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Il collasso del sistema

Il fondo per l’occupazione del contratto dei bancari: ecco l’ultima illusione sindacale

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Il fondo per la buona e stabile occupazione previsto dal recente contratto collettivo nazionale dei bancari rappresenta un ulteriore passo nella direzione del collasso del sistema. L’impianto concordato è semplice: l’esproprio forzoso di quote retributive dei dipendenti del settore diviene combustibile per la promessa di nuove assunzioni a stipendio ridotto (ed a tempo indeterminato) in quella medesima industria. Alla base del patto, la solita, banale algebra di Sherwood (togliere a qualcuno per dare ad altri) ricoperta da uno spesso strato di opacissima vernice morale. È un giochino che funziona sempre e che, soprattutto, garantisce invidiabili rendite di posizione alle forze che se ne fanno promotrici.

Che emolumenti creino emolumenti non sorprende: è fisiologia in un sistema di divisione del lavoro. Ciò che infastidisce è l’ennesimo attentato alla possibilità  di ciascuno di indirizzare in libertà, tramite le proprie scelte di acquisto, la domanda di nuova occupazione. Ovviamente, trasformare le richieste di soddisfazione (per loro natura capricciose) di alcuni in lavoro per altri richiede quelle rare doti imprenditoriali che da mai impreziosiscono gli scarni curricula dei sindacalisti e dei politici nazionali. Al contrario, questi ultimi sono riconosciuti esperti nell’arte facile che diremmo della irresponsabile cialtroneria del redistribuire (e non a caso, "quote" è da sempre mantra intoccabile del discorso pubblico italiano).

Incapaci, certo, i nostri rappresentanti, ma anche parecchio fortunati. Un paio di pesanti fattori culturali li soccorrono, infatti, con sconsolante costanza: il riflesso antico dell’invidia sociale e quello, più recente, della superstizione keynesiana. Già, perché gli imprenditori tendono ad arricchirsi e questo non è certo equo. E poi c’è il fatto, insidiosissimo, che le autonome determinazioni di spesa sono a rischio risparmio e quest’ultimo, come ben sa chi ha studiato la buona economia, nega il consumo e porta depressione. Dunque, secondo il pregiudizio più diffuso, meglio che sia il centro (sindacati compresi) a decidere il come ed il dove dell’allocazione della ricchezza, ché il mercato non può certo offrire credibile alternativa, se l’obiettivo è un’etica circolazione del danaro.

Ed un deciso rinforzino nella direzione descritta è giunto, pochi giorni fa, da una autorevolissima fonte. In ispirata risposta a quelle che avevano tutta l’aria di essere banali dichiarazioni di circostanza, formulate nel corso di una cerimonia ufficiale, il supremo Colle ci ha fatto sapere che il lavoro non può essere un privilegio. Un dire all’apparenza ovvio, nel quale, però, abbiamo percepito come un sinistro sibilar di sciabola. Già  ci era noto, infatti, che l’ermeneutica comunista considera da sempre il privilegio come sordido attributo del capitale e giusta causa di conflitto. Non ci aspettavamo, però, che pure il lavoro, vessillo degli ignudi, potesse nascondere un’anima così nera. Questo ci dà  un pochino da pensare, perché, nel disfunzionale immaginario cresciuto rigoglioso all’ombra del mito della lotta di classe, il privilegio va perseguito e smembrato, per così dire, fino all’equità. Ed è proprio a questo punto che ci pare data la stura ai peggiori incubi sindacali di riproporzionalizzazione, come usa affermarsi nel burocratese algebrico degli illuminati, i quali fingono da sempre di poter raddoppiare il cento dividendolo per mille.

Ecco allora che parte di quel che Mario guadagna viene dato in salario a Giorgio che così potrà diventare, per inconfutabile matematica, collega di Mario nel presepe in costruzione. Epperò, se la regina delle scienze avalla solidale l’operazione, non altrettanto è disposta a fare la Fisica, notoriamente meno esatta, ma, ahinoi, con i piedi ben piantati a terra. Già, perché tutto può darsi a questo mondo, tranne la violazione del secondo, cocciutissimo principio della termodinamica. Fuor di metafora, non esiste che Mario stipendia Giorgio che stipendia Mario: da qualche parte l’energia del sistema si perde ed i suoi elementi vanno incontro ad inesorabile impoverimento. Anzi, per essere ancora più aderenti al vero (anche se meno fedeli a Carnot), potremmo concludere dicendo che, in questo tipo di esperimenti, tendono spesso a materializzarsi sinistre pattuglie di cinesi intenzionati a comprarsi tutto.

Ma pure di fronte all’evidenza di pistoni e vapori, il sindacalista collettivo finge di non vedere e spinge per stipare più profughi in scialuppe già  precarie, incoraggiato, in questo, da schiere di facili opinionisti, sempre proni al bavaglio del bene e del giusto. Ed il quadro ci si presenta ancora più fosco quando ci capita di leggere che il settore del quale stiamo dicendo e che si vuole trasformare in gigantesco ufficio di collocamento, lamenta, oramai da tempo, abbondanza di esuberi, oltre ad essere vittima della scoperta arroganza di burocrazie autoreferenziali. Ci viene pure il dubbio che, con il miraggio di stipendi da fame, sarà  difficile assistere a duelli epici tra i cervelli più promettenti per guadagnarsi la qualifica di lavoratore del credito. In scenari di crescente concorrenza internazionale, ciò potrebbe rendere arduo scommettere sui campioni nazionali del dare a prestito. Ma chissenefrega, penseranno i paladini degli ultimi, adesso che la strada del prelievo forzoso è aperta, altre risorse potranno venire da futuri, eticissimi assalti ai colpevoli privilegiati di Nottingham. Perché di colline da trasformare in praterie l’orizzonte è generoso.

Tutto ciò ci pare ancora più paradossale se confrontato con l’euforia liberalizzatrice attualmente così di moda. A quel che ci risulta, infatti, liberalizzare significa, più o meno, mettere le persone in condizione di ottenere la massima utilità dal proprio reddito. Tra l’altro, una fonte assai sobria ed apprezzata ha da poco dichiarato la scarsa concorrenza essere tassazione implicita. E noi, naturalmente, ci crediamo. Ma che differenza può esserci tra il prelievo del tassinaro nel portafoglio di tutti e l’attingere della triplice da quello dei bancari? Ad essere sinceri, entrambe le modalità  paiono parimenti disinteressate al livello di soddisfazione dei malcapitati. Non abbiamo remore a confessarlo: anche questo dubbio ci ha dato da pensare. Ma poi, guidati dal sicuro operato degli illuminati, ci è risultato evidente il baratro che passa tra le due forme: da una parte l’illecito guadagno dei soliti quattro evasori a distorcere i giusti meccanismi del mercato, dall’altra l’agire sapiente del sindacato a raddrizzare i perversi meccanismi del mercato. Curioso.

Ed insomma, ancora una volta, la confusione ci pare massima e lo scivolo sempre più inclinato. Riordinando il tavolo, ci fermiamo un istante a guardare sullo schermo la foto di un giovane e sorridente Mises, prelevata da chissà  quale filesystem perso nella rete. In silenzio, scuotiamo la testa sconsolati. 

 

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