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La festa di Purim

Il femminismo ha riscritto anche la storia dell’antichità

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Tradizione ed innovazione, fedeltà alla memoria e spinte moderniste: polarità opposte o con un margine di incontro? E’ l’interrogativo che nasce di fronte alla volontà di modificare il significato della festa ebraica di Purim, stravolgendolo, sorta all’interno della corrente di pensiero liberale e femminista sviluppatasi negli ultimi trenta anni.

La festa di Purim ricorda, come è noto, un fatto accaduto circa 2500 anni fa in Persia durante il regno di Assuero. Il sovrano tenne un banchetto durante il quale invitò sua moglie, Vasti, a presentarsi per mostrare la propria bellezza. La regina rifiutò ed Assuero, indignato, la bandì dal regno, scegliendo al suo posto Ester, una giovane che divenne moglie del re nascondendo la propria origine ebraica. Il testo biblico racconta che Hamàn, consigliere del re, volesse sterminare tutti gli ebrei del regno. Per intercessione della regina Ester e di suo zio Mardocheo, capo della comunità ebraica, gli ebrei vennero salvati e i responsabili della tentata strage ai danni del popolo ebreo furono puniti con la morte. A ricordo dello scampato pericolo fu istituita la festa di Purim, che letteralmente significa "sorti", perché il giorno stabilito per il massacro era stato estratto a sorte da Haman.

La festa è caratterizzata da uno spirito estremamente gioioso: sia la sera che la mattina si legge pubblicamente la Megillah – il rotolo che contiene il libro di Ester - scritta a mano su pergamena; si fanno doni ai bisognosi; si inviano cibi e bevande in regalo agli amici; si partecipa ad uno speciale banchetto festivo in cui si beve vino a volontà, fino a confondersi. La maschera, il nascondimento, il ribaltamento delle sorti sono la chiave di questa celebrazione. Una festa in maschera, ricordando Ester che tenne nascosta la propria identità al re ed esponendosi poi in prima persona, riuscì a rovesciare le sorti del suo popolo: da perseguitato in trionfatore.  

La festa della vittoria degli Ebrei, grazie alla figura eroica della loro regina; Ester non esitò ad accettare di intervenire presso il re, intercedendo per la sua gente, mettendo a rischio la propria vita per una causa più alta: la salvezza di un intero popolo. La sua figura però, tende ad essere notevolmente ridimensionata da pensatrici e scrittrici femministe: loro capofila è Mary Gender, autrice di un articolo pubblicato 30 anni fa, intitolato “The Restoration of Vasti”. Un titolo programmatico. L’obiettivo centrale, il focus di tutta la battaglia femminista, dalla Gender in poi, è stato proprio quello di “restaurare” Vasti nella sua dignità, conferirle una posizione centrale all’interno della vicenda e fare di lei un simbolo: il simbolo del destino cui vanno incontro le donne se disobbediscono all’autorità maschile, se ad un comando - nel caso di Vasti l’ordine di suo marito, che era anche re – oppongono un rifiuto, dismettendo i panni della sottomissione, dell’accondiscendenza, dell’abnegazione, per mostrare la propria forza di carattere, la propria decisione, la propria autonomia.

Le rivisitazioni più recenti partono tutte dall’affermazione della centralità di Vasti: a giudizio della Professoressa Weiss, che insegna Talmud all’Hebrew Union College, la marginalizzazione di Vasti era funzionale, nell’interpretazione rabinica di Purim, all’esaltazione di Ester, per porre in evidenza il netto contrasto tra la sorte della donna che si oppone alla tradizione patriarcale (Vasti) e quella di colei che invece la accoglie e si uniforma alle sue regole (Ester). Le pensatrici femministe esaltano dunque Vasti: il ripudio, sostengono, è stato il prezzo che ella ha pagato per aver opposto un rifiuto ad un ordine di un uomo, suo marito, il re.

 Ed Ester? Ha salvato il suo popolo, senza temere di mettere a repentaglio la propria vita. La sua figura però, i suoi formidabili successi, devono essere oscurati, per porre in luce la ribelle Vasti. Celebrare chi è stato sconfitto, umiliando chi ha trionfato; esaltare la non ebrea per porre in ombra l’ebrea.

A questo punto è lecita una domanda: si può ancora parlare di Purim come della festa dello scampato pericolo del popolo ebraico? Le stesse femministe rispondono con decisione. No.

Purim, nella loro visione, va trasformato, capovolto nel suo stesso significato: non più il ricordo della vittoria degli ebrei sui loro persecutori, non più la celebrazione di un trionfo ottenuto attraverso il ricorso tipicamente maschile all’uso delle armi. Purim deve diventare l’occasione per promuovere una politica di tolleranza, di non violenza, per cercare l’integrazione dei due elementi – ebreo e non ebreo – che nella festa tradizionale sono invece in aspro conflitto, allo scopo di valorizzare il trionfo del “femminile” nella storia.

Del resto, secondo la chiave di lettura femminista, Ester fu indubbiamente un’abile stratega, ma per riuscire nel suo piano dovette necessariamente confrontarsi con la donna che l’aveva preceduta a corte, con Vasti, ed imparare da lei. Wendy Asellem, del Drisha Institute for Jewish Education, nel suo “Lo specchio ha due facce: un’esplorazione di Ester e Vasti” sottolinea come la regina ebrea, presentandosi di fronte al sovrano pur se non convocata, trasgredendo dunque una regola, si sia posta chiaramente in contrasto con il ruolo che avrebbe dovuto ricoprire a corte, dopo la cacciata della ribelle Vasti: quello della donna docile e rispettosa.

Cosa resta però, in tutte queste argomentazioni, del significato di una festa che da sempre ha voluto celebrare nel trionfo degli ebrei sui nemici, la stessa coesione ed identità di questo popolo? Come svuotare una celebrazione così radicata nelle trame di un passato che è premessa indispensabile per la storia attuale del popolo ebraico? Con quale pericoloso anacronismo leggere una storia di circa 2500 anni fa, applicando le categorie attuali nell’interpretazione dei rapporti e dei giochi di forza tra i due sessi? Come inserire rivendicazioni femministe in una vicenda che parla dell’oppressione di un popolo e della sua liberazione? Come introdurre valutazioni sulla condizione femminile nel racconto di una realtà in cui i personaggi agiscono quali strumenti di un disegno più grande di loro, che li sovrasta e che coinvolge le sorti presenti e future dell’intero popolo?

No, Purim resti con il suo significato, i suoi riti, le sue celebrazioni. Le battaglie per la parità dei sessi possono essere combattute su altri fronti.

 

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