Brexit e non solo

Il Diavolo e l’Acqua Santa: Johnson e Hunt alla resa dei conti

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“La vita è una questione di centimetri” recitava Al Pacino nel film “Ogni maledetta domenica”. Boris Johnson e Jeremy Hunt, martedì scorso, lo sapevano benissimo. Davanti alle telecamere di ITV, i contendenti alla leadership del Partito Conservatore inglese sono stati protagonisti di un dibattito in cui tutti i temi principali dell’attualità britannica sono stati accuratamente affrontati. E di centimetri “politici”, davanti a milioni di telespettatori e ai 160 mila tesserati che stanno decidendo il futuro del partito e di Downing Street, nessuno dei due voleva perderne.

Di Johnson abbiamo abbondantemente parlato in un precedente articolo mentre Jeremy Hunt – che come ministro degli Esteri è succeduto proprio a Johnson – ha un profilo decisamente più spartano: cinquantadue anni, sposato con tre figli, ha iniziato a fare carriera nel mondo universitario, essendo stato Presidente del comitato degli studenti conservatori di Oxford. Successivamente è stato a capo di una compagnia denominata Hotcourses, che aveva come obiettivo quello di reclutare all’estero studenti per le università inglesi (dalla cessione di questa società, Hunt ha guadagnato ben 14 milioni di sterline) e dal 2005 è entrato a far parte della Camera dei Comuni. Negli ultimi dieci anni, la sua carriera politica ha subito una forte accelerata visto che ha ricoperto le cariche di Ministro della Cultura con delega alle Olimpiadi e di ministro della Sanità, prima di approdare agli Esteri. Hunt è stato sempre schierato per il Remain ed ha appoggiato tutti i tentativi di accordo con Bruxelles per l’uscita “morbida” dall’UE della Gran Bretagna.

I temi cardine del dibattito non potevano che essere due: la Brexit e la vicenda che ha riguardato l’ambasciatore britannico a Washington Kim Darroch, reo di essersi lasciato andare a dichiarazioni dai toni non esattamente entusiastici nei confronti del Presidente degli Stati Uniti. Le scintille non sono mancate ma, tutto sommato, il tono del duello si è mantenuto sempre civile e rispettoso.

Johnson, rispondendo alle domande sulla Brexit, ha voluto di nuovo ribadire il concetto che ormai porta avanti da tempo: con o senza accordo, si deve fare entro quello che è stato l’ultimo termine stabilito nella trattativa tra Regno Unito e UE, cioè il 31 ottobre prossimo. Paragona l’eventuale non uscita dall’Unione entro i tempi prestabiliti ad una sconfitta alle elezioni generali – per via delle praterie che si aprirebbero in favore di Nigel Farage, con cui ha escluso di allearsi – ed è convinto che Bruxelles, in presenza di un Primo Ministro disposto a mettere in atto una hard Brexit, sarà più disponibile a fare delle concessioni al governo inglese.

Hunt, dal canto suo, si è detto anch’egli favorevole ad abbandonare l’Unione Europea ad ottobre e pensa addirittura di essere più adatto rispetto a Boris perché “a differenza di sua, io ho un piano”. Il Parlamento verrebbe sempre coinvolto nelle scelte che dovranno essere prese (idea non condivisa del tutto dal suo rivale) e non vorrebbe indire nuove elezioni generali prima di aver chiuso la questione Brexit.

Chiusura dedicata alla vicenda dell’ambasciatore Darroch: secondo Hunt doveva essere difeso a spada tratta per ribadire la sovranità dell’Inghilterra e respingere le bordate di Trump nei confronti della Premier uscente May , mentre Boris Johnson non aveva dato garanzie a Darroch di poter restare al suo posto per via del suo “rapporto molto buono” con la Casa Bianca, dichiarazioni quest’ultime che hanno portato l’ambasciatore a dimettersi (considerando il vantaggio di cui Johnson sembra godere in questa contesa).

Ormai non ci resta che aspettare: il 23 luglio, giorno in cui verranno comunicati i risultati del voto conservatore, è alle porte e il destino della Gran Bretagna (e dell’Europa) potrebbe cambiare radicalmente.

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