Il Covid, Cesare e Dio: dalla Chiesa del silenzio alla Chiesa silenziata

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Il Covid, Cesare e Dio: dalla Chiesa del silenzio alla Chiesa silenziata

29 Dicembre 2020

Pubblichiamo un estratto del libro “L’ospite inatteso – Il Coronavirus nello scontro tra statalisti e liberali”, di Michele Cozzi e Attilio Romita, appena uscito per i tipi della Cacucci editore (Bari).

Contraltare dell’assolutismo scientifico è la rimozione dell’imperfezione e financo del senso della morte. Il salutismo è uno dei canoni della modernità, con la corsa incessante alla cura del corpo (con l’annessa industria), con diete esasperate, per qualsiasi taglia e qualsiasi tasca, il giovanilismo degli evergreen di chi è ben oltre la metà della vita media, i lifting, le tette e i nasi rifatti.

Il salutismo non ammette l’imperfezione e giovani e meno giovani costruiscono la propria esistenza, come dice il sociologo Bauman non in base al principio di identità (chi sono, chi voglio essere) ma sul principio di identificazione: voglio essere come il calciatore alla moda, la rockstar, l’influencer. “I prescelti – scrive Bauman – non sono scelti in forza della loro capacità di riconoscere ciò che è bello, ma al contrario in forza del fatto che la dichiarazione diventa vincolante proprio perché pronunciata da loro e confermata dalle loro azioni”. Non a caso, a metà ottobre, Conte telefona a Fedez e a Chiara Ferragni e chiede un aiuto per esortare i giovani a usare la mascherina.

Una società salutista e vitalista tende a emarginare il senso della morte, dell’ineluttabile, relegato sempre più a dramma personale, quasi una pratica da consumare al più presto. Lasciando meno tracce possibili. E peggio ancora, considerando la perdita di un anziano, un evento inevitabile della condizione umana. E per questo meno “doloroso”.

Solo in questo contesto culturale si può comprende l’accettazione e la sottomissione con cui migliaia di italiani (i decessi per il virus al momento in cui va in stampa questo libro superano i 46mila) si sono adeguati alla pratica, inumana, di non accompagnare i propri cari per l’estremo saluto.

Non c’è nulla di più inaccettabile, non c’è cicatrice più profonda, che subire la ferita della perdita di un proprio caro senza poter recitare una preghiera. Eppure è accaduto anche questo.

Così come non ha suscitato grandi obiezioni, quando, il Potere ha apparentemente allargato le maglie consentendo, con un approccio ragionieristico, la partecipazione al rito funebre di 15 persone. Si è arrivati persino all’eccesso, è accaduto in provincia di Lecce11, di una vigilessa che ha interrotto la celebrazione del funerale di una giovane donna per controllare le persone presenti. Un caso che ha suscitato la giusta indignazione della madre della defunta e del popolo del web.

La religione è l’altra grande sconfitta del governo della pandemia. Le immagini di papa Francesco, solo in Piazza San Pietro, e ancora prima, nella fase iniziale dell’esplosione della crisi, la sua passeggiata in una Roma desolatamente deserta per raggiunge la Basilica di Santa Maria Maggiore, rappresentano la raffigurazione dello stato di “cattività”.

La “luminosità” di Francesco, nella grandezza simbolica e spirituale della piazza, come simbolo della solitudine e della sofferenza dell’uomo. E le sue parole sono emblematiche: “Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi”.

Un messaggio che allo stesso tempo sacro e umano, un abbraccio alla comunità cattolica, dispersa nel mondo, che per la crisi epidemica ha dovuto interrompere la celebrazione dei sui riti e sacramenti.

Una scelta dovuta, obbligatoria oppure anche su questo si è affermata la filosofia dell’uomo a una dimensione? La “chiesa del silenzio” è sopravvissuta nell’Est europeo a decenni di dittatura comunista e ha contribuito a dare una spallata al vecchio regime. In Occidente, in Italia, l’epidemia ha costretto e obbligato a chiudere le chiese. Non era avvenuto nemmeno in piena guerra. Niente messe, funerali, battesimi, cresime.

Un’altra sbavatura, un eccesso poiché, forse, l’apertura delle chiese, nelle condizioni di distanziamento sociale, non sarebbe stata una forzatura.

Che ne è stato della libertà religiosa, individuale e collettiva, sancita dall’art. 19 della Costituzione? La Conferenza episcopale, l’8 marzo, decide di sospendere la celebrazione della messa in tutto il Paese: “La chiesa che vive in Italia e, attraverso le diocesi e le parrocchie si rende prossima ad ogni uomo, condivide la preoccupazione, di fronte all’emergenza sanitaria che sta attraversando il Paese”.

La Cei sottolinea che il decreto del presidente del Consiglio, in vigore fino al 3 aprile, è particolarmente “fortemente restrittivo”, la cui accoglienza incontra sofferenze e difficoltà nei Pastori, nei sacerdoti e nei fedeli. L’accoglienza del decreto è mediata unicamente dalla volontà di fare, anche in questo frangente, la propria parte per contribuire alla tutela della salute pubblica.

La Conferenza episcopale, il “governo” dei vescovi, si adegua, quindi, fino a metà aprile ai dettami dello Stato.

Ma poi, lentamente matura una nuova linea anche a seguito di non pochi episodi di preti sorpresi ad officiare messa in chiesa o all’esterno, sanzionati dalle forze dell’ordine.

Non mancano i casi di sacerdoti multati nell’“esercizio delle proprie funzioni”. Imperversa sul web un video – che ha scatenato l’ira di Vittorio Sgarbi – con un carabiniere che a Gallignano (Cremona) irrompe sull’altare, intimando a un prete di interrompere la celebrazione della messa. Forse aveva dalla sua le ragioni della legge, ma sarebbe stato più opportuno, laicamente, non mischiare sacro e profano. Ma non è il solo caso: un prete multato a Ponte Valleceppi, la Domenica delle Palme, a Supersano, nel Leccese, la messa all’aperto del venerdì santo costa 400 euro di multa non solo al prete, ma anche al sindaco e ad altre 13 persone, a Cinisello (tra i 40 multati, anche tre preti), ad Acquafredda (Brescia) multati in otto (il prete si è salvato), a San Vittore del Lazio, per una Via Crucis non autorizzata, multati vice sindaco e il prete, in Calabria, a Rocca Imperiale, il prete porta il crocifisso in processione e si becca una multa di 400 euro. I casi non si contano.

Così, passo dopo passo, la Cei incomincia ad incalzare il governo affinché predisponga le regole per poter consentire ai fedeli, nel rispetto del distanziamento sociale, di poter pregare in chiesa. Un primo appello in tal senso arriva proprio da papa Francesco, il 17 aprile, da Santa Marta, che nella celebrazione della Messa, afferma che “celebrare la messa senza popolo è un pericolo (…) sicuramente in questo momento bisogna celebrare a distanza ma per uscire dal tunnel, non per rimanere così (…) una familiarità senza comunità, senza Chiesa, senza i sacramenti, è pericolosa, può diventare una familiarità gnostica, in questa pandemia si comunica attraverso i media, ma non si sta insieme come accade per questa messa”.

La Cei accelera, il governo non “apre”, si giunge persino ad una protesta con una nota diramata poche ore dopo l’annuncio del premier con il decreto della “Fase 2” che non contempla la riapertura delle chiese con parole particolarmente dure, in cui si parla di “violazione della libertà di culto”. Non proprio un colpo di fioretto. Tant’è che il governo, dopo appena un paio d’ore, corre ai ripari, parlando di nuovo protocollo allo studio.

Lo scontro è così inedito, che a calmare le acque ci pensa papa Francesco che il 29 aprile, “smentendo” i suoi vescovi, afferma che nella Fase 2 servono “prudenza e obbedienza alle disposizioni” perché l’obiettivo comune è che la “pandemia non ritorni”. Questione risolta con la riapertura delle chiese, nel rispetto di un rigido protocollo, dal 18 maggio.

Ma a pochi giorni da questa data fatidica, un nuovo affondo, un’altra frecciata al governo arriva dal cardinale Camillo Ruini che ha guidato la Cei per 16 anni, simbolo dell’interventismo dei vescovi italiani in politica: “La Cei ha dato giustamente tutto il suo contributo alla tutela della salute mentre, per il bisogno dei credenti di nutrirsi con l’Eucarestia, non è stata aiutata dalle pretese del governo, che è intervenuto anche su aspetti di competenza della Chiesa”.

Questa la scarna cronaca dei rapporti tra Stato e Chiesa durante i due mesi di cattività. Ma, anche questo, rappresenta un tassello della concezione della vita e dell’uomo che ha primeggiato – si spera momentaneamente – nel Paese per oltre due mesi.

In nome della scienza e della presunta “dittatura sanitaria” (uno slogan utilizzato indegnamente dai negazionisti in alcune manifestazioni) si può spegnere e vietare la speranza di trovare rifugio e sollievo nella religione, pur nel rispetto delle norme vigenti?

Eppure per settimane si è discusso degli accorgimenti tecnici (la distanza tra gli ombrelloni) per consentire lo svolgimento della stagione balneare, ma la politica non ha avvertito, immediatamente, l’esigenza di predisporre analoghe misure per consentire ai fedeli di esprimere la propria libertà religiosa.

Può essere accettato, laicamente, tutto questo senza porsi qualche interrogativo? Può la Politica, in uno Stato liberale, sancire con i fatti la superiorità della Scienza, riducendo la religione a un fenomeno individuale e semi-clandestino?