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Il declino della risata è un brutto segno per la società occidentale

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La ragione si manifesta in tutti i nostri tentativi di comprendere il mondo, e in tutti i nostri modi di relazionarci con gli altri. E’ manifesta nelle nostre scelte, e anche nelle nostre reazioni involontarie. Solo un essere razionale può piangere o arrossire, sebbene il pianto e l’arrossire siano azioni non controllate dalla nostra volontà. In particolare, solo un essere razionale può ridere.

Le iene producono un suono simile a una risata, ma non si tratta di una manifestazione di divertimento, né quel suono possiede la funzione sociale tipica della risata: mettere in risalto le nostre differenze ed esser felici di ciò che abbiamo in comune. La risata non è soltanto gioia e sollievo, è anche la maniera migliore che abbiamo per accettare i difetti dei nostri simili. La risata, sebbene limitata agli esseri razionali, deve essere spontanea affinché sia vera. Una risata “comandata” è una specie di ghigno; una risata spontanea è l’accettazione di ciò che l’ha provocata, anche quando, ridendo di qualcosa, se ne ridimensiona l’importanza.

Una società dove non si ride è una società cui manca un’importante valvola di sfogo; una società in cui la gente interpreta una battuta salace non come un primo passo verso l’amicizia, ma come un’offesa mortale, è una società in cui la vita di ogni giorno è densa di pericoli. Gli esseri umani inseriti in comunità a loro straniere hanno un grande bisogno di ridere, e farebbero bene a farlo non appena le differenze tra loro e gli altri non siano tali da scatenare una guerra civile. E’ il caso delle barzellette etniche. Quando polacchi, irlandesi, ebrei e italiani si contendevano le terre del Nuovo Mondo in cui si erano rifugiati, si attrezzarono di un ampio bagaglio di barzellette etniche con le quali ridere delle reciproche differenze.

L’umorismo etnico è stato studiato a fondo dal sociologo britannico Christie Davies, e le sue scoperte – in “The Mirth of Nations” (L’ilarità delle nazioni) – sono un salutare monito della facilità con la quale soluzioni sgorgate spontaneamente dalla società possano essere confiscate da qualche ottuso censore nel tentativo di governarci. Le barzellette e le provocazioni raccolte da Christie sono gesti di riconciliazione, con i quali disinnescare i pericoli che possono sorgere da una differenza per archiviarla, appunto, con una risata.

Eppure, quasi dappertutto, nel mondo moderno, una sorta di vigilanza ultrapuritana sta cancellando la barzelletta etnica, condannandola in quanto offesa contro la nostra comune natura umana. Ciò che era sempre stato considerato come un modo per prevenire l’insorgere di conflitti sociali, è adesso visto come una delle principali cause di quei conflitti: la barzelletta etnica è accusata di “stereotipare”, e dunque segnata con il marchio indelebile del razzismo.

Ancor più peccaminosa della barzelletta etnica è, agli occhi dei nostri guardiani morali, la vecchia commedia dei sessi. Nonostante tutto l’ingegnoso lavorìo delle femministe, la gente normale continua ad accorgersi delle profonde differenze tra i sessi, e del profondo bisogno di comporre queste differenze in modo da evitare le tensioni che ne potrebbero scaturire. L’umorismo è stata la risorsa cui l’umanità si è tradizionalmente affidata in tale delicata operazione, con gli uomini che si riferiscono ironicamente alla propria “dolce metà” e le donne che, altrettanto ironicamente, si sottomettono ai “suoi artigli”.

Ma adesso, chi mai si azzarderebbe a fare una battuta sull’indole femminile in un’aula universitaria? Si potrebbe peraltro pensare che la censura sia unidirezionale; dopo tutto, tremende accuse agli uomini riprese e rilanciate da discipline pseudo-scientifiche sono diventate una caratteristica della vita accademica americana. Ma provate e fare una battuta sui difetti dei maschi: vi trovereste negli stessi guai che se aveste detto qualcosa sui difetti delle donne. Perché, per le femministe, i difetti degli uomini non sono materia su cui scherzare. Non sorprende, allora, che la letteratura femminista sia del tutto priva di senso dell’umorismo; un’assenza assolutamente voluta, perché non appena quella risorsa, l’umorismo, venisse impiegata in quelle trattazioni, tutta la materia ne morirebbe ridendo di sé.

Ci sono molte aree “umorismo-free” nella nostra letteratura religiosa. Il Vecchio Testamento ne è pieno – si pensi allo sconvolgente Libro di Joshua – mentre il Corano è rigidamente privo di humour come qualunque altro documento che sia sopravvissuto agli sforzi umani di sbarazzarsene con una risata. Tutto ciò indica un’altra zona in cui l’umorismo è diventato pericoloso. Cristiani, ebrei, atei e musulmani, vivendo l’uno a fianco dell’altro con piena coscienza delle reciproche differenze, hanno un gran bisogno di un umorismo a carattere religioso. Gli ebrei, attraverso la loro esperienza della diaspora, che li ha fatti vivere come stranieri o persone di passaggio in mezzo a comunità che in ogni momento potevano rivoltarglisi contro, ne sono sempre stati convinti. Come risultato, le tradizioni rabbiniche includono anche un fornito bagaglio di battute autoironiche, con le quali viene sottolineata la posizione assurda del popolo prescelto da Dio, costretto a vivere ghettizzato in un mondo che non sa che proprio loro sono gli eletti.

L’umorismo ebraico è uno dei più grandi meccanismi di sopravvivenza mai inventati, che ha permesso non solo la sopravvivenza di quel popolo, ma anche della sua identità – a dispetto di una lunga e ineguagliata serie di tentativi di distruggerla. (Fine della prima puntata. Continua...)

Tratto da "The American Spectator"

Traduzione di Enrico De Simone

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