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Il Federalismo obbliga a ripensare la finanza pubblica

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Correva l’anno di grazia 1920 quando Cesare Cagli scrisse che “l’amministrazione vive senza conti ed i conti senza l’amministrazione”: a significare e sottolineare che l’amministrazione e la finanza, nel nostro Paese, sono considerate entità “estranee”, sorta di “convergenze parallele” ante litteram. Quello che fu definito il “divorzio” tra amministrazione e finanza pubblica non è mai stato compiutamente sanato, e certo non è un caso il disinteresse della politica per gli equilibri della finanza pubblica, a tutti i livelli di governo. Anche da qui deriva una spesa pubblica fuori controllo, mai contenuta dalle varie riforme contabili e tanto meno da una legge finanziaria quasi da subito stravolta nelle sue finalità e piegata, specie nelle sue ultime e mostruose articolazioni, in un coacervo di provvedimenti non di rado incoerenti e contraddittori.

La frettolosa riforma costituzionale del 2001 -soprattutto in tema di “federalismo fiscale”-, i cui costi non sono stati calcolati e le cui implicazioni e ricadute economiche e finanziarie sono state colpevolmente trascurate, certo non contribuisce, allo stato, a definire forme rigorose di gestione finanziaria pubblica. Anzi: ha aggravato, reso più complessi, i problemi sotto il profilo della unitarietà e degli equilibri della finanza pubblica, la cui tutela è considerata elemento essenziale da parte della Corte costituzionale. E’, dunque, la stessa manovra di finanza pubblica che deve essere ripensata, sia a livello nazionale che di vincoli posti dai Trattati europei.

La situazione di tensione innescata dalle spinte contrastanti di regioni ed enti locali, da un lato, con la richiesta di maggiori spazi di autonomia;  e, dall’altro, del governo e del Parlamento nazionali -che non possono prescindere dal necessario contributo delle autonomie al risanamento dei conti pubblici- a tutela della unitarietà del processo di bilancio  rischia, infatti, di mettere ulteriormente a repentaglio gli equilibri della finanza pubblica. Anche a non condividere le conclusioni e le proposte formulate, oltre un anno or sono, dall’Alta Commissione per la definizione di un sistema tributario “federale”; anche a voler riscrivere le regole e l’assetto del nostro “federalismo all’amatriciana”, appare inevitabile concordare almeno sulla necessità che sia presto e bene affrontata la questione della “legge di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”. Non è solo che spetta allo Stato, in attuazione dell’art. 119 della Costituzione, definire i principi fondamentali in materia: è che la Corte costituzionale ha già, a più riprese, sottolineato  l’urgenza di un simile intervento normativo, anche al fine di raffreddare il contenzioso tra Stato e regioni.

Tanto che non si può neppure più parlare di rischio: è ormai un dato di fatto che il vuoto e l’inconcludenza della politica hanno favorito un’ulteriore supplenza, o delega. Nell’inerzia del legislatore, infatti, è la Corte costituzionale, come da più parti già rilevato, a (concorrere a) definire le forme di attuazione della riforma costituzionale del 2001. Su un punto, però, vale la pena di riflettere, almeno con specifico riferimento alla gestione della finanza pubblica.

Procedure e struttura del bilancio, in stretta connessione con il ridisegno delle regole del Patto di stabilità interno, devono essere ripensate, se si vuole superare la contraddizione tra una normativa costituzionale di taglio tendenzialmente federalista e lo scarso coinvolgimento della autonomie locali nel ciclo della programmazione finanziaria. Regioni ed enti locali devono quindi poter esercitare un ruolo più significativo ed incidere maggiormente nella determinazione degli indirizzi macro-economici (dpef) e nella calibratura degli interventi specifici (di cui alla legge finanziaria). Occorre, insomma, coinvolgere e responsabilizzare le autonomie locali, se l’obiettivo è, come deve essere, la definizione di decisioni condivise, sotto il profilo dell’onere del risanamento finanziario, in un’ottica di cooperazione che non esclude però neppure il potere del governo nazionale ad intervenire al fine di risolvere eventuali controversie e di sbloccare situazioni di stallo.

Da questo punto di vista, si impone una normativa rigorosa sulla armonizzazione dei bilanci pubblici e sulla predeterminazione di un sistema informativo capace di monitorare costantemente i bilanci dei diversi livelli di governo. Occorrono, in altri termini, regole standard di bilancio, la condivisione di regole contabili, un raffronto costante delle risultanze finanziarie dei diversi enti di governo. Il recente “Libro Verde” sulla spesa pubblica, pur con tutte le sue incertezze e le sue lacune, è un modo corretto di avviare a soluzione il problema. Nello stesso senso, e forse ancor più significativa sotto il profilo decisionale, è la recentissima “riclassificazione per missioni” del bilancio dello Stato. Manca ancora, però, un disegno compiuto di “federalismo fiscale” o, più modestamente e forse più correttamente, di moderna, coerente gestione della finanza pubblica.

E’, questa, la condizione necessaria per dare solidità ai conti pubblici e (nuova) credibilità internazionale all’Italia.

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