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Il dopo Putin è sempre più un mistero

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La decisione di Vladimir Putin di nominare alla carica di primo ministro il pressoché sconosciuto Viktor Zubkov, al posto del dimissionario Mikhail Fradkov, non solo ha colto di sorpresa tutti gli osservatori, ma ha anche contraddetto le previsioni formulate dai cremlinologi. La scelta del presidente russo è caduta sul sessantaseienne capo del servizio di monitoraggio finanziario del Ministero delle Finanze, Rosfinmonitoring. E ciò a dispetto della presenza di due candidati semi-ufficiali alla successione, i due vice-premier Dmitry Medvedev e Serghei Ivanov, che peraltro hanno mantenuto il loro posto con il varo del nuovo governo avvenuto pochi giorni fa.  

Non è un mistero che tutti scommettevano su quest’ultimo, soprattutto dopo il recente offuscamento della figura di Medvedev. Era diffusa la convinzione che la sua promozione al vertice del governo avrebbe costituito il passaggio obbligato per la sua ascesa alla presidenza della Russia, secondo un copione che aveva già visto Boris Eltsin designare Putin come suo successore assegnandogli il medesimo incarico nel gennaio del 2000. D’altronde, Ivanov aveva tutte le carte in regola per godere dei favori del pronostico: l’amicizia di lunga data con Putin, una elevata popolarità in patria e, non di meno, la gestione di situazioni politicamente rilevanti, quali la ristrutturazione dell’industria della difesa, la conduzione delle trattative sulle difese antimissili e l’attenzione dedicata allo sviluppo del movimento giovanile filo-governativo Nashi.

Nella rosa dei candidati alla successione si era aggiunto ultimamente un altro nome, quello del vice-premier Serghei Naryshkin, a cui l’attuale inquilino del Cremlino ha affidato il controllo e la supervisione dei rapporti economici con i Paesi membri della Comunità degli Stati Indipendenti oltre che con l’Unione Europea e l’Estremo Oriente. Una delle ipotesi più interessanti che erano circolate era che Naryshkin potesse formalmente sostituire Putin nella carica di Presidente della Federazione, ma in un contesto in cui il predecessore avrebbe mantenuto le redini del potere tramite l’assunzione della leadership del partito di governo Russia Unita, sul quale avrebbe potuto verosimilmente essere imperniato il nuovo assetto politico.

Questi due personaggi hanno in comune una carriera negli apparati d’intelligence, esattamente come molti altri che sono entrati a far parte del team che Putin è riuscito ad assemblare in questi anni, non senza prima aver disarcionato dai posti più influenti nel governo e nelle grandi aziende i fedelissimi di Eltsin, anche se questi favorirono la sua scalata alla presidenza. In generale, i servizi segreti, l’esercito e il complesso militare-industriale hanno ricevuto nuova linfa con Putin e costituiscono la base su cui poggia il nuovo sistema autoritario. Dopo il collasso dell’impero sovietico, d’altronde, in contrasto con quanto accadde nel caso della Stasi in seguito al crollo della Germania orientale, il KGB, ribattezzato FSB (Servizio Federale di Sicurezza), aveva preservato il personale, l’infrastruttura logistica e le cospicue risorse finanziarie, ed era riuscito successivamente, approfittando del caos che aveva contraddistinto l’epoca eltsiniana, a rientrare in gioco.

Taluni fra coloro che provengono da questi apparati e che occupano adesso posizioni chiave nella burocrazia presidenziale, oltre che negli stessi servizi d’intelligence, risultano essere organici alla fazione più potente e autorevole fra quelle che compongono il gruppo di potere raccoltosi intorno a Putin, ossia quella dei siloviki. Non è però il caso di Ivanov, che se ne è recentemente distanziato, né di Naryshkin, noto per la sua “neutralità” (una qualità sempre più rara a Mosca), ma di altri esponenti di spicco come Igor Sechin, vice-capo dell’amministrazione presidenziale nonché chairman del gigante petrolifero statale Rosneft, Nikolai Patrushev, direttore dell’FSB, e Viktor Ivanov, consigliere di Putin e capo della commissione statale per la lotta alla corruzione.

Beninteso, Sechin, Patrushev e Viktor Ivanov sono solo i core members della fazione. Con l’appellativo siloviki – che deriva da silovye struktury, ossia strutture della forza – si indica infatti una realtà molto più estesa e variegata, che investe le alte burocrazie governative così come diverse articolazioni strategiche dell’economia russa. Basti pensare, solo per fare alcuni esempi, al Servizio Doganale Federale o al colosso Rosoboroneksport (che ha integrato le innumerevoli industrie operanti nel settore della difesa, emergendo come un autentico campione nazionale), guidati rispettivamente da Andrei Belyaninov e Serghei Chemezov, entrambi ex “colleghi” di Putin in Germania durante gli anni Ottanta.

Ad ogni modo, le connessioni con gli ambienti dei servizi di sicurezza non sembrano costituire una discriminante per l’appartenenza ai siloviki. A cementare il gruppo non è tanto il background culturale o professionale di chi vi si riconosce, quanto la visione politica e gli interessi che questo veicola e con i quali esercita una profonda influenza sull’élite moscovita. In particolare, come sottolineano Bremmer e Charap, fra gli obiettivi condivisi rientra il consolidamento e l’accentramento delle leve del potere politico ed economico nell’ambito di uno Stato fortemente centralizzato e dotato di un robusto dispositivo militare e di sicurezza; un penetrante intervento pubblico nell’economia nazionale che poggia sull’assunto secondo cui i settori strategici dovrebbero essere messi al riparo dagli appetiti dei privati (e nel quale si riflette un’ostilità per la “classe” degli oligarchi); un nazionalismo economico che attribuisce allo Stato una titolarità pressoché esclusiva nel campo dello sfruttamento delle immense risorse naturali (evidentemente, limitando anche il flusso di investimenti esteri); il recupero da parte della Russia di un ruolo di primo piano sul proscenio internazionale, sia contrastando i presunti tentativi messi in atto dagli Stati Uniti e dall’Alleanza Atlantica di mettere a repentaglio la sua sovranità, sia dando impulso ad un processo di reintegrazione con alcuni Stati sorti sulle ceneri dell’Unione Sovietica; e infine, il sostegno per una presenza più attiva nella vita pubblica della Chiesa Ortodossa, in seno alla quale le istanze nazionaliste e xenofobe, di cui si fanno interpreti i suoi elementi più conservatori, trovano accoglienza fra le fila dei siloviki.

La fazione è l’unica, fra quelle ammesse a gestire il potere politico nell’era Putin, che può rivendicare una coesione sufficiente al suo interno per far pesare le proprie scelte fra le mura del Cremlino e, attraverso l’appoggio delle forze armate, per esercitare un certo controllo sulla popolazione. Ciò non significa però che non vi siano state relazioni conflittuali fra i suoi membri più eminenti, come è il caso di Viktor Ivanov e Igor Sechin, anche se pare che sia in corso un riavvicinamento fra i due. Il neopremier Zubkov avrebbe stretti legami soprattutto con il primo e con Patrushev. Secondo Lauren Goodrich di Stratfor, il suo ingresso nelle stanze dei bottoni è visto come una vittoria per il clan di Ivanov, mentre l’appoggio che potrebbe assicurargli Sechin sarebbe di certo un valore aggiunto per il progetto coltivato da Putin di rafforzare il governo e di far riacquisire alla Russia lo status di grande potenza.

Non deve sorprendere la vicinanza di un outsider come Zubkov all’inner circle dei siloviki.  Pur non vantando un passato nei servizi segreti, egli viene da San Pietroburgo, dove ha lavorato nell’amministrazione locale durante gli anni novanta insieme con Sechin, Viktor Ivanov, e lo stesso Putin. Dopo essere stato chiamato a Mosca, è stato peraltro lo strumento fondamentale di cui Putin si è servito per avviare la campagna di “liquidazione” degli oligarchi. E’ probabile dunque che il capo del Cremlino abbia voluto evitare scelte azzardate conferendo la guida del governo ad un uomo di sicura lealtà. E sulla sua nomina è facile che si sia realizzata la convergenza dei siloviki i quali, facendo da tempo pressioni sul presidente affinché accetti di restare in sella per altri quattro anni (non è un caso che ci si riferisca ad essi come il “partito del terzo mandato”), devono aver visto di buon occhio il fatto che Zubkov ha un’età che non gli consente di iniziare una carriera politica, non nutre ambizioni in tal senso, e non dispone di una propria base di potere.

Resta però da vedere se il nuovo primo ministro saprà essere una figura di compromesso gradita anche alle altre fazioni del Cremlino, se soddisferà solo le esigenze dei siloviki, oppure se avrà un mero ruolo di transizione in attesa che Putin sveli l’identità di chi sarà chiamato a succedergli. Quel che è certo è che il dopo Putin rimane avvolto nel mistero. Il presidente russo sta dando prova di grande abilità nel mischiare le carte in tavola senza svelare il suo gioco. Per questo dovremo aspettarci altre sorprese.

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