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Il Coronavirus segnerà la fine della globalizzazione? Intervista doppia a Gervasoni e Ocone

Non vi sono certezze su cosa accadrà quando l’emergenza coronavirus sarà terminata: non sappiamo se potrà ripresentarsi; non sappiamo quali soluzioni economiche verranno elaborate ed adottate; non sappiamo se e come cambierà la nostra quotidianità. Sappiamo, però, che il mondo globalizzato, molto probabilmente, non sarà più lo stesso. Ed è proprio questo il tema del nuovo libro “Coronavirus: fine della globalizzazione” scritto a quattro mani dal Prof. Marco Gervasoni e dal Prof. Corrado Ocone, in uscita oggi con Il Giornale. La globalizzazione, il destino dell’Unione Europea e il le nuove sfide che l’uomo contemporaneo dovrà affrontare sono al centro di questa lunga chiacchierata con i due autori.

Marco Gervasoni

Il tema centrale del libro sono la globalizzazione e il globalismo: se dovessero davvero finire o, comunque, mutare radicalmente, cosa potrebbe e dovrebbe fare la futura classe politica?

Come scritto nel libro, è opportuno distinguere tra globalizzazione e globalismo: la globalizzazione è un processo prevalentemente economico, cominciato negli anni ’70 del secolo scorso. Il globalismo, invece, è l’ideologia sottesa a questa trasformazione. Questa ideologia, però, ha preso piede solo successivamente, ossia dopo il crollo del muro di Berlino. Quindi, marxianamente – anche se né io, né Ocone siamo marxisti – prima è venuta l’economia e dopo l’ideologia. In questo caso stiamo assistendo allo stesso processo. Infatti, la globalizzazione era già in rallentamento da diverso tempo, perché è da un paio di anni gli economisti parlano di “de-globalizzazione”, come conferma un numero di The Economist uscito qualche mese fa. Pertanto, il processo era già iniziato e la pandemia provocherà una fase di ulteriore “de-globalizzazione” dal punto di vista economico e, soprattutto, inciderà sull’ideologia, ovvero sul globalismo. Questo in Italia è già visibile, perché quelli che fino a qualche mese fa negavano l’esistenza della Nazione e delle frontiere e consideravano la libertà di circolazione e di movimento come il massimo a cui aspirare oggi parlano come i sovranisti.

Questo cosa comporterà a livello strettamente politico?

Alla luce di ciò la fine della globalizzazione comporterà non solo una riarticolazione dei poteri molto importante, ma anche uno shock per le forze politiche cosiddette progressiste, che prima erano i socialisti e i comunisti, ma dopo il 1989 sono diventati globalisti o – per dirla alla Tremonti – “mercatisti”.  Le forze sovraniste, però, devono stare attente: non devono pensare che, avendo la pandemia distrutto gli idoli del globalismo, basti stare fermi sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere. Infatti, anche queste forze che nel tempo si sono opposte al globalismo, da un punto di vista nazional-conservatore, devono ricostruire un loro pensiero.

Alla luce di ciò che sta accadendo, crede che l’uomo contemporaneo possa aver peccato di hybris, per dirla utilizzando un termine proprio della letteratura greca?

L’uomo contemporaneo pecca di hybris dal 1789. In realtà il globalismo non è altro che una nuova forma di utopia, in base alla quale vi è un progresso continuo della specie umana e un continuo miglioramento dell’essere umano. In questa ottica, la politica deve portare verso il bene e verso la perfezione. L’incarnazione di questa utopia fu il comunismo. Il globalismo e l’europeismo – che non è altro che una sottospecie di globalismo – sono la continuazione di questo spirito utopistico, in base al quale l’uomo può realizzare tutto. La globalizzazione voleva costruire un uomo nuovo, potente, indistruttibile ed eterno: oggi, però, questo stesso uomo viene sterminato da un virus che nessuno sa veramente come fermare. Anche i Paesi che lo stanno affrontando meglio, come il Giappone e la Corea del Sud, lo stanno facendo a costi elevati, perché stanno limitando la libertà personale e di movimento: loro non impediscono di uscire, però in Corea del Sud le persone sono controllate e se escono dal loro percorso vengono punite. Quindi, questo piccolo virus, che sappiamo essere di origine cinese – non sappiamo se proveniente da pipistrelli o da laboratori – è stato sufficiente a distruggere questa idea dell’uomo indistruttibile.

L’emergenza sanitaria sta facendo venir fuori anche tanti bellissimi esempi di solidarietà e di comunità sparsi in tutta Italia. E la riscoperta della comunità viene sottolineata anche nel libro. Alla fine di questa emergenza, pensa che gli italiani potranno dirsi finalmente “popolo” oppure non ci riusciranno nemmeno questa volta?

Gli storici che dicevano che “gli italiani sono una Nazione, senza popolo” o “sono un popolo senza Nazione” o, peggio, “non sono né popolo, né Nazione, né Stato” sbagliavano. Nonostante gli ovvi momenti di difficoltà, il popolo italiano – perché gli italiani, ripeto, nella mia visione, sono già un popolo – sta reagendo bene, sta avendo il controllo della situazione e sta dimostrando una grande maturità. Se facciamo il confronto con la Francia, dove sono state introdotte norme molto simili alle nostre, vediamo che lì la polizia ha enormi difficoltà perché non riesce a tenere sotto controllo le banlieue. Infatti, nelle banlieue nessuno rispetta i divieti e la polizia non riesce nemmeno ad entrare. Questo desta molta preoccupazione in quanto potrebbe provocare ulteriori morti. Noi, invece, ci siamo dimostrati molto maturi e poi tutti hanno capito che quando rischi di morire ciò che ti protegge è la Nazione, la quale poi si declina nello Stato o nelle Regioni. Non vai a farti curare in Europa, anche perché l’Europa, molto spesso, non ti vuole. Certo, in queste ultime ore, ci sono i soliti ideologi dell’europeismo che evidenziano il fatto che la Germania abbia preso 50 dei nostri malati. Questa è una presa in giro. Dopo questa crisi, sarà chiaro alla maggioranza degli italiani che la solidarietà europea è solo un discorso ideologico senza fondamento.

E per quanto riguarda il discorso sulla comunità?

La presenza della comunità c’è ed è visibile in tanti fenomeni, come nei volontari che portano la spesa agli anziani. Accanto a questo, sta emergendo anche la riscoperta delle proprie radici. In questa situazione, si vive peggio nella grande città, che era un po’ il mito dei globalisti, mentre si vive meglio nella piccola città o nel borgo. E questo rappresenta anche una piccola vittoria della provincia, che si dimostra molto più vitale della grande città.

 

Corrado Ocone

Secondo lei, il coronavirus può essere la causa scatenante dell’avvio di un serio processo di riforma dell’Unione Europea e dei relativi trattati?

Sì. Non so se ciò avverrà immediatamente. La situazione è imprevedibile. E’ difficile capire se l’attuale classe dirigente europea scenderà a compromessi con esigenze cosiddette “sovraniste” oppure se ci sarà un’implosione. Tuttavia, anche se ciò non dovesse accadere subito, si tratta di un appuntamento semplicemente rimandato: io credo che l’Unione Europea come è oggi non abbia più possibilità di restare in vita e, pertanto, deve essere ripensata completamente. Adesso l’Unione Europea è ancora in vita per inerzia, ma è destinata al tramonto per una serie di motivi: innanzitutto, tra il 1989 e il 1994 è stata costruita un’Europa fondata sull’ideologia globalista, secondo un disegno fatto a tavolino, che è sostanzialmente fallito in tre tappe, come dico nel libro: la prima è l’11 settembre 2001; la seconda tappa è stata la grande recessione del 2008 e la terza tappa è questa che stiamo vivendo oggi, cioè il coronavirus. In secondo luogo, si trattava di un progetto astratto, che non faceva leva sul sentire comune, il quale o non c’era o, nella misura in cui c’era era basato su elementi diversi. In terzo luogo, è stato un progetto che, da una parte, vedeva protagoniste le grandi organizzazioni sovra-nazionali, con la presenza di norme astratte, di tipo economico, ma anche etico, alle quali bisognava conformisticamente uniformarsi per non essere esclusi, dall’altra parte, la standardizzazione, l’uniformità e la regolamentazione hanno provocato un incremento della burocrazie e l’isolamento dell’individuo, che è diventato apolide e privo della sua comunità di riferimento. Tutto questo è stato fatto in nome della libertà, la quale, però, ha un senso solo se inserita all’interno di una comunità, altrimenti consiste solo nel soddisfacimento di desideri egoistici e scaturisce nel nichilismo, come avevano già previsto grandi filosofi, quali Nietzsche.

Ancora, l’Unione Europea è stata fondata sul mito – di stampo tutto illuminista – del progresso, che ora è in crisi: questo mito è nato nel ‘700, ma, ad un certo punto, è stato criticato dal pensiero europeo, tanto che, oggi, quasi nessuno in filosofia aderisce alla teoria del progresso. Paradossalmente, però, a livello di cultura mainstream, questo mito del progresso ha proliferato: quindi, la sua crisi non era immaginabile e, in più, su questa ideologia le élite vi hanno costruito sopra un mondo a parte. Quindi, mai come in questo tempo, è emersa con maggiore evidenza la dicotomia tra la classe cosmopolita e internazionale e le persone che, invece, vivevano e vivono nei territori con i problemi quotidiani: questo sistema è imploso dall’interno.

E qual è il nesso tra l’Unione Europea e la globalizzazione?

L’Unione Europea c’entra con la globalizzazione in quanto non è come l’avevamo pensata noi liberali, ovvero un’unione di popoli che credono in valori comuni all’Occidente, come quelli cristiani e liberali. Anzi, al contrario, è un organismo ibrido che prefigura una specie di super-stato mondiale, fondato sull’adesione a parametri e regole stabiliti rigidamente: da una parte queste regole e questi parametri hanno comportato una sorta di gabbia; dall’altra, sono stati il paravento con cui i Paesi più forti hanno continuato e continuano a dettare legge – aldilà di ogni solidarietà – penalizzando quelli più deboli. Questo meccanismo ha mostrato il suo fallimento, come avvenuto per la grande recessione. Non a caso da questo sono scaturiti i partiti cosiddetti “populisti” o “sovranisti”, che sono una reazione al fatto che la globalizzazione e l’Unione Europea non riuscivano più a garantire quel benessere economico che avevano promesso all’inizio.

In questa ottica, qual è il ruolo del coronavirus?

Il coronavirus esalta tutto ciò che abbiamo detto e costringe ad adottare politiche iper-sovraniste e diverse da quelle adottate fino ad ora: il no alla chiusura dei porti si è trasformato nello stare chiusi in casa; il divieto di superare i parametri del debito è diventato impossibile da immaginare. Quindi, sostanzialmente, è fallito il progetto a livello ideale. Adesso bisogna vedere come reagirà la classe dirigente europea: secondo me, si spaccherà. Anzi, già si è spaccata, perché, se non altro, davanti all’opinione pubblica, è caduto il velo di ipocrisia che aveva retto anche al 2008, quando, nonostante le divisioni, si cercava di trasmettere un’immagine di unità. Degli esempi di ciò sono la gaffe della Lagarde e le parole della Von der Leyen, che, come si suol dire, hanno denudato il re. Il giocattolo si è rotto. Se la vecchia élite riesce a superare questa prova, trovando una soluzione o un accordo, resta comunque fermo il fatto che di fronte all’emergenza è stata messa in atto una chiusura nazionalista degli Stati, poiché è risultato evidente che, accanto al sovranismo dei sovranisti veri e propri, c’era un sovranismo di fatto, ipocrita e mascherato. Allora perché tenere in vita questo meccanismo, che giova solo agli Stati forti?

Ecco, parlando di idee sovraniste, cosa pensa delle attuali proposte del centro-destra volte anche a risolvere la crisi economica che inevitabilmente scaturirà da quella sanitaria?

Da una parte il centro-destra ha una vittoria ideale su tutta la linea. Però, dall’altra parte, questo evento l’ha spiazzato, perché si trova in un vicolo cieco. Se fa presenti gli errori clamorosi del Governo nella gestione dell’emergenza viene accusato di disfattismo; invece, se collabora, ciò viene recepito come adesione a ciò che fa e ha fatto il Governo. Quindi, secondo me, il centro-destra deve seriamente iniziare a pensare al dopo e al bene del Paese: il Paese si aspetta che dopo non si ricominci come al solito, ma che si abbiano le idee chiare e, inoltre, questo sarebbe un modo per differenziarsi dalla sinistra, perché l’attuale maggioranza non sarà in grado di mettere in atto le politiche che serviranno alla rinascita dello Stato. Infatti, questa maggioranza ha una cultura anti-industriale, pauperista, fiscalista, redistributiva e giustizialista: tutto questo è un danno già in tempi normali, mentre per il dopo sarebbe una zavorra. Inoltre, la critica al modus operandi di questo Governo deve essere serrata: non c’è una cabina di regia e non c’è un governo condiviso da tutti. Al contrario, c’è un Governo che decide e che comunica successivamente le sue decisioni. Quindi, a questo punto, tenendo ferma l’esigenza dell’unità nazionale, è giusta la critica ed, anzi, necessaria, proprio in virtù del meccanismo democratico.

In questo periodo di quarantena forzata tutti utilizzano la rete, probabilmente anche più del solito e questo viene sottolineato anche all’interno del libro. In che modo questo può cambiare le relazioni umane future?

Premetto che a me dà profondamente fastidio questa retorica in base alla quale la rete sostituirà la nostra vita, sostituirà l’insegnamento, sostituirà tutto. Non è così. La rete è uno strumento nuovo ed importantissimo che, per fortuna, ha limitato i danni. Però non scherziamo! L’insegnamento è costituito dal rapporto diretto tra maestro e allievo, come sottolineavano i grandi della pedagogia. Ci sono degli aspetti in questo che la rete non può dare, sebbene sia comunque un valido supporto e uno strumento importante in un momento critico come questo. Io credo che l’utilità della rete dipenda dall’impiego che uno ne fa, come tutte le cose umane: ad esempio, sapevamo già di essere identificabili e tracciabili negli spostamenti. Questo può aiutarci in un momento come questo, però è comunque un aspetto che urta con la sensibilità dei liberali. Pertanto, non può che essere qualcosa di provvisorio. Non demonizziamo la rete, anche perché in ogni processo storico ci sono degli aspetti positivi e questo lo è per la globalizzazione: come tutte le conquiste umane, si aggiunge a quelle precedenti e non toglie nulla. È uno strumento in più che l’umanità ha nel suo paniere, ma i problemi relativi proprio alla costitutiva finitezza dell’essere umano, all’imperfezione – come dicono i liberali – o al peccato originale – come dicono i cristiani – sono insiti nell’uomo e nessuna tecnologia li può risolvere. Benedetto Croce diceva che il progresso consiste semplicemente nella possibilità di soffrire più in alto. Ciò significa che cambiano gli strumenti, però la dialettica della vita umana ha sempre le sue peculiarità, che ci caratterizzano in quanto esseri finiti. Superare questo limite comporta una sorta di hybris, che può anche portare a problemi psicologici seri. Ecco, credo che a questa parte di mondo il coronavirus porterà alcuni problemi da questo punto di vista, perché eravamo tutti abituati ad avere tutto con facilità e tutto a portata di mano. L’uomo sembrava in grado di fare tutto, invece non è così.

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1 COMMENT

  1. Personalmente penso che la globalizzazione debbe essere completamente rivista, ha portato qualche beneficio ma molti più danni, economici e fitosanitari. Certo non si può tronare al “Nazionalismo stretto” ma molte libertà vanno riviste nell’interesse dei singoli Stati. L’invasione dei mercati di “merce spazzatura” ha giovato solo agli speculatori ed ha provocato solo disastri ambientali. Per quanto riguarda gli Italiani, a mio avviso, “non sono né popolo, né Nazione, né Stato” e pensare che gli Italiani siano un popolo che sta reagendo bene, che ha il controllo della situazione e dimostra grande maturità ci vuole un gran senso dell’ottimismo. Chiedete agli Italiani cosa pensano, cosa vogliono e come si comportano rispetto alle leggi e segnatamente all’evasione fiscale. L’unica cosa su cui tutti sono d’accordo sono i “condoni” o altre amenità simili non degne, a mio avviso, di una Nazione civile.

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