Il Cremlino alla ricerca dell’Impero perduto

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Il Cremlino alla ricerca dell’Impero perduto

17 Settembre 2007

Tutto iniziò il 10
febbraio a Monaco, quando Putin accusò gli Stati Uniti di voler imporre al
mondo la propria egemonia attraverso la forza. Poi arrivarono, prima l’uscita
della Russia dal trattato delle armi nucleari il 26 aprile, di seguito
l’intervista al Corriere della Sera del 3 giugno, nella quale il volitivo
Presidente russo si era dichiarato “pronto a puntare i missili sull’Europa”. Di
seguito, il 2 agosto, la Russia rivendica il territorio artico ed il 3 agosto
l’ammiraglio Masorin prospetta la possibilità di riportare la flotta russa nel
Mediterraneo.

Vi erano tutti i
presupposti per il “colpo di teatro” di Ferragosto, quando un Putin sempre più
“muscolare”, al termine delle manovre militari congiunte con l’esercito
popolare cinese e le forze armate dei paesi asiatici ex sovietici, annunciò
che, dopo 15 anni, la flotta aerea strategica avrebbe ripreso i voli. Con
inevitabile precisione il giorno 17 venne annunciata l’avvenuta missione di 14
bombardieri al largo della base americana di Guam.

A fronte di questi
atteggiamenti stupisce la reazione ufficiale di Washington. Da Foggy Bottom,
infatti, venne il lapidario commento del portavoce Sean McCormack:
“interessante la decisione di Mosca”. Il commento non può non suscitare alcune
riflessioni sulla politica estera pianificata sia sulle rive della Moscova, sia
su quelle del Potomac. Nella sostanza gli interrogativi sono due. Perché la
Russia ostenta una politica estera di alto profilo, a dispetto di una marcata
arretratezza strategica e tecnologica nel settore militare e perché gli Stati
Uniti sembrano non reagire alle “provocazioni” russe?

Qualunque siano le
riflessioni su questi due temi, esse non possono prescindere da una condizione
di fondo di carattere storico: gli Stati Uniti sono nati come “Repubblica”, la
Russia come “Impero”. Gli Stati Uniti nascono da una rivoluzione borghese, la
Russia si è formata “idealmente” con il matrimonio tra Ivan III e la nipote
dell’ultimo imperatore bizantino. La differenza non è da poco. Da una parte
albergano i valori “repubblicani” di libertà e partecipazione; dall’altra vi è
il mito della “terza Roma”. Questi retaggi, con il tempo, non vennero mai meno,
neppure quando la nascita del regime sovietico avrebbe legittimato il ripudio
sostanziale del passato. Che la vera forza della Russia fosse e sia l’idea
“imperiale” venne confermato – in epoca non sospetta – da Luttwak che nel 1984
affermò che “senza l’impero la nazione russa potrebbe avere la potenza di tre o
quattro Polonie”.

La prima domanda,
quella che si chiede il perché di una politica estera russa così “muscolare”,
trova le sue risposte esiziali nelle esigenze politiche del leader. Non
va dimenticato che l’uomo Putin ha compreso i desideri revanscisti del suo
popolo che vuole “contare” ancora. Non è un caso che in Russia, negli ultimi
anni, siano andati crescendo in modo esponenziale movimenti nazionalisti, neo
bolscevichi, razzisti ecc. Solo una deriva “neo” imperiale dell’establishment,
quindi, permette al Presidente di mantenere alto il suo prestigio. Nella sua
mente è vivo il ricordo del lungo e triste tramonto di Eltsin – l’eroe del 1991
– screditato nella memoria dei russi per i suoi atteggiamenti filoccidentali e
le sue debolezze personali.

E’ bene, inoltre,
ricordare che nel marzo 2008 Putin dovrà abbandonare il Cremlino e che egli non
intende andare politicamente in pensione. Egli sta creando, quindi, i
presupposti per un nuovo ritorno sulle scene della politica. Se i primi passi
furono quelli contro gli “oligarchi” dell’economia ora l’attenzione è rivolta a
“formare” le menti dei suoi concittadini. Non vi