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Il “fascismo” mediatico dei democratici

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Diciamolo subito chiaramente: Biden, al momento, sembra ben avviato a diventare il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Che piaccia o no, ad oggi i numeri sono questi. Trump fa fatica ad accettarlo. È evidente. E, se brogli ci sono stati, come lui stesso ha dichiarato (e l’ipotesi non sembra affatto inverosimile…), c’è da augurarsi che ci sarà modo di dimostrarlo. Eppure, anche se numericamente uscirà sconfitto, nessuno, oggi, ha il coraggio di dire che The Donald ha perso. E sì, perché di fatto la sua che a detta del mainstream mondiale doveva essere una rovinosa sconfitta, si è dimostrata tutt’altro: una vittoria morale che gli consentirà di non uscire facilmente di scena.

Ed è proprio su quest’aspetto che i media e giornaloni non si capacitano. Non poter gridare ai quattro venti che, finalmente, il brutto, cattivo, razzista, maschilista Trump è stato sonoramente sconfitto, “gli rode”, come direbbe qualcuno. E li capiamo.

Segnali di questa insofferenza ce ne sono stati a bizzeffe: dalla superficialità con cui venivano annunciati i vantaggi di Trump nei vari stati (come dire: tanto perde comunque) fino al clamoroso oscuramento tv del discorso del Presidente Trump bollato da alcuni giornalisti USA come “fake”, utilizzando un linguaggio tipicamente trumpiano per screditare Trump – però va tutto bene quando viene utilizzato dal mainstream mondiale. Diversamente no: è censura!

Per poi giungere alla “proclamazione” dell’eletto fatta non da un organo istituzionale ma dai media stessi. In situazioni come queste, dove l’avversario contesta e, di fatto, il distacco risicato in alcuni Stati consente il riconteggio, aspettare oppure essere più cauti sarebbe stato d’obbligo. E siamo certi che a parti inverse i nostri giornaloni avrebbero contestato una proclamazione di Trump, come del resto è avvenuto nel 2016 quando lo stesso sistema elettorale che oggi ha “eletto” – per ora – Biden veniva screditato perché assegnava la vittoria a Trump nonostante il numero di voti totali inferiore a quelli della Clinton.

Dunque, l’atteggiamento di fondo del mainstream che viene fuori è chiaro: se non vince o non va avanti chi vogliamo noi, non va bene. E sono disposti ad utilizzare tutti i metodi possibili e immaginabili pur di favorire l’ “unico risultato” accettabile. Questo, in realtà, significa una sola cosa: non accettare la realtà. E, di conseguenza, non saperla leggere ed ascoltare. È chiaro che la pandemia ha giocato un brutto scherzo a Trump. Senza il virus, probabilmente, The Donald avrebbe stravinto. Eppure, anche in questo caso, avremmo assistito a sondaggi che gli assegnavano decine di punti di svantaggio nei confronti di “uncle Joe”.

Ecco, sommando tutto questo una cosa appare evidente: gridare “al fascista” contro l’avversario per poi adottare nei suoi confronti metodi che di liberale non hanno praticamente nulla, non paga. Anzi, fa fare magre figure. È accaduto nel 2016 e, in parte, anche oggi. Ma soprattutto fornisce l’impressione che, in fondo, ciò che decide il popolo non conti poi così tanto. Conta quello che preferisce  l’intellighenzia. Questa è l’ipocrisia più grande che Trump ha avuto il merito di svelare. ln questo caso ai nostri giornaloni è andata bene di un soffio (e doveva essere un uragano). Domani non si sa…

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