavia, è quella che va assumendo il partito che, più di ogni altro, si è ritrovato nell’occhio del ciclone dell’indagine milanese: i DS hanno, infatti, dichiarato di voler votare a favore dell’autorizzazione all’uso delle intercettazioni, sottolineando che la propria assoluta estraneità ai fatti gli impone di non sottrarsi ad alcun giudizio.

Un’uscita del genere è probabilmente il frutto della confusione di questi giorni, perché sembra quasi che la Quercia abbia voluto sottintendere che, ove, viceversa, dai verbali, fosse emerso un quadro più compromettente per i suoi leaders, l’autorizzazione sarebbe stata negata. Alla base della manifestazione di voto di Fassino e compagni, si trova, in ogni caso, il profondo fraintendimento in ordine alla funzione e all’esatta portata di uno strumento assolutamente essenziale al corretto funzionamento del sistema democratico, come quello dell’immunità parlamentare.

In questi giorni, molti autorevoli commentatori hanno colto l’occasione per evidenziare che il meccanismo della tripartizione dei poteri non può prescindere da uno strumento di difesa del Parlamento dalle indebite intromissioni della magistratura in ambito politico.

La riforma dell’immunità predisposta sull’onda dello sdegno giustizialista degli anni di Tangentopoli, tuttavia, al pari del meccanismo che è stato sostituito, si sta rivelando assolutamente inadeguata a soddisfare un’esigenza così importante. Prima degli stravolgimenti degli anni ’90, l’autorizzazione a procedere delle Camere era necessaria sin dall’avvio delle indagini, mentre oggi lo è solo per il compimento di singoli atti del procedimento, come appunto le intercettazioni. Ciò nonostante, se, prima di Tangentopoli, il Parlamento negava in modo sistematico ed incondizionato l’autorizzazione a procedere per ogni tipo di reato, oggi, soggiogato dalla posizione predominante che è andata assumendo la magistratura, sembra intenzionato a concederla senza compiere le dovute valutazioni sulla libertà dei politici nello svolgimento delle proprie funzioni.

Il rapporto tra potere legislativo e giurisdizionale finisce, in ogni caso, per assumere i connotati dello scontro, e quello che accade oggi non è meno grave di ciò che accadeva 15 anni fa, con il Guardasigilli che risponde colpo su colpo alle Procure, inviando ad ogni PM che apre un fascicolo su esponenti della maggioranza la visita degli ispettori del ministero.

La soluzione a questo conflitto si basa, probabilmente, oggi come allora, su un uso maturo e ragionevole da parte del Parlamento dello strumento dell’immunità. Si può, dunque, prendere spunto proprio dalla recente polemica rilanciata da Bertinotti, per fare chiarezza sul confine tra prerogative e privilegi dei parlamentari. Se i DS concepiscono l’immunità come uno strumento da utilizzare quando si delinea il rischio di una condanna, e concedere invece l’autorizzazione quando un’eventualità del genere non si profila, è innegabile che, comunque sia concepito, il meccanismo si presenta come un inaccettabile privilegio. Se, invece, il Parlamento ritrova la capacità di utilizzare lo strumento al solo fine di garantire ai suoi membri il libero esercizio delle proprie funzioni politiche, allora l’immunità è un’indispensabile prerogativa a difesa delle funzioni delle Camere.<%2Fp>

Il criterio cui ispirare una decisione così importante non è, allora, la colpevolezza o meno dell’indagato illustre di turno. Alla base del voto sull’autorizzazione all’uso delle intercettazioni deve esserci un ragionamento di principio e non importa se la conseguenza è che AN, preoccupata del rispetto delle regole di Giustizia, non segua Forza Italia sul terreno del garantismo.

La decisione di principio, del resto, svincolata dal peso dei nomi di volta in volta implicati, sarebbe molto più facile da accettare anche per i cittadini, specie ove si faccia chiarezza sul fatto che, terminato il mandato, i politici sarebbero comunque chiamati a rispondere delle proprie eventuali responsabilità penali.

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