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La recensione dell'ultimo libro di Giulio Sapelli

Il Covid-19, la sconcertante prova delle classi dirigenti e le vie per la resurrezione

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Con questa recensione Corrado Ocone inizia la sua collaborazione con L’Occidentale curando una nuova rubrica di recensioni di libri utili a capire le conseguenze politiche e morali del Coronavirus. Oggi si parla dell’instan book appena pubblicato da Giulio Sapelli: 2020. Pandemia e Resurrezione. Con contributi di Giuseppe De Lucia Lumeno e Alessandro Mangia (Guerini e associati).

Nel linguaggio quotidiano, per lo più irriflesso, usiamo il termine saggio in modo anodino, neutro, senza consapevolezza dell’etimo. L’exegium in latino indica il peso, la misura, e, nel nostro caso, potremmo dire la statura di chi lo scrive. C’è saggio e saggio, perciò, e non avevamo dubbi in quale ordine di grandezza ci stavamo collocando quando ci siamo messi a leggere l’ultimo di Giulio Sapelli: un instant book, credo il primo in assoluto in Italia, sull’emergenza pandemica che ha sconvolto le nostre vite nell’ultimo mese. In esso, la non comune dottrina dell’autore si riversa in pagine dense e fitte di citazioni e allusioni, ove i mille fili sparsi, apparentemente non riducibili, certamente non alla rigida divisione per discipline che conosciamo, si ricompongono finalmente in una sintesi netta e incisiva.

All’inizio, Sapelli apre uno squarcio sul mondo contemporaneo, quasi come la pandemia fosse un accidente, dopotutto prevedibile, di uno stato di cose che quasi invocava il contagio. Una profonda crisi della democrazia liberale con l’ascensore sociale bloccato, la diseguaglianza aumentata, il lavoro reso inesssenziale, ma soprattutto “la fine di ogni comunicazione cognitiva tra le classi alte e le classi ultime e penultime della società”.
Nelle pagine di Sapelli c’è la consapevolezza che le scienze sociali non si sono aggiornate e usano i vecchi strumenti concettuali, inefficaci per capire le stratificazioni del nuovo potere. Soprattutto per gli intrecci e interconnessioni che si creano fra elementi simbolici e materiali, o fra poteri statuali residui e interstatuali mai perfettamente compiuti. Che l’unica globalizzazione realizzatasi sia quella finanziaria è, a mio modesto avviso, affermazione discutibile: basti pensare a quella dell’informazione e della comunicazione che per certi aspetti né è la causa.
Oggi, voglio dire, lo stesso denaro ci si presenta sotto forma di data, byte che viaggiano sulle reti informatiche. Il coronavirus è allora il “cigno nero” che “si è abbattuto sulle catene produttive e commerciali mondiali generando incertezze e blocchi delle interconnessioni”. La risposta delle classi dirigenti è stata a dir poco sconcertante, né forse c’era da aspettarsi diversamente date le premesse: “la nuova classe politica globalista e eurofila senza criticità non riconosce più la società in cui vive”. Sapelli né ha per tutti: per il nostro governo che, imbevuto di un’ideologia anti-industriale, non ha pensato prima di tutto di “salvaguardare la parte essenziale dell’apparato produttivo non distruggendo le comunità di lavoro”; per il potere cinese, che è il vero beneficiario dai processi di globalizzazine; per Christine Lagarde, che, con le sue dichiarazioni sullo spread dei paesi indebitati di cui la BCE non avrebbe da (pre)occuparsi, ha mostratio a tutti “il re nudo” dell’Unione Europea. Fra inviti politicamente scorretti all’Occidente a seguire l’esempio francese e studiare forme di neocolonialismo in Africa per non perire come “civilizzazione”, e inviti a tutti a scoprire classici visionari dimenticati come Maurice Godelier e Richard Levins, il libro di Sapelli non teme di avventurarsi nemmeno sulle perigliose vie della previsione storica: ci sarà, a suo dire, “la fuoriuscita drammaitca da questa crisi” con “la decisione della Germania di abbandonare l’euro in modo violento e improvviso, vincendo in questo modo quella che non potrà non essere una guerra lampo, una Terza guerra mondiale, la prima vinta da una grande potenza economica senza esercito”.
Alla fine, l’autore prospetta un orizzonte di “resurrezione”, come quella invocata da San Paolo nel passo messo in esergo e che dà il titolo al libro: “l’innovazione globalmente intesa, che deve estendersi dalla tecnologia alla morale, è la sola via di salvezza che abbiamo”. E’ chiaro che questo orizzonte di radicale trasformazione, anche di noi stessi, deve passare per un processo di deglobalizzazione, soprattutto nel senso che deve far riscoprire il valore della comunità Gemeinschaft nella Gesellschaft“e dei legami sociali e umani che ci fanno come enti unici, liberi e responsabili. Il capitalismo, se vuole sopravvivere, deve cambiarsi per rinnovarsi”. E noi dobbiamo ritrovare la forza di piegarci sullo studio e sulla meditazione morale e filosofica metafisica”.
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