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Il Covid e la propaganda terroristica: ecco la prova della malafede

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La prova della malafede sta nel modo con il quale vengono forniti i dati.

Se si parla degli Stati Uniti si insiste sulle cifre assolute omettendo il fatto che la popolazione americana è cinque volte quella italiana e che, prendendo un parametro statisticamente più valido come ad esempio il numero di decessi per milione di abitanti, il nostro Paese sopravanza gli States di Donald Trump di oltre il 50 per cento (per non parlare del confronto col Brasile di Jair Bolsonaro).

Se invece c’è da terrorizzare gli italiani, si assume il solo indice di contagio per far credere ad esempio che il Veneto, fin qui considerato regione modello nel contenimento dell’epidemia, sia di nuovo appestato. Peccato che il balzo in avanti da 0,43 a 1,63 dell’RT, che ha fatto invocare a Luca Zaia nuove misure restrittive e il trattamento psichiatrico obbligatorio per gli indisciplinati, si basi su un numero di nuovi tamponi positivi che negli ultimi due giorni non arriva a toccare le dita di una mano. Una cifra che assumere come campione rilevante per il calcolo dell’indice di contagio è a dir poco surreale.

La verità è che l’andamento degli ultimi focolai, checché se ne dica, dà platealmente ragione a quanti come Alberto Zangrillo, Giuseppe Remuzzi e altri cercano disperatamente di sfondare la cortina del terrorismo di regime per far sapere – dati ed evidenze alla mano e con il pieno accordo dei medici che hanno sperimentato l’inferno delle terapie intensive nella fase acuta della pandemia – che il virus è tra noi ma è clinicamente spento.

Tentare di smentirli evocando il numero quotidiano di nuovi tamponi positivi (ammesso che di veri positivi si tratti, giacché gli studi hanno dimostrato che nella stragrande maggioranza dei casi il test riveli tracce virali talmente labili da non poter contagiare né il soggetto portatore né tantomeno terze persone) significa gettare la palla in tribuna. A meno che non si ritenga infatti che un virus possa sparire da un giorno all’altro come spariscono i clienti da bar e ristoranti a ogni alzata di ingegno dei professionisti del terrore, è evidente che il Covid è tra noi e continua a circolare. Come circolano i virus delle influenze, del morbillo, della varicella e di una infinità di altre malattie con le quali conviviamo in alcuni casi dai tempi almeno dell’antica Roma, al punto tale che c’è pure chi è riuscito a prendersele durante il lockdown.

Ma proprio la circolazione del virus consente di suffragare di nuove evidenze empiriche e statistiche la constatazione della sua ormai scarsa offensività. Così come rafforza l’idea che la vera attenzione vada prestata all’andirivieni da Paesi nei quali il Covid è ancora aggressivo. Magari con una punta di buon senso: negli stessi giorni rimpatriare un pugno di turisti americani (sanissimi, fino a prova contraria) arrivati in Italia con un jet privato e a quanto pare disposti a mettersi in quarantena preventiva, far sbarcare immigrati positivi e spalancare le frontiere alla Cina prendendo acriticamente per buoni i dati forniti dal regime di Xi denota un approccio che per carità di patria ci limitiamo a definire strabico.

Ancor più certi sono i riflessi di tutto questo sull’economia. Mentre il ministro Giggino Di Maio si improvvisa ambasciatore del Belpaese e se ne va in giro all’estero per promuovere le mete turistiche italiane, a ogni ondata allarmistica le strade si desertificano, gli esercizi pubblici si svuotano e lo spettro del disastro economico riconquista terreno. L’effetto è immediato, basta parlare con gli operatori dei settori più esposti per rendersene conto. Finché c’era da salvare vite, gli italiani meno garantiti sono stati i primi a sacrificare il proprio benessere in nome della sicurezza sanitaria delle proprie comunità. Ora che il Covid clinicamente non fa più paura, la sensazione è di vivere in un gigantesco Grande Fratello che non fa ridere. Al punto che quella che fino a qualche tempo fa poteva sembrare una provocazione è oggi una domanda non del tutto peregrina: siamo sicuri che in un Paese con un tasso così elevato di terroristi e ipocondriaci convenga continuare a fare tamponi?

 

 

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1 COMMENT

  1. Adesso viene da chiedersi dove stanni i cosidetti “gionalisti e giornali” liberi da condizionamenti che fanno solo libera informazione.

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