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Il flop Espresso

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Sempre più spesso i media ci propongono commenti e considerazioni di individui che pur non avendo una vera opinione su un argomento cercano ad ogni costo di convincerci che così non è, e che invece un’ opinione ce l’hanno. La televisione è ormai satura di pseudo-dibattiti fondati sul nulla più assoluto ed animati da argomentazioni vacue. Quotidiani e settimanali cercano di non essere da meno e, sempre più di frequente, invece di ottemperare al loro ruolo, quello dell’informazione, si abbandonano alla disinformazione che sfocia inevitabilmente nel sempre più ampio girone della junk mediatica.
Tra i tanti esempi, non si può fare a meno di soffermarsi, per coscienza e solo per coscienza, sul recente articolo di Daniele Fanelli pubblicato sull’Espresso del 19 Aprile 2007 ed intitolato OGM? Che flop, in cui in un susseguirsi di inesattezze e superficialità si cerca di dare senso ad un titolo quasi offensivo, sia per ricercatori e scienziati che lavorano in questo settore, sia per le aziende che credendo ed investendo in esso vengono penalizzate da qualunquismi senza fondamento, sia per l’intera società che potrebbe e dovrebbe trarre vantaggi dalle applicazioni di tecnologie innovative che costituiscono senza dubbio una piattaforma di lancio verso la soluzione di problemi ambientali, nutrizionali e salutistici.

La soluzione di questi problemi non è tuttavia facile, come crede superficialmente e semplicisticamente l’autore dell’articolo ma è complessa, ignota e non esclusivamente tecnica. Complesse sono molte delle cose su cui ricercatori e uomini di scienza in genere lavorano. Ma andiamo per gradi. Dopo una serie di stupidaggini sulle fragole-sogliola e le  zanzare- tigre l’autore esordisce dicendo che “…a dieci anni dall’arrivo sul mercato degli organismi geneticamente modificati della rivoluzione annunciata non c’è traccia”. La prima domanda che viene da porsi è relativa a questa scadenza dei 10 anni che rivela inequivocabilmente la totale incompetenza dell’autore su temi e modalità di soluzione di problemi scientifici. Si, problemi scientifici, perché di questo stiamo parlando. Chiunque abbia a che fare con tecnologie innovative sa che mentre è possibile comprendere, non sempre immediatamente, il potenziale di una tecnologia è molto più complesso prevedere i tempi necessari per la messa a punto di un’applicazione. Non per questo la tecnologia è un flop! Nel caso della tecnologia OGM in campo vegetale, esistono esempi in cui un impiego cospicuo di risorse (certamente non pubbliche!) e creatività ha permesso la rapida realizzazione di prodotti quali quelli Round-up ready o Bt, citati dallo stesso autore. Molti altri prodotti sono correntemente in varie fasi preliminari alla commercializzazione, che richiedono controlli ed autorizzazioni molto più rigorose di altre procedure. In altri casi, in cui gli obiettivi che ci si prefiggono sono generalmente più ambiziosi, i tempi sono più lunghi e spesso dilazionati da ulteriori studi su nuovi meccanismi biologici che meritano nuovi approfondimenti. Questa è chiamata routine nel mondo scientifico e non flop. E’ come se qualcuno asserisse con la stessa superficialità dell’autore: …è da 10 anni che ci dicono di essere vicini alla cura del cancro… ma fino ad ora nessun successo. Un vero flop! Non sarebbe questa un’affermazione irresponsabile che offenderebbe chiunque ed in particolare chi investe energia e tempo, spesso una vita, per risolvere problemi complessi, socialmente utili e di non facile soluzione? Mi rendo conto che i più percepiscono con maggiore immediatezza l’importanza di problemi legati alla salute umana rispetto a quelli legati all’agricoltura. Ma a prescindere dal peso relativo che ognuno di noi possa dare ai due settori, medico, agricolo o altro (la qual cosa richiederebbe un’analisi più complessa ed articolata), la logica con cui si affrontano questi problemi da un punto di vista scientifico è fondamentalmente la stessa, e così i tempi richiesti per la loro soluzione. Dieci, undici, dodici anni…il mondo della ricerca e di chi lavora in quest’ambito (nel pubblico e nel privato) non ha bisogno di Daniele Fanelli che scandisca date o ponga scadenze insignificanti. Chiunque tuttavia può avere una presa di posizione, non necessariamente motivata da qualcosa. Chiunque può dire di non credere nelle biotecnologie non avendo una piena coscienza e conoscenza delle motivazioni che lo portano a questa posizione. Sarebbe certamente più onesto che cercare a tutti i costi di motivare una posizione con argomentazioni infondate. Ma per dovere di informazione è giusto commentare ancora sulle asserzioni gratuite del Fanelli: “… chi immaginava il grano che cresce nel deserto magari innaffiato con l’acqua di mare….”. Ebbene negli ultimi dieci anni [guarda caso risale al 1998 un articolo di scienziati della California pubblicato sulla rivista Science (280: 1943-1945), che forse gli amici di Friends-of-Earth (ma chi sono?) non hanno letto], grazie alla tecnologia OGM abbiamo capito molte più cose sui meccanismi che consentono ad una pianta di vivere o non-vivere in presenza di acqua di mare di quanto non fosse stato capito negli ultimi 50 anni dagli scienziati dell’intero globo terrestre. E nonostante questo sia stato solo un passo verso la comprensione dei meccanismi complessi di cui sopra, possiamo senza dubbio dire a Fanelli che in realtà siamo parecchio più vicini alla possibilità di avere piante di interesse agrario che possano crescere innaffiandole con acqua di mare. Ma non ci siamo ancora. Ed allora? Abbandoniamo tutto perché Fanelli ha messo insieme quattro parole per l’Espresso? Certamente no, ma allo stesso tempo lo ringraziamo per averci dato l’opportunità di cominciare a fare chiarezza in una comunicazione spesso selvaggia che quando non arreca danni certamente costringe a dover ri-costruire sulle rovine generate da un’informazione errata e fuorviante. E per questo siamo contenti di poter aprire un dibattito informativo, e lo faremo, su questo argomento. Grazie anche a Fanelli. Nel frattempo ci auguriamo di leggere sempre più articoli densi di pensieri e non di parole.

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