Il disagio e la libertà di chi vuole esprimere il proprio pensiero
17 Marzo 2010
Sono in grande disagio. Non so se posso telefonare, se posso scrivere, se posso parlare con qualcuno. Vorrei farlo per sfogarmi, per poter dire ciò che un qualsiasi cittadino sereno, libero, rispettoso, amante della democrazia direbbe in questo momento. Vorrei poter esprimere in modo composto, ma con forza e indignazione, tutto ciò che mi passa per il cervello. In un Paese libero tutto questo dovrebbe essere consentito, anzi dovrebbe essere garantito, soprattutto quando lo si fa in modo civile.
Mi chiedo, pertanto, se in Italia ci possa essere qualche potere che abbia la facoltà di limitare questa libertà. Più che una domanda, però, la mia è la conferma di un dubbio che mi assale da tempo. Il quesito è divenuto dubbio perché, con la modifica, sulla scia di un disagio politico, intervenuta nel 1993 all’art 68 della Costituzione e con l’interpretazione estensiva dei ruoli assunti della magistratura e dal suo organo di autogoverno, su questa domanda, trasformatasi in ragionevole dubbio, ruota tutta la kermesse dell’inganno.
Chiediamoci, dapprima, che cosa sia la libertà. E, per non divagare, limitiamoci, in uno sforzo di sintesi, alla definizione costituzionale. La libertà di un Paese, in primo luogo, consiste nella libertà dei cittadini di potersi esprimere, e non solo in modo formale, come con la libertà di comunicare, con la libertà di parola, con la libertà di scrivere, ma anche in modo sostanziale attraverso le scelte. Tra quest’ultime la più importante è quella elettorale. Tutti i cittadini italiani, tranne i pochi condannati alla interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici, hanno diritto di esprimersi col voto e sono eleggibili.
Per l’articolo 13 della Costituzione, inoltre, “la libertà personale è inviolabile”. L’ipotesi contraria è consentita solo “per atto motivato dell’autorità giudiziaria”. Mentre per l’art.15 della Carta Costituzionale anche “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”. L’ipotesi contraria “può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria”.
Solo l’autorità giudiziaria, pertanto, può limitare la nostra libertà. Tutto sarebbe, così, lecito, anche se non abbiamo ancora dissipato i molti dubbi nel merito. Ma ciò che la Costituzione sancisce serve senz’altro ad affermare che l’unico ordinamento che abbia il potere di limitare le libertà nel paese è quello giudiziario. E, siccome in Italia non mi sembra che ci sia stato un colpo di stato e che, per effetto di questo “golpe”, i poteri, compresi quelli giurisdizionali, siano stati assunti dal Capo del Governo, l’unico pericolo per la nostra libertà, e penso anche per la nostra democrazia, può arrivare solo dalla politicizzazione della magistratura.
Nel merito, infatti, ci sarebbe da chiedersi se la magistratura esercita correttamente i suoi poteri. Se lo facessimo, però, entreremmo in un’area che in questi giorni si manifesta molto pericolosa: quella del dubbio circa la correttezza nell’esercizio del mestiere di alcuni magistrati. Ma se entrassi in quest’area siamo certi che ne uscirei indenne? Non ho soldi da dare alla casta! Ecco dunque i motivi, accennati in apertura, del mio “grande disagio”. Un disagio come cittadino, come soggetto pensante e come comunicatore.
Non credo che chi ha scritto la Costituzione Italiana, scegliendo la separazione dei poteri, abbia proprio voluto attribuire ad un ordinamento burocratico, privo della legittimità democratica, il potere di intervenire significativamente sulla libertà del Paese.
Non penso che i Padri Costituenti abbiano voluto attribuire all’Ordinamento Giurisdizionale il primato del rispetto delle regole della democrazia ed il controllo del suo ordinato esercizio.
Non penso, ancora, che ci si debba arrivare a sentirsi a disagio nell’esprimersi in privato, nell’esternare il proprio disappunto, nell’assumere la difesa della propria dignità personale, nell’osservare d’essere vittima di una puntuale e metodica aggressione mediatica, com’è capitato al Presidente del Consiglio Berlusconi, e d’essere per questo sottoposto ad indagini giudiziarie.
Dicono, ad esempio, che il premier manovri l’informazione, che abbia un controllo mediatico quasi totalitario, che intimidisca e che eserciti un potere incontrollato. I più analfabeti, soprattutto per ignoranza della Costituzione Italiana, dicono anche che sia un dittatore. Ma se è così, perché c’è un’informazione invadente che riempie le pagine dei giornali e le tante trasmissioni televisive Rai contro di lui?
Non è che in Italia ci sia una parte che può dire, e l’altra che debba tacere? Ed il mio disagio riviene proprio dalla consapevolezza che possa trovarmi dalla parte di chi debba essere indotto a tacere.
