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L'analisi

Il Covid e il cattivo rapporto degli italiani con la propria lingua

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Durante l’epidemia di Covid-19, lo sappiamo bene, non si è parlato solo di sanità e di contagio: gli opinionisti ne hanno sviscerato in lungo e in largo le implicazioni economiche e politiche, e uno spazio importante è stato dedicato anche alle riflessioni filosofiche e sociologiche su fenomeni come l’isolamento fisico e l’incremento straordinario delle relazioni digitali.

Nella rassegna non poteva certo mancare qualche considerazione sull’uso della lingua, che resta sempre un argomento nodale quando si ha a che fare con i meccanismi della comunicazione: in un’intervista di Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca possiamo trovare una sorta un bilancio ‘linguistico’ della fase Covid, un bilancio da cui si possono trarre almeno 3 riflessioni sul rapporto degli italiani con l’italiano.

 

  1. L’alluvione di parole straniere è la prova che non siamo fieri della nostra lingua?

L’intervista è ricca di osservazioni interessanti, e perciò varrebbe la pena di leggerla per intero: si va dall’uso di ‘distanziamento sociale’ (calco dell’inglese social distancing) per indicare il distanziamento interpersonale, che – dice Marazzini – “ho trovato estremamente infelice”, all’improprietà di termini equivoci come ‘congiunti’, all’enfasi dell’uso della terminologia bellica. Ma il cuore dell’intervento sta nella rilevazione dell’alluvione di forestierismi che anche in questa occasione ha dilagato nell’italiano, e nel tentativo di spiegare il fenomeno in una prospettiva di lunga durata: “lockdown, droplet, Covid hospital, non sono soltanto una questione di salute pubblica, ma anche di identità nazionale”. Quanto al più quotato, il lockdown: “Non è un vocabolo inglese, l’Oxford English Dictionary lo dà per americano. Nasce negli anni Ottanta, nel linguaggio carcerario. È riferito alle conseguenze delle rivolte in carcere, quando i detenuti vengono chiusi nelle celle e non possono più circolare nei corridoi o avere l’ora d’aria. Si diffonde in America nei casi di emergenza nelle università e nelle scuole, quando ci sono le sparatorie, quindi sempre nell’ambito giudiziario-carcerario. È ancora affare di avvocati. Poi, nel 2012, quando scoppia la SARS, i giornali americani lo utilizzano per parlare degli ospedali in Oriente. Quando è venuta questa pandemia ce lo siamo trovati servito su un piatto d’argento. Noi abbiamo abbracciato lockdown e delockdown o peggio ancora post lockdown, loro [francesi e spagnoli] sono andati dritti su dei termini nazionali e hanno usato confinement e déconfinement, confinamiento e deconfinamiento. Infatti, se lei va a leggere i giornali francesi e spagnoli, le occorrenze statistiche di lockdown sono scarsissime. Da noi, invece, sono la totalità… Qui non è questione di effetti negativi su un piano sociale, si tratta semplicemente dell’ennesima dimostrazione che gli italiani sono più disponibili al forestierismo rispetto agli altri popoli”. Detto in altri termini, “gli italiani non hanno la fierezza della propria lingua. Non hanno quella confidenza, quella fiducia che è di altri popoli. È significativo che la Costituzione italiana non menzioni mai la lingua nazionale”.

 

Potremmo anche chiuderla qui, accontentandoci di constatare per l’ennesima volta questa caratteristica nazionale, e magari lamentarcene, oppure possiamo cercare qualche indizio per scavare un po’ più a fondo in una problematica che non è di poco conto, soprattutto per un’area politico-culturale in cui l’identità nazionale rappresenta un valore di prima grandezza. La nostra ampia disponibilità all’uso di termini stranieri (oggi soprattutto anglo-americani) nelle situazioni di ‘parossismo comunicativo da novità’ non nasce certo oggi. Ma bisogna stare attenti a trarre conclusioni affrettate, perché i linguisti osservano che le parole straniere, che entrano in massa per gli eventi di attualità, non sempre si affermanoin modo duraturo, come è capitato ad esempio a bar e sport. A volte sono più effimere e dopo un po’ passano di moda scomparendo o rimanendo confinate in nicchie specialistiche e gergali. C’è anche da aggiungere che qualcuno, rovesciandone il segno, lo interpreta perfino come un indicatore positivo della nostra propensione all’apertura, al contrario di altri sistemi linguistici più chiusi in sé stessi: è una considerazione da non sottovalutare, ma in ogni caso comunque possiamo sicuramente convenire sul fatto che in qualche modo non siamo completamente sicuri che la nostra  lingua possieda sempre i termini più adatti a descrivere l’attualità e le novità (la mancanza di fiducia e di confidenza di cui parla Marazzini). È come se il suo luogo ideale fosse una dimora nobiliare, arcigna e un po’ aulica, tra vecchi libri e accademie di eruditi. Questa percezione di fondo che continua a gravare sull’italiano ‘colto’ da un po’ tempo non corrisponde più esattamente al suo stato reale, ma ci sono buoni motivi storici che la spiegano.

 

  1. Lingua ‘morta’ e dialetti ‘vivi’: uno schema (troppo) semplice?

C’è un’opinione autorevole e molto consolidata, secondo la quale la storia linguistica d’Italia è caratterizzata da un nodo centrale: alla frantumazione politica e alla profonda varietà linguistica e dialettale (su questo si può vedere un mio articolo precedente, sempre qui sull’Occidentale), si è contrapposta la forza unificante di una lingua letteraria di altissimo profilo culturale ma di scarsa penetrazione sociale. È una situazione storicamente molto diversa non solo dalla Francia e dalla Spagna, dove la lingua comune e diffusa è frutto di una lunga storia di unità politica, ma anche dalla Germania dove, anche in presenza di una certa frantumazione politica, la lingua della traduzione della Bibbia di Lutero è stata un fattore fortemente unificante.

Senza disperderci troppo in percorsi che alla fine sono inevitabilmente complessi, possiamo semplificare e farcene un’idea a partire da un paio di osservazioni di tipo “numerico”, che confortano la tesi di questa profonda polarità, una specie di Scilla e Cariddi della nostra storia linguistica.

La prima, ampiamente conosciuta anche grazie ai lavori di Tullio De Mauro, è che al compimento dell’unità politica l’italiano letterario era capito e utilizzato da una minoranza di intellettuali in tutta la penisola, mentre l’uso quotidiano di parlate assimilabili all’italiano standard era circoscritto grosso modo alla Toscana e a Roma. Quanto allo scritto, su tutto il quadro pesava – e pesò comunque per tutto il secolo seguente – l’enorme percentuale degli analfabeti.

Anche la seconda osservazione è di De Mauro: “Quando Dante comincia a scrivere la Commedia il vocabolario fondamentale [dell’italiano] è già costituito al 60%. La Commedia lo fa proprio, lo integra e col suo sigillo lo trasmette fino a noi. Alla fine del Trecento [ossia dopo la produzione di Dante, Petrarca e Boccaccio] il vocabolario fondamentale italiano è configurato e completo al 90%. Ben poco è stato aggiunto nei secoli seguenti”.

 

Il quadro sembra chiarissimo: una lingua di cultura già stabilizzata dalla fine del Trecento, con pochissimi rapporti con la lingua viva parlata, che si incanala preferibilmente verso le varietà dialettali. Nella letteratura si perpetuano per secoli lessico e moduli stilistici espressi quasi come in una lingua morta: questo si verifica soprattutto nella poesia e – parossisticamente – nel melodramma, mentre la commedia si contamina di più, perché il dialetto risulta più consono al registro del ‘comico’. Si dovrà arrivare al pieno Novecento per avere una quasi totale riconciliazione tra lingua “vera” e lingua poetico-letteraria, insieme ad una sempre crescente diffusione dell’italiano comune o delle sue varietà macroregionali, un fenomeno enormemente favorito dalla diffusione del cinema, della radio e della TV.

 

  1. La comparsa del terzo incomodo: l’italiano comune, nascosto ma usato per secoli.

La realtà però è un po’ più complessa, perché tra i due livelli tipizzati nello schema non si deve mai dimenticare il peso dei cosiddetti registri linguistici intermedi. Oggi, grazie a lavori come quello di Enrico Testa (L’italiano nascosto, Einaudi 2014), sappiamo che è sempre esistita una lingua italiana comune, indubbiamente ricca di varietà locali e di incertezze grammaticali, ma senz’altro in grado di estendere la comprensione vicendevole ben oltre la sfera dialettale. Questa lingua non era usata solo dall’alto verso il basso, cioè dai colti per farsi capire dagli incolti (esempio classico i predicatori delle Missioni) ma anche viceversa: esiste una buona documentazione scritta, che fa capire che in certe situazioni i parlanti più modesti la usassero anche nelle espressioni orali. In una certa misura era ovviamente anche influenzata dalla lingua colta e letteraria, ma certo non in una modalità sufficiente a garantire uno scambio ‘bilaterale’ proficuo (la butto lì e azzardo un’ipotesi, che ci riporta al discorso iniziale: che tutta la marea delle parole straniere di pronto uso possa collocarsi nella zona cuscinetto tra l’italiano ‘nascosto’ e comune, benché poco formalizzato, e l’italiano letterario e paludato, che così continua a subire qualche assedio dal basso). Addirittura una lingua franca italiana è stata utilizzata a lungo in tutto il Mediterraneo per comunicare fra l’area turco-araba e quella europea, romanza, germanica e slava.

Nella costruzione di questo italiano “basico” è stato rilevante il ruolo della giustizia, della burocrazia e delle attività legate alla sfera religiosa: non si tratta certamente di una scoperta totale, quanto piuttosto di un riesame attento di una realtà che era stata nascosta nella contrapposizione semplificata élite/lingua contro popolo/dialetto: si rilegga il Muratori che si sofferma “sul comune parlare italiano, da Torino sino a Napoli, in ogni provincia, città e luogo d’Italia inteso ancor dalle genti più idiote” che“ è uno solo per tutta l’Italia”. O il Foscolo, che sottolinea l’esistenza di una lingua comune, un po’ letteraria, ma in qualche modo plebea, “con la quale gli abitatori di una provincia intendevano quei dell’altra”.

 

Insomma, alla fine anche quella della lingua italiana pare che sia una vicenda più tortuosa e meno confinabile in schemi dualistici di quanto immaginassimo. D’altronde è proprio questo il senso di un aforisma attribuito a Gomez Davila: nella storia ciò che non è complesso è falso. E tendenzialmente ideologico, aggiungerei.

 

 

 

 

 

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