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Che combina la Cina in Africa?

Il confronto tra Cina e Usa è passato anche per il tessile africano

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Mai fidarsi delle statistiche. O per lo meno, mai prenderle troppo alla lettera. Si finisce altrimenti per prendere abbagli. A chi si interessi di economia africana, non può essere sfuggito lo strano caso del settore tessile, in particolare nell’area sub-sahariana, macroregione che comprende tutto il continente escluso i paesi settentrionali che si affacciano sul Mediterraneo. Questo settore crebbe rapidamente tra il 2000 e il 2005 e poi scomparve altrettanto rapidamente negli anni seguenti. Nella prima metà del decennio, e nell’arco di cinque anni, le esportazioni di prodotti tessili di abbigliamento dall’Africa sub-sahariana verso gli Stati Uniti erano infatti più che raddoppiate, facendo sperare in uno sviluppo stabile del settore manifatturiero in alcuni tra i paesi più poveri al mondo. In realtà, come vedremo, questo fenomeno aveva molto più a che fare con la Cina e con le  politiche commerciali statunitensi per lo sviluppo dei paesi poveri.

Ma andiamo con ordine. Nel maggio 2000 Clinton varò l’African Growth Opportunity Act (AGOA) che, per favorire la crescita dei paesi poveri africani, garantiva loro un trattamento commerciale preferenziale. Dopo alcuni emendamenti che aumentarono il numero di beneficiari, quasi tutte le importazioni dalla maggior parte dei paesi  sub-sahariani godevano di esenzione da tariffe e quote nel mercato americano. In quello stesso periodo l’America cercava di proteggere il mercato e i produttori nazionali dall’invasione di prodotti a basso costo cinesi. Il commercio di prodotti tessili era regolato dall’Agreement on Textile and Clothing, in vigore dal 1995 al 2005. Esso prevedeva quote commerciali applicabili su 105 categorie di prodotti tessili e di abbigliamento, con la possibilità di aggiungere progressivamente nuove categorie: venivano così protette le industrie nazionali dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo.

Queste due condizioni ebbero un risultato inaspettato. Molte imprese cinesi, per eludere le quote restrittive imposte alla loro produzione, iniziarono a dirigere i prodotti semi-lavorati verso paesi africani e da lì verso il mercato statunitense, dopo un assemblaggio finale. Questa lavorazione finale, necessaria perché il prodotto perdesse l’etichetta made in China per conquistare quella di made in Africa, spesso consisteva in processi semplici (come cucire i bottoni su una giacca) e quindi aggiungeva ben poco valore nella catena della produzione. Aumentò così il numero  delle aree destinate al trattamento dell’esportazione, o Export Processing Zones (EPZ). L’organizzazione internazionale del lavoro le ha definite come zone industriali caratterizzate da speciali incentivi disposti per attrarre investimenti stranieri, in cui i prodotti importati sono sottoposti ad un qualche grado di trattamento prima di essere nuovamente esportati. La stessa organizzazione ha censito, nel 2005, quasi novecentomila  occupati nelle più di 90 EPZ dell’Africa sub-sahariana. Occorre inoltre considerare un effetto indiretto: le restrizioni statunitensi mantennero elevato il prezzo dei prodotti tessili e di abbigliamento rendendo conveniente la produzione africana, e non soltanto per le imprese cinesi.

Quanto influì questa congiuntura sullo sviluppo delle esportazioni di prodotti tessili africani? Per averne un’idea, si consideri la prima metà dell’anno 2005, come documenta questo studio dell’Institute of Development Studies. Il 31 dicembre 2004 scaddero i termini dell’Agreement on Textile and Clothing. Venendo meno le barriere commerciali, il mercato statunitense fu inondato dalla produzione cinese: le importazioni di tessuti e abbigliamento cinesi aumentarono tra il 2004 e il 2005 del 60,3%. I prezzi di queste merci scesero velocemente. Di conseguenza, le esportazioni dall’Africa sub-sahariana verso gli Stati Uniti crollarono: tra il 2004 e il 2006 diminuirono del 58% in Namibia, del 65% in Sud Africa e del 48% a Mauritius. Furono gravi anche le conseguenze sull’occupazione: tra il 2004 e il 2005 diminuì il numero degli occupati nell’industria dell’abbigliamento, con punte del 43% in Swaziland, del 26% in Lesotho e del 15% in Sud Africa, tutti paesi che beneficiano del trattamento AGOA.

In conclusione, il settore tessile africano, con la stessa rapidità con cui era cresciuto, subì una forte battuta d’arresto nel 2005 e negli anni seguenti proseguì lungo un sentiero di declino. Quello che sembrava l’inizio di un auspicato sviluppo delle manifatture in un paese sottosviluppato si rivelò fuoco fatuo, risultato di una precisa congiuntura che vedeva da una parte la produzione cinese sottoposta a restrizioni e, dall’altra, gli incentivi statunitensi all’esportazione di tessuti e abbigliamento made in Africa. Per chi studia questi fenomeni resta la conferma che ogni volta che si cerca di imbrigliare, di manovrare secondo i propri obiettivi le libere forze dell’economia, si ottengono una serie di effetti secondari che socialmente possono essere più o meno desiderabili, ma che non erano previsti e che, soprattutto, non si può pretendere di controllare. 

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