Il culto della morte, il Califfo e i suoi seguaci

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Il culto della morte, il Califfo e i suoi seguaci

20 Luglio 2016

Anche dopo che un 17enne afghano ha ferito cinque persone nelle Baviera tedesca (tre in pericolo di vita), abbiamo assistito al solito rovesciamento per cui l’istinto omicida che muove i “soldati del Califfo” è imputabile e subordinato ad altre cause che non siano la degenerazione totalitaria dell’islam. Per l’ex ministra verde tedesca, la vicenda è l’occasione per scaricare la colpa sugli agenti di polizia, i quali, per fermare il giovane che li stava assalendo a colpi di ascia, lo hanno fatto fuori. Per il ministro dell’interno bavarese, nonostante la rivendicazione di Isis e la scoperta che il ragazzo aveva nella sua stanza una bandiera nera dello Stato islamico, è necessario prendere questi avvenimenti con cautela. 

Per i commentatori de noantri su Facebook la colpa è delle società occidentali che predicano l’eguaglianza e l’accoglienza ma poi fanno vivere i rifugiati nella diseguaglianza additandoli come pericolosi criminali. La colpa degli attentati di Nizza, dell’11 Settembre o degli attacchi bomba nelle città israeliane non è mai di chi li commette in nome della “causa” ma del governo Hollande che bombarda la Siria e il Mali, di Bush e dell’invasione dell’Iraq, dello Stato ebraico, e risalendo indietro nella Storia, del colonialismo, della tratta degli schiavi e perché no delle Crociate . Nel caso tedesco di ieri, c’è stato addirittura bisogno di una smentita alla presunta pista sull’attacco mirato contro i turisti di Hong Kong (sic).

Ora, è vero che non devi essere per forza iscritto a Isis per sposarlo e ammazzare gli altri – come pure, specularmente, è vero che lo Stato islamico ormai rivendica qualsiasi azione che gli possa dare visibilità – ma  l’errore di noi occidentali è quello di continuare a prendere lucciole per lanterne. La Germania non ha bombardato la Siria e neppure invaso l’Iraq. Il giovane 17enne afghano era stato accolto in Germania e avrebbe potuto vivere e integrarsi in casa di una famiglia che fino a prova contraria si era dimostrata ospitale con lui. Di che stiamo parlando allora?

Di un culto della morte che fa dell’attentato suicida la forma più pura del terrorismo islamico, una filosofia che esercita il suo fascino malvagio soprattutto sui giovani in cerca di identità. Come avveniva per le (altrettanto giovani) SS naziste, la percezione del proprio fallimento come individui, la ricerca di un capro espiatorio, la perdita progressiva del senso di realtà e la ricerca spasmodica di una vendetta contro tutto e tutti, in nome di una presunta superiorità, razziale, ideologica o religiosa, spinge, come ha scritto Enzesberger, “a diventare padroni della vita altrui e della propria morte attraverso una escalation del terrore”. Siccome ci si convince che la propria vita non conta niente, anzi, che deve essere sacrificata in nome del fuhrer o del califfo, allora anche la vita altrui perde significato e non si fa più distinzione tra amici e nemici, “crociati”, ebrei e turisti di Hong Kong. 

L’Occidente e in particolare la Germania, che si trova a fare i conti con il fondamentalismo musulmano, dovrebbero fare i conti con quello che sta accadendo: i fatti di Colonia hanno mostrato che la paranoia maschilista dei duemila e passa immigrati arabi e musulmani capaci di molestare centinaia di giovani donne durante la Notte di Capodanno è il prodotto di una subcultura che considera le donne persone di serie B e quelle occidentali “prostitute ebree” perché girano in minigonna e magari la sera si fanno un drink. L’inferiorità conclamata della donna nei Paesi dove vige una interpretazione estremistica e letterale del Corano passa attraverso i tribunali islamici in cui la deposizione di una donna non vale quanto quella di un uomo.

Assistiamo a un altro rovesciamento ideologico: la colpa non è mai dello stupratore, è sempre della donna che con il suo comportamento, anzi, per il solo fatto di essere una donna, eccita il maschio e lo spinge alle aggressioni sessuali. Da qui l’esigenza di coprirla o la mancanza di una sanzione delle violenze all’interno del matrimonio. Insomma, smettiamola di rovesciare le carte in tavola. Non è colpa della Germania se il ragazzo afghano ha stretto l’ascia cercando la “bella morte”, bensì di un’ideologia nazista e mafiosa che il fondamentalismo islamico sta propagando a livello globale.