Il Congresso s’ha da fare ma sullo Statuto ancora nessuno si pronuncia

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Il Congresso s’ha da fare ma sullo Statuto ancora nessuno si pronuncia

30 Gennaio 2009

Habemus congresso. E anche i timonieri: Denis Verdini, Ignazio La Russa e Sandro Bondi. Sono questi, secondo l’Adnkronos, i nomi dei tre coordinatori nazionali del Popolo della Libertà che nascerà ufficialmente dopo il congresso fondativo. Alla terna si è arrivati dopo una lunga mediazione tra Forza Italia e An. Confermati quindi il coordinatore nazionale di Fi, Verdini, e il reggente di An, La Russa, a cui si aggiunge il ministro della Cultura, Bondi, già coordinatore nazionale azzurro fino allo scorso anno. Silvio Berlusconi sarà il presidente del nuovo partito, ma verrà eletto e non proclamato per acclamazione. Nessuna carica formale invece per Gianfranco Fini, che vedrà però riconosciuto, al congresso, il suo ruolo di co-fondatore del Popolo della Libertà.

Fin qui le notizie dell’ultima ora, ma facciamo un passo indietro. Il 27, 28 e 29 marzo è la data ufficale del congresso fondativo del Popolo della Libertà. Ha annunciato Verdini in diretta tv. Una settimana prima invece ci sarà quello di Alleanza Nazionale. Il quadro si fa sempre più chiaro. Ma nonostante ci sia una data certa e lo Statuto sia in fase di lavorazione, qualcuno continua a manifestare dissenso. Prendete l’ex Ministro del Berlusconi II Mario Baccini,  casiniano approdato sulla sponda azzurra. Lui, del congresso di  fine Marzo lo apprende da noi: “Mi dispiace che non ci sia stato detto nulla, ora aspetto che me lo comunichi qualcun altro. Essendo io uno dei cento del comitato costituente penso di averne il diritto”. Eccoci qua, la solita storia del cespuglio polemico perché tenuto fuori dal processo, penserà qualcuno. “Io faccio fatica ad aderire a qualcosa che non c’è, il Pdl per ora esiste solo nella testa di Verdini e La Russa, sul Pdl io ho una idea molto simile a quella di Urbani ed Alemanno”.

Il malcontento di Baccini è davvero a trecentosessanta gradi. Per lui, durante la stesura dello Statuto, si è contratta la sindrome del "Marchese del Grillo", pochi uomini a decidere per tutti, “e noi altri tenuti all’oscuro da tutto perché non contiamo nulla”. Sessanta giorni poi gli sembrano pochi per scrivere uno Statuto ed è normale che si arrivi a parlare di norme transitorie, “vuol dire che di definitivo non è stato deciso ancora nulla”. Sullo Statuto effetivamente le notizie certe sono poche. Voci, rumors, pettegolezzi. Inutile chiedere a parlamentari, ministri o coordinatori vari. Anche se di regioni importanti. Anzi: ieri, alla vista del foglio di agenzia che circolava in Transatlantico, due di questi hanno esclamato: “Allora si fa questo congresso, pensavamo venisse rimandato”. Basta questo per far capire come il processo sia stato portato avanti escludendo di fatto anche coordinatori di importanti regioni. Dicevamo, nessuno sa nulla e, chi sa, vedi ad esempio La Russa, Cicchitto e Capezzone, parla con il misurino, dribblando l’argomento con frasi del tipo: “Il momento è delicato, meglio evitare”. Grazie, arrivederci alla prossima settimana. Il liberale Antonio Martino, che guarda con un intellettuale distacco il processo, ha evitato accuratamente anche di proferire una sola parola sul tema, giudicato troppo scomodo.

La stampa ad ogni modo pressa sull’argomento, cerca notizie, informazioni. Fa il suo mestiere e questo pare quasi infastidire i diretti interessati. Una settimana fa erano addirittura circolate voci su un probabile rinvio del congresso. In tutti questi mesi, ogni volta che è stata sollevata una critica, un dubbio, una perplessità, sono arrivati i vari Cicchitto, Bocchino, Quagliariello e La Russa a spegnere i focolai. Ritornello oramia noto: "Tutto ok, nessun problema, stiamo lavorando in sintonia". "Ma se ci fosse davvero tutta questa sintonia, perché tutte queste bocche cucite?", si interrogava ad alta voce ieri un parlamentare azzurro. Il nodo è lì, nello Statuto, nelle regole interne, nelle caselle da riempire, come quella di vice Berlusconi. La traduzione dal politichese del termine “norme transitorie” data da Baccini forse non è molto lontana dalla verità. Due giorni addietro Italo Bocchino ha candidamente detto che le uniche e ultime criticità in questo processo, “sono nel decidere i luoghi dove si verranno prese le decisioni più importanti”.

C’è poi un altro elemento che vivacizza la discussione. An spingerebbe per ottenere più del 30% nella spartizione di quote accordate  già da tempo con gli alleati, di contro Denis Verdini invece scalpita per avere sempre più spazio. Ambire in politica è lecito.  

E quindi tra frasi fatte, interviste dove non si dice nulla di nuovo, qualche considerazione degna di tal nome sul nuovo processo è arrivata in questi giorni solo tra chi non ha nulla da perdere, da qualche intellettuale escluso dal laboratorio di idee, o più semplicemente da chi non ha nulla da chiedere. E’ il caso di Urbani, l’ex Ministro dei Beni Culturali e tessera numero due di Forza Italia, che ha pubblicamente criticato il processo di costruzione del Pdl, o di chi come Alemanno ha pungolato il processo giudicandolo troppo lento e poco interessato ai valori. Sono scesi in campo anche intellettuali della destra per dire la loro. Marco Tarchi, politologo e professore all’Università di Firenze, ha espresso una idea critica, vedendo nel Pdl “una operazione pilotata dal solo Berlusconi per sfruttare al meglio la sua posizione dominante verso gli alleati. Ed intorno, nessuna cultura politica”. Pdl insomma come mera addizione tra An e Fi. Alessandro Giuli, vicedirettore de Il Foglio, già autore di un caustico pamplhet sul vuoto della classe dirigente aennina, ha una sua visione: “An tenta di costituzionalizzare il berlusconismo, cosa che in fondo a Berlusconi non dispiace” ed infatti, secondo Giuli, “i colonnelli di Fini sono tutti già berlusconizzati”. Per far fronte a questa giungla di voci, ipotesi, rumors e pettegolezzi vari Ignazio La Russa ha creato uno slogan ad hoc: “Le criticità? Vengono sempre fuori in coda ad un processo”.